Brunello Cucinelli, cachemire per passione, etica e dignità per missione

carlo piano

*di Carlo Piano*

Vige una regola draconiana nel borgo umbro di Solomeo, regno di Brunello Cucinelli e del suo capitalismo umanistico, incastonato sulla collina e lambito dal torrente Caina. «Il principio primo? Chi tratta male qualcuno, viene licenziato in tronco. Gli addetti alla pulizia qui li chiamiamo persone che mettono in ordine le cose. Non è solo questione di parole: come diceva San Francesco l’animo umano è di per sé gentile. Se ti poni in modo dolce e garbato accendi la bellezza…».

Filosofo, stilista, scrittore, mecenate e soprattutto imprenditore rivoluzionario che tra una passerella e un dividendo discetta di armonia, giusto profitto e dignità. Sulla sua tomba, un giorno che ci auguriamo remoto, sarà scolpito questo epitaffio: «Era una persona perbene che ha amato la bellezza». Una persona perbene, come gli raccomandava suo padre Umberto: «Sii un brav’uomo, guai a te se non rispetti la parola data».
Difficile definire questo ragazzo cresciuto contadino, che intendeva farsi prete, che si mise a studiare da ingegnere senza passare un esame, diventato un uomo ricco e famoso per i suoi pullover di cashmere colorato e che cita Seneca, Spinoza, Socrate, Ghandi, Marco Aurelio e su tutti l’imperatore Adriano: «Mi sento responsabile della bellezza del mondo». Parole impegnative, anche per uno che di nome fa Brunello.

brunello cucinelli

Per cercare una risposta bisogna addentrarsi nei cunicoli della memoria, scavare in un passato che affonda le radici nella cultura agreste. Tutto ebbe inizio a sedici anni quando la sua famiglia (che prima viveva in una cascina a pietra circondata da campi dorati di grano, oliveti e vigneti) si trasferisce nella grigia periferia di Perugia. Erano i tempi in cui imperava un malinteso senso di modernità. La fabbrica meglio della terra da coltivare, la città meglio della campagna, l’autobus meglio del tram…

Il padre ripose l’aratro e vendette i buoi per andare a fare l’operaio in un’azienda di prefabbricati in cemento armato. «A quarantacinque anni era nel pieno della forza, e non aveva nulla da ridire sulla fatica del lavoro né sul modesto salario; spesso però lo sentivo lamentarsi di essere umiliato dai suoi datori di lavoro. Lo vedevo deluso, turbato, con gli occhi lucidi; diceva: “Che cosa ho fatto a Dio per essere offeso così?”. Fui molto colpito dal suo dolore ingiustamente causato; mi sentivo impotente a difendere mio padre, ma dentro di me divenne chiaro che, pur non sapendo ancora cosa avrei combinato nella vita, in futuro avrei vissuto e lavorato per il rispetto della dignità morale ed economica delle persone. Per questo alla guida della mia azione di uomo e imprenditore c’è l’umanità».
L’idea che gli venne, dopo aver assiduamente frequentato per dieci anni quell’università di vita che era il bar, fu di produrre pullover di cashmere di alta qualità solo per donna e colorati secondo il gusto contemporaneo. E che, sfidando il consumismo dilagante, dovevano durare nel tempo e passare in eredità da una generazione all’altra. Innovazione e tradizione che fanno rima.

Ricorda i primi esperimenti: «Meraviglioso fu l’incontro con Alessio, tra i più esperti tintori al mondo. Mi recai da lui con sei pullover e gli chiesi di tingerli in sei colori diversi tra loro ma di toni non forti. La risposta secca fu: “Lei è pazzo a tingere il cashmere in questi colori”. Quasi per tutta una mattina cercai in ogni modo, supplicandolo, di convincerlo a soddisfare la mia richiesta. Alla fine, si concesse: “Proviamo, però non posso garantire il risultato”. È stato il momento di svolta nella mia vita…». L’intuizione, come il futuro avrebbe dimostrato, era stravincente. Tutti retribuiti con un salario superiore alla media e con orari non massacranti. «È inutile lavorare più di sei o sette ore. Io dico: staccate lo smartphone e vivete, passeggiate nei boschi e guardate le stelle…». Per gli antichi romani l’otium era l’occasione per stare con sé stessi, per rigenerare l’animo, per lo studio e per la cura degli ideali.

brunello cucinelli

Nel borgo umbro, oggi completamente restaurato e abbellito, vengono ad abbeverarsi di valori anche il fondatore di Amazon, Jeff Bezos e i re della Silicon Valley. Brunello, dopo averli costretti a spogliarsi degli smartphone, discute con loro di «garbata tecnologia», di «civilizzare la Rete» e della grandezza umanistica del genio Leonardo che sapeva coniugare arte e scienza, combinando la bellezza del passato con quella del futuro.
«Ho sempre immaginato che l’essere umano, se ha la possibilità, dovrebbe vivere dove è nato – sostiene Cucinelli – perché i primi anni della vita ti lasciano qualcosa di forte. La mia anima è qui, sono nato in un paesino a cinque chilometri da qui che si chiama Castel Rigone. Quando Bezos è venuto coi suoi amici in Solomeo, il primo tema che abbiamo trattato è dove sta la nostra anima, perché c’è un luogo dell’anima che ti porti dietro per tutta la vita. La nostra nazione è stata costruita sulla bellezza, sull’architettura, sulle arti, sui grandi valori e non sulla guerra. Io sono fiero di essere italiano».

Tra tutti i colori ne esiste uno che a Brunello non è mai piaciuto e infatti tende a escluderlo dalle collezioni: il verde. Quando aveva circa dieci anni la madre gli regalò un paio di pantaloni di fustagno verde, doveva indossarli il giorno di Natale. «Detestavo già allora quel colore – ricorda – sentivo dire che chi di verde si veste di sua beltà troppo si fida. Forse questo antico detto mi avrà condizionato, di fatto scavai una buca dietro l’orto e di nascosto vi sotterrai i pantaloni. Ma ecco Natale, ed ecco il giorno della verità: non mi ero messo le braghe verdi… Dissi di averle perse, ma poi non seppi resistere ai rimproveri della coscienza e svelai la verità a zia Ginetta. Ricordo con esattezza il luogo dove li sotterrai. Il verde rimane ancor oggi l’unico colore che non mi soddisfa, forse in ognuno di noi c’è qualcosa che ci portiamo appresso fin dalla nascita…».

Se gli si domanda il segreto del successo, lui racconta una storia. «Stai nel solco Brunello, altrimenti l’aratro mi va torto, mentre i solchi devono venire dritti», gli raccomandava il babbo, quando lui ragazzino guidava il vomere scintillante. «Perché?» chiedeva lui. «Perché dritti sono più belli», gli rispondeva con disarmante semplicità. La stessa cosa che si sente dire Goethe da un giovane contadino durante il suo Viaggio in Italia.
Dalla mamma impara pazienza e spiritualità, dal babbo il coraggio di sognare e di scegliere. Da entrambi la consapevolezza che qualsiasi progetto implica fatica e deve avere come fine ultimo l’uomo e la sua dignità.  Un ideale di bellezza, armonia con il Creato e ordine. Come si può vivere senza? A Castel Rigone la prima parte del raccolto di grano veniva sempre destinata alla comunità. Non l’ultima, la prima. Solidarietà e altruismo, virtù antiche e preziosissime nella sofferenza di oggi. Come si può vivere senza? Non si può.

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Mario Tassone

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