La Pietà del Gagini, il capolavoro custodito nella Chiesa Matrice di Soverato è un autentico trait d’union tra arte e fede

Maria Anita Chiefari

*di Maria Anita Chiefari*

Soverato è una ridente città calabrese nella Baia dell’Ippocampo che offre ai suoi cittadini ed ai suoi ospiti spiagge estese, clima mite, un golfo panoramico con acque azzurre ed incontaminate. Ma Soverato non è solo mare, affacci mozzafiato, cavallucci marini e lungomare: è molto di più. Perché a tutto questo si aggiunge un patrimonio storico e artistico degno di nota. L’attenzione del visitatore non può non focalizzarsi su un’opera scultorea di grande pregio: “La Pietà” di Antonello Gagini, datata 1521 e di cui in questo 2021 ormai agli sgoccioli si è celebrato il cinquecentesimo anniversario.

pietà gagini

Il capolavoro marmoreo è esposto nella navata destra della chiesa Arcipretale “Maria Ss Addolorata” di Soverato Superiore. Il suo custode è Mons. Giorgio Pascolo, storico e amatissimo parroco della comunità. Alla chiesa si affianca il Centro Studi “Antonello Gagini”, che con le sue numerose attività valorizza e promuove il capolavoro. Il nome dell’opera rimanda alla più famosa Pietà michelangiolesca, ma tranne che per il tema della deposizione, nulla rende somiglianti le due opere, anche se probabilmente il Gagini si è ispirato alla Pietà di Michelangelo. A conferma di ciò ambedue le opere sono marmoree e precisamente in marmo bianco, e ambedue non seguono lo stile prettamente classico che prevedeva il corpo della Madonna assolutamente verticale in opposizione a quello perfettamente orizzontale del Cristo, ma Maria, nell’artista fiorentino, è una giovane donna nel cui sguardo si legge tanta speranza che attenua la sua sofferenza.

pietà gagini

La Madonna del Gagini, al contrario, esprime un dolore più profondo ed umano che tocca l’animo di chi la guarda e vede in lei la sua stessa sofferenza di fronte alla morte e la sente così vicina da essere spinto a chiederle aiuto. La divina madre è una popolana di età avanzata che non sa nascondere lo strazio che le affligge il cuore, restando sempre composta e soave. Il Cristo morto si abbandona sul grembo della madre pur dando l’impressione di levitare leggermente, quasi a dimostrare la sua natura di entità spirituale, dando all’opera un’anima “immortale”. Per questi sentimenti che la scultura infonde in chi la guarda possiamo affermare che essa è ammirata non solo dagli appassionati d’arte, ma anche da coloro che di arte non si intendono, e non solo per la sua bellezza, ma anche perché si è trasformata in un’effigie da pregare. Il manufatto è, infatti, oggetto di culto, i fedeli si rivolgono alla scultura, come se si pregasse l’Effigie sacra della Madonna Addolorata, chiedendo di curare le ferite del corpo e dell’anima.

pietà gagini

Ecco come un capolavoro diventa il “trait d’union” tra arte e fede. La scultura ha tanto ancora da raccontare, perché è una storia scritta da uomini e da donne che nell’arte e nella bellezza cercavano una via per scalare il cielo. Se siete arrivati fin qui nella lettura vi domanderete: come mai la Pietà, simbolo di tanta bellezza, si trova a Soverato? In realtà il gruppo marmoreo proviene dall’antico convento agostiniano di Santa Maria della Pietà, oggi nel territorio di Petrizzi (CZ), fondato nel 1510 dal Beato Francesco Marino da Zumpano, che commissionò dettagliatamente l’opera nel 1520. La leggenda racconta che dopo la costruzione della chiesa di Soverato Superiore negli anni ottanta del Settecento, un gruppo di cittadini si recò presso il convento danneggiato dal terremoto del 1783, per trasportare l’opera del Gagini con un carro appositamente fatto preparare. Ma l’opposizione degli abitanti di Petrizzi spinse alla risoluzione di porre la statua sul carro e di lasciare ai buoi la decisione in merito alla sua destinazione definitiva, che ovviamente fu Soverato.

pietà gagini

La verità sarà sicuramente meno pittoresca, fatto sta che dagli inizi dell’Ottocento l’opera marmorea si trova a Soverato. Negli anni Sessanta l’amministrazione comunale dell’epoca fece restaurare il gruppo scultoreo dall’Opificio delle Pietre Dure di Firenze, in quanto il terremoto del 1783 o – secondo la recente ipotesi del critico d’are Gianfrancesco Solferino, esposta nella recente pubblicazione “Antonello Gagini e la Pietà Storia di un capolavoro riscoperto” Rubbettino Editore – l’esercito napoleonico l’aveva sfregiato e mutilato. Chi di voi visiterà la Pietà riceverà una grande lezione di amore per la bellezza e si farà portavoce di un appassionante invito a conservarla ed a promuoverla.

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Mario Tassone

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