La cultura è uno dei cardini del Recovery – Intervista al Ministro Dario Franceschini

*di Carlo Piano*

 

La rinascita degli splendidi borghi disseminati per l’Italia che sono le radici della nostra identità, l’impegno per il Sud dove il turismo culturale deve ancora crescere e poi una Hollywood europea a Roma. E soprattutto la collaborazione tra pubblico e privato, strumento indispensabile per valorizzare un patrimonio artistico senza eguali. Il ministro della Cultura, Dario Franceschini, in questa intervista esclusiva a Mediterraneo e dintorni, racconta quello che ha fatto, sta facendo e farà con i fondi in arrivo dall’Europa. Si tratta di investire sulla bellezza che è nello stesso tempo la nostra anima e il sistema produttivo trainante del Paese. Con una speciale attenzione al Sud, dove è essenziale che lo Stato venga coadiuvato da donazioni private che ancora latitano e dove anche la cultura soffre di una endemica carenza di collegamenti con il resto d’Europa. La soluzione? Due infrastrutture fondamentali: la ferrovia ad alta velocità e il ponte sullo Stretto.

agrigento cultura

Qualcuno tempo fa sostenne che con la Cultura non si mangia…

«Questa frase risale a oltre dieci anni fa: non l’ho mai condivisa, al punto che, al momento del giuramento da Ministro per i Beni Culturali, dichiarai di assumere l’incarico di guidare uno dei principali ministeri economici del Paese. In ogni caso, si tratta di un’affermazione indicativa di una mentalità che vuole la cultura tra i primi settori sacrificabili in tempo di crisi. Preferisco di gran lunga l’approccio di Churchill, il quale, quando gli fu proposto di ridurre i fondi alla cultura per sostenere la spesa bellica, rispose: “Ma allora per cosa combattiamo?”. La verità è che l’insieme delle industrie creative italiane e delle imprese del sistema produttivo culturale, come riportano molti studi indipendenti, rappresenta il 5,7% del valore aggiunto italiano, oltre 90 miliardi di euro, e occupa oltre un milione e mezzo di persone».

In un’intervista su Le Monde lei dice che la Cultura, oltre a essere un bene per l’economia, è anche un dovere morale…

«Di questo ci siamo accorti nel corso di questa pandemia, quando la cultura è divenuta un valore identitario attorno al quale si è stretta la comunità. Il primo DanteDì, celebrato in pieno lockdown, lo ha pienamente dimostrato: in quel momento di forte sbandamento, le persone di sono sentite unite attorno alla figura di Dante, con migliaia di iniziative spontanee sorte in tutto il Paese. La cultura è la nostra anima: ci dice da dove veniamo, chi siamo e dove stiamo andando. Per questo prendersene cura è in ogni senso un dovere morale».

Pubblico e privato devono collaborare per sostenere la cultura. Come fare?

«Uno dei primi provvedimenti quando divenni Ministro dei Beni Culturali fu l’introduzione dell’Art Bonus, una forte agevolazione fiscale per chi investe in cultura che non ha pari in Europa. In sette anni è stato donato oltre mezzo miliardo di euro per interventi di restauro, o per il sostegno di realtà dello spettacolo. La gran parte di queste risorse è arrivata da cittadini, spesso rispondendo a iniziative di crowdfunding. Mi aspetto molto di più dalle grandi aziende italiane, che proprio in un momento come questo devono sentire la responsabilità di restituire al Paese ciò che le fa forti nel mondo. Dietro ogni impresa italiana all’estero c’è infatti il nostro patrimonio culturale materiale e immateriale. È nell’interesse stesso delle grandi aziende contribuire alla sua tutela e valorizzazione».

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Tra gli esempi positivi di cooperazione lei cita il Fai, che ha come mission quella di proteggere e valorizzare la bellezza del Paese

«Il Fai è una realtà straordinaria del volontariato italiano, di cui condivido finalità, obiettivi e metodo di lavoro». 

Quale ruolo giocherà la cultura nella ricostruzione post pandemica finanziata con il Recovery Plan?

«La cultura è uno dei cardini del Recovery. Non a caso l’approvazione della Presidente della Commissione Europea, Ursula von der Leyen, è stata comunicata al Presidente del Consiglio, Mario Draghi, negli studi di Cinecittà, una delle nostre industrie creative di maggior prestigio. Con oltre 6 miliardi e mezzo di euro nel Pnrr (Piano nazionale ripresa resilienza ndr), sarà proprio la cultura a trainare la ripartenza del Paese, investendo su bellezza e creatività italiane. Le linee di azione sono molteplici: dal recupero e rilancio di grandi attrattori culturali nelle città alla rivitalizzazione dei borghi, dagli interventi antisismici sui luoghi di culto al potenziamento dell’industria cinematografica fino a un forte impulso alla digitalizzazione». 

Gli investimenti interesseranno non solo le città d’arte ma anche i borghi disseminati e abbandonati lungo la Penisola e i casali… cammini, ciclabili, hotel diffusi…

«Stiamo parlando delle radici stesse della nostra identità, territori a cui dobbiamo i nostri caratteri originali. Per il rilancio dei borghi, il Pnrr ha stanziato oltre un miliardo di euro. Il varo del decreto per l’assegnazione dei fondi è uno dei primi traguardi assegnati al MiC (Ministero della cultura ndr) nella cronotabella di marcia per il rispetto degli obblighi contratti con l’Europa nell’utilizzo dei fondi Next Generation UE: il provvedimento dovrà essere infatti in vigore entro il 30 giugno 2022. A queste risorse si sommano gli investimenti fatti nel contesto del Piano Strategico Grandi Progetti Culturali, a partire da quelli per il recupero dell’antico tracciato storico della Via Appia, e i fondi per il recupero dell’edilizia rurale».

C’è anche il progetto di fare di Cinecittà una Hollywood europea…

«Ben 300 milioni di euro del Pnrr andranno finanziare un articolato progetto di rilancio di questa prestigiosa industria culturale creativa, che verrà trasformata in un grande hub del cinema europeo. I fondi serviranno all’ampliamento degli studi cinematografici, a creare una struttura tecnologicamente innovativa, a farne un luogo di formazione d’eccellenza grazie alla collaborazione con il Centro Sperimentale di Cinematografia».

Parliamo di cultura come aggregante sociale, essenziale per rinvigorire il valore della partecipazione.

«Questo importante attributo della cultura si è reso pienamente evidente nel 2014 con la virtuosa competizione fra alcune città italiane per il titolo di Capitale Europea della Cultura 2019. Quella energia, che ha mobilitato le comunità attorno a dei progetti culturali capaci di innescare una crescita sostenibile del territorio, è stata incanalata nella contesa per la Capitale Italiana della Cultura e in quella per la Capitale Italiana del Libro, quest’anno alla prima edizione: ho ancora vivi nella memoria i momenti di gioia e emozione che hanno accompagnato ogni proclamazione, segno di un’autentica partecipazione».

Il green pass sta spingendo le persone ad andare a concerti, musei e teatri?

«I numeri danno piena evidenza di quanto il green pass e il continuo progredire della campagna vaccinale aiutino a soddisfare la voglia di cultura degli italiani, che stanno scegliendo di frequentare il patrimonio culturale e i luoghi dello spettacolo. Ciò giustifica il lavoro condotto insieme al Comitato Tecnico Scientifico per superare le misure di distanziamento e i limiti di capienza per queste strutture».

Saltiamo a Venezia: dal primo agosto le grandi navi non sfilano più davanti a San Marco, come sta andando?

«Chiunque in questi ultimi anni sia passato a Venezia è rimasto impressionato dal passaggio di navi gigantesche, del tutto fuori scala rispetto al contesto veneziano, passare in luoghi così fragili come il Canale della Giudecca o davanti a San Marco. Il governo ha finalmente fermato questo passaggio, trovando una soluzione per realizzare il loro approdo fuori dalla Laguna come ha chiesto l’Unesco da tempo». 

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L’accesso alla cultura divide ancora Nord e Sud? Leggo dai dati Istat che su 4.976 istituti museali solo 257 si trovano in Sicilia e 173 in Calabria. Stiamo parlando della Magna Grecia…

«Partendo dal fatto che nel Sud esistono prevalentemente musei pubblici, mentre al Nord è importante la presenza di istituzioni private, è doveroso sottolineare quanto vi siano delle sfumature che restituiscono un quadro più complesso della situazione. Da qualche tempo, ad esempio, il numero annuale dei visitatori nei musei statali in Campania ha superato quelli della Toscana, e allo stesso modo, per quanto riguarda il cinema, la risposta alle diverse iniziative promozionali realizzate insieme a Anica e Anec per portare il pubblico in sala è stata sempre molto più importante al Sud. D’altro canto, i numeri dell’Art Bonus indicano che al Nord le donazioni alla cultura sono molto più diffuse e consistenti che al Sud. Lo Stato ha investito parecchio per superare queste disparità, con la creazione di molti musei autonomi nel Sud, ma la sua azione non può e non deve essere sufficiente. Con il Pnrr il Sud ha una epocale opportunità di sviluppo che, se colta, potrà portare la ricchezza necessaria a stimolare l’iniziativa privata nella cultura».

C’è anche un problema d’infrastrutture e mobilità anche per il turismo, portando l’alta velocità al Sud e costruendo il Ponte sullo Stretto si potrebbe invertire la tendenza? Il governo ha avviato uno studio di fattibilità…

«Fin quando ho mantenuto la delega per il turismo, mi sono battuto per questa infrastruttura fondamentale. Se in era pre-covid, come ho sempre ricordato, meno del 22% dei turisti provenienti dall’estero si recava al Sud, è evidente che esiste un problema di collegamento di aree del Paese che non hanno niente da invidiare dal punto di vista del patrimonio culturale».

Parliamo di una sfida vinta, quella di Pompei passata da due a quattro milioni di visitatori in pochi anni. Cosa è successo?

«Quando mi sono insediato nel mio primo mandato da Ministro è stata data una forte accelerazione all’utilizzo delle risorse europee che erano state destinate al GrandProgetto Pompei. In sei anni è stato completato il piano degli interventi e si è tornato a compiere degli scavi archeologici, portando alla luce nuove, interessanti scoperte. Da luogo dei crolli e dell’incuria, Pompei è tornata a splendere, divenendo un modello esemplare nella gestione delle risorse comunitarie per le stesse autorità europee».

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Ultima riflessione: questa rivista si chiama Mediterraneo, un grande lago di cultura con l’Italia al centro, un grande privilegio geografico che connette Sud e Nord …

In diverse fasi della sua storia l’Italia è stata il perno dei grandi flussi di uomini, merci e idee che percorrevano il Mediterraneo. Oggi, in un contesto di forte crisi globale, le linee di frattura che lo attraversano possono dissolversi, favorendo così un’altra epoca di prosperità per il nostro Paese. Ma il rischio che invece queste linee divengano barriere insuperabili è molto alto. Proprio per evitare questo bisogna rivolgersi alla cultura, facendone uno strumento di dialogo e non di contrapposizione. È esattamente con questo intento che l’Italia ha voluto il G7 Cultura nel 2016 e il G20 Cultura quest’anno. La Dichiarazione di Roma, uscita al termine dei lavori a Palazzo Barberini lo scorso 31 luglio, va in questa direzione».

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Mario Tassone

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