Uno spazio che è eco, la scultura di Vinicio Momoli.

– di Luigi Polillo* –

Vinicio Momoli nasce a San Giorgio delle Pertiche nel 1942, in quel territorio padovano, dove si sono espressi, nel corso dei secoli, alcuni dei maggiori artisti e studiosi italiani ed europei. La sua vivacità e curiosità l’hanno portato, fin da giovane, a viaggiare e a districarsi all’interno del mondo artistico e della cultura, mettendolo in contatto con le avanguardie parigine e newyorkesi, dando così inizio alla sua originale ricerca espressiva, riconducibile al pensiero minimalista e alla semplicità della forma – materia – colore.

Prevalentemente attivo tra Riese Pio X (Treviso) e Parigi, ha esposto soprattutto in Europa, Canada e Stati Uniti. Ha partecipato alle biennali del Kuwait, di Pechino e di Venezia. Il suo esordio è riconducibile ai primi anni settanta. Già nel 1971 lo vediamo presente in diverse collettive in Veneto e nel 1974 espone alla Galleria Harrison Club di New York; subito dopo partecipa ad alcune personali e collettive in gallerie e spazi espositivi dislocati sul territorio nazionale. Nel 1984 invece prende parte alla mostra “Nouvelles Perspectives” allo spazio Bonvin dell’Unesco, a Parigi, da qui inizia il suo percorso nello scenario dell’arte a livello internazionale sperimentando e spaziando dalla pittura materica ad oggetti minimalisti e scultorei; Pierre Restany di Momoli diceva che nel momento preciso in cui scatta questo “choc” della rivelazione, che gli oggetti di Momoli assumono tutto il loro senso, una poesia imprevista ed irresistibile, liberatrice. Bisogna aver provato questo impatto per apprezzarne l’immenso sollievo liberatore. È nello spazio di un sospiro che si scopre la reale liberta di queste proposizioni oggettive.

Momoli come scultore, crea uno spazio che è eco, una risonanza della pietra marmorea che ascolta la natura e mette in relazione l’uomo con essa attraverso una soave sinfonia, elaborazioni geometriche, curvilinee e morbide, un’alternanza tra un rovente e incisivo scalpello e una levigata pietra come tavola incisoria; ogni sua scultura è un’emanazione dei suoi gesti e del suo inconscio dedito a scavare lo spazio figurale della sua arte: la sua vita. Un percorso intenso il suo, che lo vede partecipe a diverse visioni percettive ed esistenziali del pensiero minimalista ed attraverso questa matrice, si forma una motivazione umana; opere scultoree, dunque, collocate in diversi luoghi, pensati in termini e non come oggetti materici, ma riconosciuti come impegno non solo artistico, ma di valenza antropologica e memoriale di un luogo.

 

*  Classe 1987, una laurea in Storia e Conservazione dei Beni Culturali con indirizzo storico-artistico. Impegnato nella divulgazione dell’arte contemporanea, collabora con diverse istituzioni, fra cui: Accademia belle arti di Ravenna, Complesso Monumentale San Severo al Pendino, Museo di Palazzo Doria Pamphili di Valmontone, MACCS Museo di arte contemporanea di Santa Severina, Museo “Mattia Preti” di Taverna, Palazzo Ducale Città d’arte di Atri, PAN Palazzo delle arti di Napoli. Affina sempre più la sua ricerca sulle Neoavanguardie degli anni ’60 e ’70 sino alle ultime tendenze artistiche.

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