Alfonso Artiaco, i tanti volti dell’arte

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apollonia nanni

*di Apollonia Nanni*

E’ difficile raccontare chi realizza così tanto nel modo dell’arte da anni e continua instancabile, apportando un contributo culturale notevole alla propria città, da oltre trent’anni, esportando Artisti italiani ed importando i più grandi Artisti di livello internazionale. Galleria Alfonso Artiaco, sede recente, situata a Piazzetta Nilo, nel cuore di Napoli, parafrasando: un fiume d’arte! Ogni grande storia ha un palcoscenico naturale dove raccontarsi, io vi racconto uno fra i più grandi galleristi italiani a livello internazionale, lo scenario si apre iniziando dalla città più bella al mondo: Napoli! “L’aria di Napoli mi è di qualche utilità” soleva dire Giacomo Leopardi. Napoli è un mondo variegato e multiforme, il dialetto napoletano una lingua resa nota in tutto il mondo dai grandi interpreti napoletani, attraverso il cinema, il teatro, la musica, l’arte: Lea Vergine critico d’arte, Eduardo De Filippo, Totò, Pino Daniele e la sua “Napule è mille culure, Napule è mille paure, Napule è addore e’ mare” (…). Sofia Loren, Massimo Troisi, i grandi tenori, Enrico Caruso, gli scrittori: Raffaele La Capria, Luciano De Crescenzo, (tanto per citarne alcuni) che nel film: Il mistero di Bellavista, nel 1985, in occasione di una esposizione di Arte Contemporanea a Villa Pignatelli, il “professore” è accompagnato da due ignavi ragazzi che “incontrano” per la prima volta l’arte contemporanea attraverso l’arte di Burri, Fontana e Tom Wesselmann.

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Ed è proprio l’opera di quest’ultimo, esponente della Pop Art, pittore, scultore incisore, a suscitare nei due neofiti le maggiori perplessità: l’interno di un bagno con tanto di lavabo, specchio e gabinetto. Si innesca fra i fruitori occasionali una riflessione esilarante, molto attuale, su cosa è percepita come arte e cosa non lo è, fino al famosissimo interrogativo che Salvatore pone a De Crescenzo: un lavoratore dell’anno tremila ritrovando il bagno di Wesselmann, penserà di aver trovato un capolavoro o un “cesso scardato”? Morale della favola, ci si interroga circa l’autorevolezza e la permanenza dell’arte contemporanea. Eterna diatriba.

D Secondo lei L’Arte è relegata solo alle sfere intellettuali? Non crede che l’arte senza pubblico rimanga una liturgia ferma?

R L’idea dell’arte come fenomeno destinato ad una élite culturale è un concetto ormai superato. Negli anni ha visto aumentare il numero dei suoi fruitori in modo straordinario, il suo pubblico è oggi assolutamente molto vario, numeroso e sempre aggiornato.

D All’inizio del ventunesimo secolo chi sono secondo lei gli Artisti sottovalutati?

R Ci sono sempre stati artisti sottovalutati, ma generalmente quelli che hanno avuto qualcosa da dire vengono prima o poi rivisti con gli occhi che meritano. Si pensi, per citare il più celebre, a Caravaggio, il cui genio è stato riconosciuto solo nel ‘900.

D Arturo Schwarz, storico dell’arte, saggista, soleva dire: “Non si è nati invano alle falde di un vulcano” riferendosi al Vesuvio. Nascere a Napoli fa la differenza?

R Certamente Napoli ti da una capacità di affrontare i problemi con una maggior risolutezza, ma è anche il luogo che mi ha insegnato a riflettere e centrare ciò che è veramente importante.

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D Com’è iniziata la sua avventura nell’arte? Sovente le passioni nascono da bambino, o si ereditano dai genitori. Certo che per un bambino pensare di diventare un gallerista non è proprio come desiderare di essere artista. Per lei l’arte è stata una rivelazione?

R Un po’ l’uno e un po’ l’altro. Mio padre, come tanti professionisti provenienti da buone famiglie borghesi, collezionava quadri, ma nessuno degno di nota. Da bambino ero un pessimo disegnatore quindi capii che, qualora avessi avuto un ruolo in questo mondo, non sarebbe mai stato quello dell’artista. Poco prima che iniziassi il mio percorso, mi resi conto che altri, facendo i galleristi, erano riusciti ad esprimere anche in modo incisivo una certa creatività, anche se diversa da quella degli artisti.

D Ci sono stati molti visionari negli anni trascorsi che hanno creduto e investito in Artisti misconosciuti, spesso anche rischiando: Giuseppe Panza, grande collezionista, Leo Castelli che ha sancito il successo di molti, “cacciatore” di artisti, Lucio Amelio…Lei ha rischiato e fallito qualche volta nel fare scelte dettate dall’impulso?

R Chi opera in questo mondo può conquistare la gloria ma anche mordere la polvere. Le scelte che si fanno appartengono ad una condizione del qui ed ora. Con questa modalità puoi commettere errori, certo, e chi non ne ha commessi. L’importante è che il bilancio alla fine segni sempre un saldo positivo tra le cose giuste e quello che si è potuto sbagliare.

D Quello che ammiro in lei è anche la capacità di fare squadra. Fare sistema oggi, aiuta il mercato dell’arte?

R È quello che provo a fare da sempre, ma non sono convinto che esista un sistema dell’arte ed è questo uno dei motivi del limite della nostra azione sul campo internazionale. L’idea che una galleria sia la sola padrona del suo destino mi addolora e non mi fa piacere. L’idea di fare squadra nel mondo della cultura italiana, inteso nell’accezione più alta possibile, è ancora un risultato tutto da realizzare. In quest’ottica la creazione di Italics, un consorzio delle migliori gallerie italiane, è stata una sfida subito accettata.

D Art Basel è una fra le fiere d’arte più importanti al mondo, lei partecipa ormai da anni, anche questo 2021 l’ha vista partecipe con Artisti di calibro, Artisti innovativi e storici. Le fiere sono un ottimo trampolino di lancio per le gallerie e per gli artisti?

R Partecipo senza interruzioni alla fiera di Basilea dal 1994, delle fiere di arte in tutto il mondo questa è senza dubbio la più importante. Le fiere sono uno strumento di lavoro, utili per mostrare il mio programma ad un pubblico più vasto rispetto a quello che visita le galleria di Napoli.

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D Il suo rapporto con gli artisti: preferisce visitare gli studi, entrare nelle “stanze” dei creatori di sogni, o “navigare” su internet alla ricerca di nuovi talenti?

R Li vedo innanzitutto nelle mostre o visitando i loro studi, le opere vanno osservate dal vero. Conoscere direttamente l’artista, quando questo ha delle affinità profonde rispetto alle scelte che faccio, è il primo passo per creare un rapporto solido e costruttivo.

D Potremmo guardare ad un’arte più umana lontano dalle logiche di mercato? Ad ogni generazione di collezionisti equivale una nuova generazione d’artisti?

R L’arte deve essere arte, non un fenomeno al di fuori del mondo che si traduca con un cinico valore di mercato. Per la verità, chi in passato ha lavorato sul mercato tout court, può aver avuto un attimo di gloria, ma senza poi avere una continuità e finendo spesso dimenticati o accantonati. Non credo esista un’equazione tra l’età di chi compra arte e quella degli artisti. Esistono collezionisti più avanti negli anni che apprezzano e supportano giovani artisti, ma anche giovani collezionisti che prediligono maestri dal curriculum consolidato.

D Dopo la pandemia ritiene che assisteremo a un cambiamento epocale anche nel campo dell’arte, o comunque vigerà l’omologazione imperante?

R Non so esattamente cosa si voglia intendere per omologazione imperante, ma direi di no, così come la pandemia ha certamente influito almeno al momento sul dinamismo del mondo dell’arte. Gli spostamenti nel mondo sono adesso più limitati ma il rapporto con l’opera sarà sempre fisico. Durante la pandemia i social media ed internet hanno aiutato molto le gallerie ad uscire dal proprio isolamento forzato.

D La mia ultima domanda è di genere più sentimentale: per lei è più importante l’Arte o l’amore?

R È più importante l’amore, ovviamente.

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Mario Tassone

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