L’Editoriale

di Fabio Lagonia

 

Se esiste un posto sulla Terra dove poter avvertire la sensazione di trovarsi in un altro pianeta, quel posto non può che essere la Cappadocia. Situata un poco più ad ovest di quell’area mitica che fu la Mesopotamia del Tigri e dell’Eufrate, i cui toponimi rimandano di filato ai ricordi e alla conoscenza appresa sui banchi delle scuole elementari, è in questo angolo di mondo che la fantasia della natura si fa più bizzarra, amalgamandosi con l’abile maestria dell’essere umano che è riuscito ad adattarsi con armonia e delicatezza alle stravaganze di questo territorio. Un luogo fiabesco e surreale. Una morfologia unica ed irripetibile. Della Cappadocia sono tantissimi gli elementi che colpiscono e impressionano: questa è terra di canyon, grotte, rocce multicolori, siti rupestri. Ma ci sono due cose,  fra di loro antitetiche, che colpiscono in modo particolare: da una parte la presenza di strani e improbabili pinnacoli di origine lavica, conosciuti col soave nomignolo di “camini di fata”; dall’altra le numerose città sotterranee costruite da antiche civiltà. I primi guardano al cielo, protendendosi dichiaratamente verso l’alto con la loro strana forma appuntita come cappucci; le seconde si inabissano nel sottosuolo per decine e decine di metri, in un vertiginoso, nerboruto e inverosimile intreccio di tunnel scavati col favore della roccia tufacea, nascondendosi al mondo soprastante. Gli uni sono il frutto del perseverante procedere della natura lungo milioni e milioni di anni;  le altre sono figlie dell’ingegno e del lavoro umano spinto dalla necessità: homo faber fortunae suae dicevano i latini, e poi anche gli umanisti. In effetti l’uomo qui ha scavato e ha fatto tanto per trovare una propria dimensione di convivenza, di sopravvivenza. E di conoscenza. Ma, uscito fuori, quei pinnacoli sono sempre lì a ricordargli chi veramente è.

 

 

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