Langhe, terra di nocciole, buon vino e tartufi

federico quaranta

*di Federico Quaranta*

“Mi fissai a contemplare San Benedetto nella conca sottostante, scuriva, dalle case arrivavano le prime fumate azzurrine, fra poco la campana avrebbe dato l’ultimo rintocco di quel giorno e il messo comunale avrebbe acceso l’unica lampada pubblica sulla piazzetta. Allora capii che ancora per quella sera non potevo fare assolutamente a meno di tutte quelle cose e che il tornare a casa mia era tal qual l’andare in esilio”.

Sono le parole di un racconto di Beppe Fenoglio che qui a San Benedetto Belbo, il paese del parentato paterno, trascorreva tutte le sue stati in compagnia di Placido e dei suoi amici ed è proprio da qui che comincia il nostro cammino in terra di langa per capire come questa che il poeta chiamava terra della malora si sia trasformata in soli pochi decenni in quella della fortuna.

Fuori da ogni romanticismo e da arcaiche idee pastorali, la nostra storia contadina è una schiena spezzata all’infanzia uomini che sono uomini fin da bambini. La malora è il romanzo capolavoro di Beppe Fenoglio ambientato su queste colline racconta meglio di qualunque altro la vita delle Langhe all’inizio del secolo scorso.

Erano i tempi della mezzadria quando la povera gente era disposta a lavorare la terra del padrone in cambio di un baratto. Al latifondista veniva portato un dono nell’atto della richiesta: metà del raccolto a fine anno e un dono nel momento in cui veniva consegnata tutta la mercanzia. Fra i mezzadri il denaro praticamente non veniva utilizzato ci si scambiavano i doni della terra e la forza lavoro spesso rappresentata dai propri figli, ragazzi giovanissimi, costretti a spaccarsi la schiena. La famiglia molto spesso era costretta a patire la sofferenza dell’abbandono per vincere i morsi della fame.

Un quarto di bue, mezzo cappone, una balla di fieno poteva essere scambiata con una camicia realizzata da un sarto, una bottiglia di vino o una giornata intera di lavoro. L’Italia fino al secolo scorso era anche così, uomini disposti a sacrificare la loro stessa vita o quella di loro figli per garantirci la libertà in cui adesso noi viviamo.

Sono in molti gli scrittori che hanno saputo descrivere la provincia italiana ma nessuno meglio di Beppe Fenoglio è stato capace di concentrare all’interno di un’osteria un mondo, la stessa vita vissuta. E’ il caso ad esempio dell’’osteria “La cenza di Placido”. Cenza sta per licenza quella che era necessaria per poter somministrare Sali e Tabacchi, ma qui venivano venduti anche i vini i cibi e altri generi di conforto ai viandanti che da li transitavano. La Cenza è chiusa ormai da molti anni, anzi è in via di ristrutturazione ma si possono ancora percepire i rumori classici di un paese di alta Langa. Gli schiamazzi, i pettegolezzi, le battute spesso feroci, sarcastiche e magari lo schiocco di uno schiaffo tirato al termine di una partita di carte finita male e poi… la noia. Interrotta da un rumore che arrivava da lontato, da Alba. La corriera saliva fino in alta  Langa. Fenoglio la chiamava “La madama”. Poi la pioggia e il vento che spirando lungo la valle ancora oggi mette paura. 

SERRALUNGA D’ALBA (CN)

“Alba la presero in duemila il 10 ottobre e la persero in duecento il 2 novembre dell’anno 1944”. Comincia così uno dei racconti di Beppe Fenoglio dal titolo “I ventitré giorni della città di Alba” dove si narra l’impresa dei giovani partigiani che qui nelle Langhe combatterono eroicamente il nazifascismo.

La città, anche se per pochissimi giorni, fu considerata una Repubblica autonoma partigiana: un simbolo della Resistenza.

Su queste colline, nonostante la povertà, la miseria e la malora, furono in molti ad imbracciare il fucile dandosi alla macchia. Erano solo ragazzi disposti a nascondersi nei boschi scommettendo la vita per la patria e per la libertà.

serralunga

La testimonianza Oscar Farinetti

“uno di questi era mio padre. Il cosidetto mitico comandante Palo (?), era un eroe dalle nostre parti perché liberò dei condannati a morte. Lui andò per prenderne 6 e poi ne liberò 17 delle carceri di Alba.

Il mio ricordo di quand’ero bambino, giravo ad Alba per la mano con mio padre e vedevo la gente che lo ringraziava, erano i parenti o gli stessi che aveva liberato, perchè erano passati solo 15 anni. Per lui fu un periodo pazzesco perchè immagina chi ha vissuto a 20 anni quei 20 mesi dall’8 settembre del ‘43 al 25 aprile del ‘45. Gli è rimasto nel cuore per tutta la vita. Chi ha fatto il partigiano lo è stato per sempre. Perché erano dei valori premianti, fortissimi. Pensa se non ci fossero stati quei giovani… Non avremmo la Costituzione, saremmo stati come Berlino.

D Tuo padre ha conquistato Alba. Mi racconti questo evento controverso?

R Mio padre era contrario nel ‘44 a prendere Alba, i famosi 23 giorni, che Fenoglio racconta molto bene, perché non c’erano ancora le condizioni per vincere e riuscirci. Infatti la presero per pochi giorni e poi la persero. Però poi non molti mesi dopo, nell’aprile del ‘45 la presero veramente.

D Oscar, mio nonno Bartolomeo, partigiano anch’egli, non voleva mai a raccontarmi queste cose. Mi diceva non sono storie per i bambini…

R Mio padre era della categoria di tuo nonno. Non parlava di quelle storie. Io seppi molto di più dai suoi amici, da mia mamma. Lui ebbe sempre una grande ritrosia. poi però negli ultimi anni della sua vita si è liberato. sai una cosa che mi onoro che mio padre mi ha sempre raccontato: lui non ha mai fucilato nessuno! Quando prendeva un prigioniero lo teneva per poterlo scambiare con un prigioniero partigiano. Era contrario alla violenza di per se. Purtroppo, mi ha raccontato, in battaglia fu costretto ad uccidere delle persone ma sempre con il pianto nel cuore.

oscar farinetti

 CLAVESANA (CN)

«Il sole non brillò più, seguì un’era di diluvio. Cadde la più grande pioggia nella memoria di Johnny: una pioggia nata grossa e pesante, inesauribile, che infradiciò la terra, gonfiò il fiume a un volume pauroso e macerò le stesse pietre della città» E’ così che Beppe Fenoglio descrivere il fiume Tanaro dalle pagine del “Partigiano Johnny”, un fiume che sapeva anche mettere paura e portare devastazione con le sue piene nelle campagne circostanti, ma in realtà il Tanaro è un fiume che ha una storia antichissima nasce nelle Alpi Liguri e attraversa il Piemonte per 250 km prima di buttarsi nel Pò. Con il suo corso divide la zona della provincia di Cuneo in due aree distinte quella delle Langhe più ordinate e pettinata e quella del Roero forse la parte più selvatica e più spettinata.

E’ il Tanaro ad aver disegnato la morfologia di quest’area geografica 250000 anni fa è stato il protagonista di un fenomeno che i geologi chiamano “cattura del Tanaro”. Ma che cos’è una cattura fluviale? Avviene quando un fiume in virtù della sua forza erosiva riesce ad aprirsi un varco nell’alveo di un fiume adiacente e lo costringe a cambiare il proprio corso. Ovviamente questo comporta degli enormi sconvolgimenti in termini di portata e di aumentata potenza erosiva. Questi sconvolgimenti si manifestano oggi in una ricca presenza di gole, forre, canyon e calanchi come quelli di Clavesana!

Durante l’era del terziario circa 30 milioni di anni fa la Pianura Padana come la conosciamo oggi non esisteva, era infatti occupata da un bacino marino, una sorta di Mediterraneo primordiale, tanto se la propaggine più occidentale prende il nome di “bacino terziario piemontese”.

E in questo bacino che si sono depositati i sedimenti che oggi costituiscono l’ossatura principale della collina di Torino, del Monferrato, delle Langhe e del Roero, sedimenti che si sono sollevati grazie ad importanti movimenti tettonici gli stessi che hanno dato vita alle Alpi e agli Appennini. Le rocce che affiorano si sono dunque formate in ambiente marino e poi si sono elevate a questa quota grazie a piegamenti e fratture della crosta terrestre, sono proprio questi eventi geologici che ci permettono oggi di ammirare i Calanchi di Clavesana la parte più selvaggia e più originaria delle Langhe.

langhe

CORTEMILIA (CN)

Per Beppe Fenoglio le terre della malora della fame e della povertà erano in particolare l’alta Langa non quelle dei vigneti ma delle nocciole e dei Boschi. Tra l’altro i contadini di qui stavano tradendo la loro terra cercando fortuna nella catena di montaggio a Torino ma nel dopoguerra ecco la svolta, un uomo inserisce nelle proprie ricette eccelse di pasticceria la nocciola dell’alta Langa e intuisce anche che gli stessi contadini che le coltivavano potevano essere la forza lavoro utile a sviluppare i propri laboratori e pertanto organizza un sistema di corriere che attraversavano tutte le Langhe per prendere e riportare a casa gli stessi operai. Capite che genio: materia prima di altissima qualità, manodopera specializzata e la possibilità data a quei contadini di non abbandonare la propria terra le proprie origini e le proprie tradizioni quell’uomo era Michele Ferrero!

Incontro Stefano, lui è nato qui. La sua famiglia abita le Langhe da generazioni.

D Stefano, che rapporto intenso c’è tra la nocciola e la Langa in particolare in questa terra dove hai deciso di venire a vivere con la tua famiglia… l’alta Langa. 

R L’intuizione principale è riuscire a utilizzare questo frutto che era considerato una seconda chance per la terra perché la prima era il vitigno, la zootecnia. Dove non cresceva nient’altro mettevano due nocciole, oggi invece si mettono nocciole in punti dove una volta si metteva il grano o il mais. 

D Ti aspetti che i tuoi figli facciano la stessa cosa? 

R Certo che mi aspetto che lo facciano, sarà difficile ma… ci sono troppi specchietti per le allodole in giro sai vedono qualcos’altro però se vengono a lavorare nell’azienda con me io sarò contentissimo. 

Ogni volta che incontro i muretti a secco, e ne ho visti tanti, mi pongo sempre la medesima domanda: chi li ha fatti? Non esiste un’incisione, una targa e non si trovano i nomi nemmeno sul libro di storie. Eppure questi sono monumenti alla fatica, era necessario ricavare un po’ di terra fertile per sfamare la famiglia. Gli uomini che l’hanno eretti non hanno ricevuto l’ordine da un papà da un re o da un ricco committente ma erano schiavi di una padrona ben più feroce: la fame! Un giorno proprio qui in alta Langa incontrai un vecchio e gli chiesi perché continui a costruirli? Lui guardandoli mi rispose: quando conoscerai la povertà capirai tutto!

BAROLO (CN)

Le Langhe sono così, ti sembra di conoscerle già. Se le hai percorso almeno una volta salendo gli infiniti tornanti che serpeggiano su queste colline e come se girassi in tondo intorno al punto di partenza, per orientarti hai bisogni di punti di riferimenti. Me l’ha insegnato Bartolomeo. Devi cercare un castello, una torre che svetta sulla collina, una cinta muraria o le cascine addossate su questi promontori.

Comincia tutto tra il 1830 e il 1850 in un fazzoletto di terra compreso tra Grinzane Cavour, Barolo e Pollenzo. Gli attori in scena sono quattro: Camillo Benso Conte di Cavour, la Marchesa Juliette Colbert e il suo enologo il Conte Oudart e il Generale Francesco Staglieno. Dopo un primo fallimentare esperimento con dei vitigni importati dall’estero, capiscono che devono puntare su un prodotto locale: il Nebiolo. Fin dagli inizi del’500 veniva coltivato in langa ma dava un prodotto scarico di struttura, colore e gusto.Loro invece scommettendo su quel vitigno autoctono vogliono sfidare i poderosi francesi creando un vino rosso longevo e capace di sopportare lunghi viaggi. Nasce così il Barolo!

barolo

SERRALUNGA D’ALBA (CN)

Serralunga d’Alba è uno degli undici comuni dove è possibile produrre il Barolo, questa immensa tenuta, già utilizzata come riserva di caccia, fu acquistata dal Re Vittorio Emanuele II su consiglio del primo ministro Camillo Benso Conte di Cavour per regalarla alla sua amante Rosa, Rosina per tutti, la ragazza di umili origini giovanissima quando incontrò il sovrano, aveva appena compiuto 14 anni e lui già 28. Era sposato con la regina Maria Adelaide d’Asburgo Lorena che gli diede otto figli, alla morte della sovrana nel 1851 il re potè finalmente vivere alla luce del sole la relazione con la bella Rosina Vittoria e Emanuele Alberto. Fù proprio lui a intendere le potenzialità del Barolo trasformando questi territori selvaggi in una vera e propria Cattedrale del vino. 

Monforte D’Alba

Se dici Langhe ti vengono in mente il vino, le nocciole e il tartufo. 

Ma che cos’è esattamente un tartufo? Molti lo scambiano per un tubero ma in realtà è un fungo ipogeo cioè che compie il suo intero ciclo vitale sotto terra, in totale simbiosi con l’apparato radicale di alcune specie di alberi. Il tartufo più commerciato al mondo e più famoso è sicuramente il tartufo bianco il cui nome scientifico è tuber magnatum pico, la stagione di raccolta e l’autunno, il mese diciamo migliore per trovarlo è ottobre, ma i trifolai più bravi lo riescono a cavare fino a dicembre. Il tartufo bianco è un tartufo molto esigente, cresce infatti soltanto in terreni di tipo marnoso/calcareo caratterizzati da un buon livello di areazione ma non troppo permeabili questo perché fondamentale è l’umidità, soprattutto se abbiamo avuto un’estate molto siccitosa. Gli alberi sotto i quali possiamo trovarlo sono le querce i pioppi e i salici che un buon cercatore di tartufi sa individuare molto bene, non solo, sa anche valutare ad occhio l’estensione dell’apparato radicale in modo da dirigere con cura il lavoro del cane.

Come avviene il cambiamento, perché una terra definita “della malora” si trasforma in quella della fortuna? Il merito lo si deve anche alle osterie, ai ristoranti. Artigiani capaci di trasformare le eccellenze di questo territorio in ricette ambite dai buongustai di mezz’Europa. Vere e proprie istituzioni che sanno mantenere in vita un borgo di poche anime come questo diventando il punto di riferimento dell’intera comunità d’altronde lo diceva anche Beppe Fenoglio: “quando certi giorni il cielo sembra schiacciato sulle colline bisogna cercare un riparo entrare in un posto familiare sicuro prima che la nebbia ti ingorghi i polmoni”.

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Mario Tassone

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