Pierluigi Virelli

Le suggestioni agropastorali di un etnomusicista sulle impronte del cammino millenario dell’uomo

di Rosita Mercatante

Pierluigi Virelli, professione: etno-musicista. La sua, infatti, sembra essere più una missione culturale ad ampio raggio che non semplicemente o unicamente musicale, giacché insiste con appassionata pervicacia e competenza nel divulgare la cultura agropastorale della sua terra, la Calabria, di cui la musica popolare – attraverso le ballate e l’utilizzo degli antichi strumenti – è solo una delle tante emanazioni. Con mille concerti già archiviati, suoni scovati e riproposti, parole millenarie riportate alla ribalta, odori e sapori trasformati in musica, canti e danza, Pierluigi Virelli si rappresenta come un esploratore dei segreti nascosti dietro le corde e i tamburi, i campanacci e il cuoio, il racconto degli anziani. Fiati, chitarre battenti, pipita, marranzano, fischietti, percussioni e zampogna sono i compagni fedeli di un’avventura di vita di questo artista trentaseienne folgorato, ad appena 14 anni, dal suono di un pastore su una strada di montagna. Un suono che non l’ha più abbandonato, spingendolo nelle braccia di suggestioni figlie delle tante culture stratificate nei luoghi e nei secoli che hanno attraversato il Sud.

Con questa premessa, quale ritieni essere  allora la definizione che di più si avvicina  alla tua sensibilità artistica? Quella, insomma, che avverti come la più coerente rispetto al tuo modo di essere?

Non sono mai stato convinto che le definizioni possano semplificare o rendere l’idea di ciò che fai, perché a volte potrebbero addirittura risultare fuorvianti e complicare tutto. Mi sento certamente di dire che sono un grande appassionato di musica, del linguaggio sonoro, coreutico, di tutto ciò che mi piace e mi fa stare bene; in tutto questo credo che la musica sia  un linguaggio nobile, al di là se la usi per farne il mestiere della tua vita o altro. L’importante è esserne dentro.

A un certo punto della tua vita sei emigrato. Normalmente chi emigra lo fa perché spinto da motivazioni drastiche, da esigenze lavorative oppure per un genuino bisogno di contaminarsi con altre culture. Nel tuo caso, sei andato via per studiare? Per capire meglio la tua terra vivendola da lontano? Per acquisire esperienze differenti? Cosa cercavi fuori dalla Calabria?

Quando sono partito non avevo ben chiaro se stessi cercando qualcosa di preciso: sicuramente mi piace dire che non sono emigrato ma semplicemente partito, perché a un certo punto della vita – da qualsiasi posto si parta e si provenga – credo sia fondamentale andare a scoprire, osservare, tentare di capire come funziona il resto del mondo, per una crescita umana e professionale. Non sempre ciò che è lontano geograficamente, e che sembra esserlo anche culturalmente, rappresenta davvero una distanza, soprattutto se poi tutto questo lo contestualizziamo nell’ambito della musica. Io sono partito per curiosità, alla volta degli Stati Uniti e delle capitale europee. Quando si è giovani si ha fame di conoscenza, di vedere ciò che non si conosce. Un semplice desiderio di aprirsi al mondo.

Una costante caratterizza l’espressione artistica rinvenibile nella tua musica popolare: quella di essere fieramente ancorata ad un mondo agropastorale che tu non solo canti e suoni ma che diventa oggetto di una tua appassionata ricerca attraverso le tradizioni contadine, la vita e il lavoro dei pastori, i gesti della quotidianità agreste. Questo tuo incessante ricorso alle origini… per trovare cosa?

Non so se si debba trovare qualcosa. Credo sia naturale voltarsi indietro per indagare e tentare di capire come e cosa l’uomo abbia comunicato determinati sentimenti, le proprie emozioni più ataviche attraverso diversi linguaggi. La civiltà agropastorale è una depositaria formidabile di questi contenuti in cui l’uomo vive in simbiosi con la natura. Non conoscere perciò quella vita, quella cultura, significa non conoscere l’uomo e il lungo tragitto che ha fatto nel corso dei millenni. Capire da dove arriviamo è la cosa migliore per prendere tutto ciò che di buono l’uomo ha creato e interiorizzato nel suo viaggio millenario, per custodirlo e trasmetterlo nel futuro.

È in imminente uscita un tuo lavoro musicale: puoi anticiparci qualcosa? Ci sono temi particolari su cui sei focalizzato ed il cui messaggio vorresti suonasse forte e chiaro?

Prima dell’estate uscirà il mio nuovo disco da solista. Vorrei rappresentare quel linguaggio sonoro che inizia con la storia dell’uomo ma che non finisce e non deve finire con il passato. Il tentativo è quello di darne una lettura contemporanea. Mi piace a tal proposito ricordare che recentemente è stato realizzato un documentario, intitolato “Ai piedi della Sila”, che ha lo scopo di raccontare cosa e quanto oggi sia rimasto della civiltà contadina in questa zona del Mezzogiorno d’Italia. Realizzato dai registi romani Francesco Cordio e Fabrizio Marini, è andato in onda lo scorso dicembre su Geo, la trasmissione di Rai3. Vita e mondo agropastorale, antiche tradizioni e musica: qui c’è la genuinità di un luogo e una perfetta armonia tra queste dimensioni. Potete vedere il documentario sul mio canale You Tube  o sulla mia pagina Facebook.

 

 

 

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