L’arte di tramandare l’arte. Dialogando con Valentina Bonomo, gallerista.

apollonia nanni

*di Apollonia Nanni*

Roma città eterna. Gli anni Sessanta sono stati caratterizzati da irruzioni artistiche di nuovi movimenti, nuovi artisti, nuove scuole, ribaltando uno scenario assuefatto al classicismo e consolidato. Scuola di Piazza del Popolo: un gruppo di artisti rivoluzionari irrompe sulla scena artistica, Mario Schifano, Giosetta Fioroni, Mimmo Rotella, Giuseppe Uncini, Tano Festa e Franco Angeli. Il gruppo si riuniva al Caffè Rosati, bar romano frequentato da molti intellettuali: Pier Paolo Pasolini, Alberto Moravia e Federico Fellini, e situato in Piazza del Popolo, da cui il gruppo prese il nome. La Roma di Carla Accardi, artista dal segno inconfondibile, dal 1947 con la sua pittura ha contribuito all’affermazione dell’astrattismo lasciando una impronta indelebile nel panorama internazionale, la sua una cifra davvero originale. Icona dell’astrattismo. Le signore dell’arte, da Nord a Sud, si sono affermate negli anni con tenacia, passione, indomite, ricoprendo ruoli dirigenziali e istituzionali. Vi presenterò una straordinaria donna: Valentina Bonomo, che ha fatto dell’arte la sua ragione di vita. Nel panorama dell’Arte Contemporanea la gallerista Valentina Bonomo, può essere considerata una fra le più autorevoli nel campo internazionale. Le si riconosce anche il merito di promuovere giovani artisti. La sua una dinastia di galleristi. Segue le orme di famiglia, ricalcando il percorso del padre, appassionato collezionista, ma soprattutto della madre, Marilena Bonomo, figura centrale dell’arte contemporanea in Italia. 

Partiamo da qui, Marilena Bonomo, sua madre, si dedicava agli artisti anteponendo il rapporto umano al successo di mercato. Lei che rapporto ha con i suoi artisti? Adotta lo stesso comune denominatore: rapporto umano in primis?                                                                  

Ogni gallerista ha un suo modo di rapportarsi agli artisti. Senz’altro la mia formazione, dati i precedenti, segue l’esperienza vissuta attraverso la galleria materna, con le differenze dettate dai tempi e da una città come Roma, che ha delle dinamiche molto diverse da quelle di Bari. Mi piace dedicarmi appieno alla progettazione delle mostre, credo che questo sia un privilegio che possiamo concederci solo noi galleristi che lavoriamo a stretto contatto con gli artisti che siano giovani, o già affermati. Il gallerista infatti, da non confondere con il mercante d’arte, non si limita alla divulgazione e alla promozione delle opere, ma partecipa alla parte più interessante che è quella della costruzione della mostra, il momento più appassionante per cui ogni nuovo progetto è sempre quello più coinvolgente e lo stimolo per andare avanti. Mi piace curare insieme agli artisti anche dettagli che possono sembrare superati, come per esempio gli inviti stampati su carta che ancora invio per posta. Inoltre l’attività della mia galleria include un progetto che è proprio l’espressione più chiara del rapporto umano che si crea tra gallerista e artista: la “Torre Bonomo”, un luogo d’arte più che una casa, una torre medioevale nel cuore di Spoleto, dove sin dai primi anni ‘70 gli artisti invitati da Marilena Bonomo, hanno vissuto e prodotto progetti, alcuni ancora visibili, concepiti per quel luogo e presentati durante il Festival dei Due Mondi. Ho tenuto a conservare l’identità della Torre che sotto la mia direzione prosegue la sua attività di residenza per artisti, parte del programma di residenze dei Mahler-LewittStudios. Quest’anno abbiamo ospitato in residenza alla “Torre Bonomo” Rä Di Martino, che ha prodotto il progetto “Allunati” presentato al pubblico in occasione del 64° Festival dei Due Mondi.

arte bonomo accardi

 

Nella sua galleria sono state realizzate molte mostre con artisti italiani e stranieri di fama internazionale: Liliana Moro, Enzo Cucchi, Brian Mekee, Mimmo Paladino col quale ha realizzato anche altre cose interessanti, ce ne vuole parlare? 

Data la mia esperienza cerco di non limitare il lavoro con gli artisti allo spazio di via del Portico d’Ottavia, considerando la galleria come un laboratorio di progetti aperto a diversi obiettivi.  In molti casi ho realizzato mostre in spazi pubblici e musei, basti ricordare tra gli altri Stephan Balkenhol ai Fori Imperiali, Brian Eno al Castello di Trani, Mimmo Paladino e Brian Enocon la mostra “Opera per l’Ara Pacis”. Tra i tanti progetti uno che mi ha veramente appassionato è stato “XXIV Andamenti”, una collaborazione molto riuscita tra Mimmo Paladino e Sol Lewitt che ha prodotto una raccolta di 24 dipinti su carta realizzati a quattro mani. Il progetto ha avuto una grande risonanza in Italia, dove è stato esposto alla Galleria Nazionale d’Arte Moderna e al Museo Archeologico di Santa Maria Capua Vetere, e all’estero presentato alla Estorick Collection di Londra. In questo periodo in cui i viaggi sono limitati e in cui la tecnologia ha plasmato un’epoca con nuove sfide, trovo molto stimolante realizzare progetti on-line in cui gli artisti elaborano delle immagini digitali che vanno dal video, al suono, a un testo su un tema specifico proposto dalla galleria. Con l’arrivo dirompente dei social network cambiamo i paradigmi di comunicazione, valorizzazione e vendita rendendo sempre più accessibile l’arte al grande pubblico internazionale. La divulgazione attraverso Internet offre delle possibilità inaspettate.

Su quali basi avviene la scelta di rappresentare un dato artista? E cosa comporta?

Non esiste un parametro unico. Per lo più sono stati incontri con personalità il cui lavoro ha provocato in me un interesse ed una emozione. L’intelligenza dell’artista entra in sintonia con il gallerista. Il gallerista investe a tutti gli effetti sull’artista, ogni scelta è molto rigorosa soprattutto perché non si tratta di un evento isolato, ma dell’inizio di un percorso. Ci occupiamo di rappresentare la bellezza e il nostro mondo col tempo si è strutturato affermandosi come un vero e proprio sistema. Si tratta del “sistema dell’arte” che include diverse professionalità. Achille Bonito Oliva lo definisce come “una catena di Sant’Antonio, in cui l’artista crea, il critico riflette, il gallerista espone, il mercante vende, il collezionista tesaurizza, i media celebrano, il pubblico contempla.” Il sistema dell’arte è sempre più paragonabile ad una catena di produzione industriale con una vera e propria filiera produttiva ed estetica. Esiste poi una linea sensibile che unisce le scelte della galleria. 

arte bonomo paladino

Lei dopo avere lavorato all’estero è ritornata in Italia. Perché ha scelto Roma piuttosto che Milano, città che offre più opportunità per artisti e galleristi, dal fiorente mercato e dalla economia più solida?

Ritornando dall’estero avevo una certa nostalgia dell’Italia ed in realtà scegliendo Roma ho privilegiato il lato umano piuttosto che le opportunità di mercato. Roma è una città che ha molti aspetti del Sud a cui inevitabilmente sono molto legata. Al mio arrivo a Roma alla fine degli anni ‘80, c’erano gli artisti e un certo mondo dell’arte con il quale avevo più familiarità. Infatti sono stata subito coinvolta da Achille Bonito Oliva a collaborare con lui e con gli “Incontri Internazionali d’arte” su dei progetti museali davvero prestigiosi. Questa collaborazione è durata per molti anni, anni in cui ho realizzato grandi mostre come “Minimalia” e “La transavanguardia Italiana” che mi hanno portato a lavorare all’estero da New York al Sudamerica fino a Shanghai. In particolare “La Transavanguardia Italiana” è stata tra le prime mostre di artisti italiani contemporanei ad approdare in Cina nel 2001. Parallelamente ho iniziato dapprima una collaborazione con mia sorella Alessandra nella galleria di Trastevere. In questa galleria abbiamo realizzato insieme un programma straordinario con artisti allora emergenti come Ugo Rondinone, Christopher Wool, Fischli-Weiss, ShirinNeshat e tanti altri. Nel 2002, poi, ho aperto la mia galleria in via del Portico d’Ottavia e lì è iniziata una nuova storia che continua ancora.  

La pittura spesso viene dichiarata “morta”, nonostante tutto è sempre tra noi, sarà nostalgia atavica, una sorta di rifugio più consono ai tempi in cui viviamo?

E’ indubbio che in questo momento ci sia una grande ritorno alla pittura. Già da qualche anno i giovani artisti provenienti da ogni parte del mondo producono di nuovo quadri. Nonostante ciò non credo ci siano delle tecniche che prevalgano sulle altre. Quello attuale è un momento in cui c’è una totale libertà d’espressione, ma per un artista ritengo che non si possa prescindere, per la composizione e la costruzione di un’opera, che sia video o immagine digitale, da una conoscenza del mezzo pittorico. Lo stesso Kounellis, un artista incredibilmente all’avanguardia anche per l’uso nelle sue opere dei materiali più disparati, si è sempre considerato “un pittore moderno e un uomo antico”. Oppure Julian Opie, artista inglese riconosciuto internazionalmente e che rappresento in Italia, le cui opere possono essere considerate “icone moderne”, poiché riprende i soggetti della pittura classica, principalmente paesaggi e ritratti, ricontestualizzandoli nel nostro tempo e traducendoli con le tecnologie più sofisticate.

arte bonomo tremlett

La gente ha più bisogno d’Arte in questo momento storico così difficile? Forse è proprio vero che l’arte ci salverà?

Sì, l’arte e la cultura in generale sono stati di grande aiuto in un periodo in cui tutto era fermo. Le mostre, il cinema, la letteratura e le passeggiate nelle città d’arte hanno la capacità di trasmetterci stimoli positivi, anche in momenti cupi, indipendentemente dalla nostra età o provenienza.

Arte e opere d’arte come proiezioni di un’aspirazione alla felicità?

Senza dubbio. È per questo che è molto importante coinvolgere sempre di più nell’arte le nuove generazioni, dato che in un certo modo sono loro ad aver risentito in modo particolare dell’isolamento in questi ultimi anni.

arte bonomo

Progetti futuri?

La prossima mostra in galleria è di un artista che stimo in modo particolare per la sua determinazione, per il senso di sorpresa che riesce a comunicare il suo lavoro e per la sua capacità di collegare due epoche diverse attraverso i media: quella della televisione e quella di Internet. Si tratta di Rä Di Martino con il suo nuovo progetto “La città di Bolo”. In cantiere ho altri progetti a cui tengo molto ma sono sempre in attesa dell’imprevisto. Occuparmi d’arte per me è una necessità…

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Mario Tassone

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