L’occhio di luce di Aurelio Amendola

di Apollonia Nanni

 

Gli scatti più suggestivi dei condannati all’arte

Man Ray diceva che le soddisfazioni di un genio risiedono nella sua forza di volontà e nella sua ostinazione. Di volontàe ostinazione ne ha avuta tanta, questo “ragazzo” del 1938 nato a Pistoia. Ironico, istrione, immaginifico, quando lo conosci non lo dimentichi più: Aurelio Amendola si avvicina alla fotografia alla fine degli anni cinquanta, autodidatta come gran parte dei suoi coetanei. “Ho iniziato come fotografo con la bottega su strada – afferma egli stesso -, facevo le fototessere, gli sviluppi, le cerimonie, i matrimoni, immortalavo i militari che mandavano le foto a casa. Mi sono messo in proprio a vent’anni”. Nietzsche scrive che la cosa più difficile, è diventare quello che sei. Il daimon di Amendola era già predestinato. Poi il fato, gli incontri fortunati come quello con Marino Marini che gli commissionò un volume contenente gli audaci scatti sulle sue sculture. Fotografie come solo Amendola riesce a realizzare, con una tecnica personale attraverso ilsuo “occhio di luce”. Il resto è storia. Il suo uno “spazio visivo celestiale”, rappresentazione del mondo dei “condannati all’arte”. Gli Artisti vivono uno stato di “detenzione”: liberi e prigionieri allo stesso tempo, avviluppati in una condizione necessaria della magnifica follia qual è l’Arte!

 

 

Amendola continua a raccontare attraverso il suo “obiettivo di luce propria”.  

 

Il suo lavoro di spessore è frutto di quella intelligente e profonda riflessione sull’immagine e sul mezzo fotografico che l’autore porta avanti da anni nel mondo con intransigenza e introspezione, realizzando diverse monografie dei più grandi protagonisti dell’Arte del Novecento: Mario Ceroli, Kounellis, Chia, Paladino, per citarne alcuni. Nel 1994 il suo volume “Un occhio su Michelangelo” dedicato alla Cappella Medicea in San Lorenzo a Firenze, ha vinto il “Premio Oscar Goldoni”. Il Maestro mi ha confidato di avere il cruccio di non avere potuto inserire nelle sue opere la monografia di un altro grande protagonista dell’Arte moderna, Francis Bacon, ritenuto geniale dallo stesso nella vita e nell’Arte. Dice: “Io non racconto l’arte, io la vivo”.

Ho avuto il privilegio di conoscere Amendola a Catanzaro nel 2014 in occasione di una sua mostra presso la Fondazione Rocco Guglielmo: molti i lavori esposti di Roy Lichtenstein, esponente della Pop Art, realizzati nello studio newyorchese. Mi raccontò delle notti insonne durante la preparazione del volume dedicato a Leonardo Da Vinci. Persona versatile, umile e generosa nel porsi agli interlocutori, si è lasciato fotografare con estrema naturalezza. Fantastico e geniale! La fotografia conferisce l’immortalità. E’ tutto racchiuso in uno scatto, in un attimo infinito di eterna permanenza. Rivivere, raccontare, immaginare. Testimonianza del tempo vissuto. Attraverso i suoi fantastici scatti, particolari ed intensi, immortala visioni. Il bianco e nero sua prerogativa, riporta nell’immediato indietro nel tempo, sottolinea l’epoca di appartenenza più di mille parole e testi. Amendola comprende bene l’importanza di accentrarsi sull’anima, i gemiti e i respiri che “affollano” le sue opere fotografiche, scevro da edulcorati manierismi, come solo il bianco e nero può rimandarci.

Un toscano che s’è fatto Maestro a colpi di luce.

La luce glorifica tutto. Denominatore comune di tutte le foto è il tempo che scorre, scivola, diventa liquido, e cambia ogni cosa su cui scorre. La fotografia di Amendola trasmette valori estetici e compositivi che trascendono dalla semplice documentazione visiva. Creare luce, oppure un’ombra… perché nel contrasto si trova spesso il senso di un’opera, concetto ben espresso nella foto che Amendola fa del: “Ratto di Proserpina, Gian Lorenzo Bernini. Galleria Borghese. Roma). Nel 2007 è stato il primo Artista a esporre una mostra fotografica al Museo Hermitage di San Pietroburgo, con un tema di grande interesse internazionale sulle opere scultoree di Michelangelo. Noto per le fotografie delle sculture del Rinascimento italiano: ha documentato l’opera di Jacopo Della Quercia, Michelangelo, Donatello, personale nel taglio fotografico in una iconografia innovativa. Insignito di vari riconoscimenti, nel 1997 gli è stato conferito il premio “Cino da Pistoia”, noto premio alla carriera. Non è facile scrivere su un Artista così prolifico e dalle mille sfaccettature come Amendola, dal vissuto umano e artistico inedito e intenso. “Non ero il tipo che studiava prima di fare uno scatto: tutto è sempre nato nel mio cuore ed è quindi passato ai miei occhi” afferma. Il tempo deraglia tutti i linguaggi dell’Arte. Sta all’artista intercettare questo fluire temporale in un eterno presente.

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