Le più belle farmacie d’Italia

paolo di giannantonio

*di Paolo Di Giannantonio*

“Adesso le veline non sposano più i calciatori ma i farmacisti”. La battuta circola sui social e non ha bisogno di spiegazioni. Racconta, con un pizzico di sarcasmo, i tempi Covid che stiamo vivendo. E suona strana perché questa categoria, se ci facciamo caso, quasi mai era finita sotto i riflettori. Eppure ci sono, alle spalle dei farmacisti, secoli di scienza, di cultura e di arte. Ed esistono, se vogliamo chiamarli così, anche dei veri e propri “musei”, cui basta dare uno sguardo per coglierne il senso della storia e dell’evoluzione della conoscenza umana in fatto di aiuto e sostegno alla salute. Sono le farmacie storiche, disseminate su tutto il territorio nazionale, delle quali consigliamo caldamente la visita. Sono – solo per citarne alcune – a Roma, Venezia, Firenze, Parma, Ferrara, nel Frusinate, nel Messinese, nell’Anconetano. Luoghi pieni di fascino e di eleganza, paragonabili solo alle antiche biblioteche delle quali l’Italia è anche molto ricca. 

In origine c’erano gli stregoni, maghi, sciamani e maliardi; ma ci sono voluti secoli per arrivare ad Ippocrate, Galeno, Avicenna e Paracelso. Per essere riconosciuti come “uomini della medicina” si doveva avere un ventaglio di conoscenze che comprendeva l’astrologia, lo studio delle fasi lunari, i riti e le invocazioni da rivolgere agli dei (i greci veneravano prima di tutti Apollo e poi suo figlio Esculapio, divenuto patrono della medicina), la sperimentazione empirica delle proprietà delle spezie, delle erbe e delle acque minerali. Pozioni e preparati, impiastri e pasticche erano segreti che si conservavano gelosamente, in famiglia, per generazioni e generazioni. Il primo medico, con una forte caratteristica scientifica, al quale si attribuisce un trattato di anatomia, è il pitagorico Alcmeone, nato nella potente e sviluppatissima Crotone. 

farmacie

Chi cura conosce anche le sostanze per curare. Una distinzione più moderna dei ruoli tra dottore e speziale la si registra a Firenze, tra il XII ed il XIII secolo, quando si istituzionalizzano le arti o corporazioni. Quelle maggiori sono sette, quelle minori dodici. Tra le maggiori: giudici e notai, mercatanti, quelli dell’arte dei cambi, dell’arte della lana, dell’arte della seta. E poi i medici e gli speziali. Era la borghesia che si faceva spazio nella vita economica, sociale e scientifica delle città, motore di sviluppo ed innovazione. Il più famoso degli Speziali, ma, forse, il meno “dotato”, è nientedimeno che Dante Alighieri, il sommo poeta. Non pare che avesse una predilezione particolare per questa scienza. Ma a Firenze, all’epoca, chi voleva fare politica, e quindi accedere a cariche pubbliche, doveva essere iscritto ad una delle sette arti maggiori. E lui scelse questa confraternita, forse perché c’era una forte base teorica che si fondava sulla filosofia aristotelica, fondamentale nella formazione culturale dell’autore della Divina Commedia.

Curioso che all’arte dei Medici e degli Speziali fossero associati, negli anni, anche sellai, pittori, venditori di cera, cappellai, materassai, barbieri e persino… beccamorti. Mestieri molto diversi ma che avevano in comune l’uso e la trasformazione di sostanze, di spezie, che avevano a che fare con processi chimici. Il senso di questa incredibile storia lo si può respirare se si ha la fortuna di visitare la farmacia di Santa Maria Novella a Firenze, la più antica d’Europa. Luogo magico, che è rimasto in attività per ben quattro secoli. Cominciarono i monaci domenicani: coltivavano le erbe che utilizzavano, poi, per fare balsami, pomate e medicine. Distillavano fiori, estraevano essenze, creavano elisir. E’ documentato che già nel 1381 fosse conosciuta la loro acqua di rose che veniva utilizzata come disinfettante, soprattutto nei periodi di epidemie. Nel 1612 la spezieria si specializzò anche in profumi che rapidamente divennero noti in tutta Europa e che vennero esportati anche nelle Indie e in Cina. 

farmacia roma

 A Roma, in Piazza della Scala, nel cuore di Trastevere, è visitabile, su appuntamento, l’Antica Spezieria di Santa Maria della Scala. Acquisita dal Ministero della Cultura, è gestita ancora dai frati Carmelitani Scalzi e, in futuro, diventerà un museo. Anche qui la Storia la fa da padrona e suscita emozioni e stupore. Istituita a ridosso del 1600, la farmacia/spezieria ha funzionato, infatti, fino al 1954. Guida la visita un giovane frate di origine indiana, gentile e molto competente. Ci furono guarigioni miracolose, racconta, che convinsero Papa Clemente VIII ad erigere una chiesa in onore della Madonna della Scala. E i frati si applicarono allo studio delle erbe, delle spezie, dei minerali, delle acque. Crearono nuove ricette, fecero molta ricerca. Il tutto è conservato in una biblioteca che conta sei-settemila volumi, il più importante dei quali è “L’Erbario” di Fra Basilio della Concezione, immortalato, con un gruppo di discepoli, in un quadro di Pierleone Ghezzi.

Ampolle, mortai, contenitori, macchinari, dipinti, decorazioni, legni raccontano i progressi della scienza degli speziali/farmacisti. Su una giara la scritta teriaca. E qui la narrazione si fa oltremodo interessante. Il termine deriva dal greco therion, che vuol dire serpente. Quindi veleno e infine, per il principio di enantiosemia, anche antidoto. La leggenda narra che Mitridate, re dell’Epiro, temendo di essere avvelenato, seguì il consiglio del suo medico di fiducia, Crateva, e cominciò ad assumere dosi minime ma sempre crescenti di veleno di vipera, e di altre sostanze letali, finendo per immunizzarsi. Per mitridatizzarsi, appunto. Nerone si appropriò della ricetta e la fece arricchire con altri elementi. E lo stesso fecero i suoi successori, finché la teriaca arrivò, dopo anni ed anni, a contenere 57 sostanze. Galeno, da parte sua, vi aggiunse l’oppio e altri chimici persino la polvere d’oro e quella delle perle. A Venezia, porto dove arrivavano spezie da tutto il mondo, la medicina veniva preparata in pubblico, in Piazza San Marco, davanti a tutti. Cosa ancor più sorprendente, doveva maturare in botte per sei anni prima di essere utilizzata e durava per quaranta/cinquant’anni. Era una pomata da spalmare esternamente o da allungare con liquidi per essere bevuta.

farmacie

La teriaca divenne, di fatto, un polifarmaco, capace di curare molti mali. Da qui la definizione di panacea. Fantasie? Illusioni? Beh si consideri che fu utilizzata per duemila anni e che l’ultima fu preparata nel 1907 nella Spezieria di Napoli. Dalle spezierie, comunque, uscirono molti medicamenti. La bravura stava nel conoscere le proprietà delle diverse sostanze, ma soprattutto nei dosaggi. Paracelso, infatti, diceva che “ogni droga è veleno; è la dose che salva”. E anche nel termine “farmacia” vi è un elemento di enantiosemia. Perché, già dal significato greco originario, intende sia veleno sia antidoto. I Carmelitani Scalzi, a Roma, divennero straordinariamente popolari nel 1700 perché, durante il terribile periodo della pandemia pestilenziale, aprirono il loro portone ai malati e distribuirono l’“acqua anti-pestilenziale”. Sarebbe facile fare paralleli con l’oggi. Davanti a quel portone, però, campeggia ancora oggi una scritta che, tradotta dal latino, recita: Non li guarì né l’erba né il preparato delle erbe; ma è la tua parola, o Signore, che risana tutto quanto”.

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