In un mondo che naviga senza bussola il Mediterraneo traccia da secoli la rotta

dioscuri

elio di bella

*di Elio Di Bella*

“La storia è la chiave per intendere la Sicilia, ancor più necessaria che per intendere qualsiasi altra collettività umana”, ha scritto Leonardo Sciascia. Se vi è un centro catalizzatore di molti eventi storici che hanno determinato il destino della Sicilia, questo centro è senz’altro il Mediterraneo. “Continente liquido” lo ha definito Fernand Braudel. Le testimonianze più belle sul passato di un’Isola che sta al centro del Mediterraneo sono quelle che il mare stesso ci ha tramandato. Il Mediterraneo è un “enigma meraviglioso” che non spiega tutta la complessità di eventi secolari, ma può rimettere molte cose a posto per comprendere le vicende di una civiltà come quella siciliana, la cui storia non si è rinchiusa nei suoi confini, ma li ha ampiamente superati e ciò ben prima della globalizzazione.

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Dapprima la Sicilia è stata “baciata” dalla mitologia mediterranea, raccontata da Omero. Ateneo di Naucrati ha scritto che navigando lungo le coste della Sicilia, i naviganti si orientavano vedendo i frontoni dei templi delle città greche che erano nate sulla costa. Così individuavano Siracusa, Gela, Akragas, Selinunte, senza bisogno di carte nautiche. Gli dei mediterranei, arrivati con i più diversi “popoli del mare”, e i loro templi, trovarono casa in Sicilia e vi misero radici a lungo. Akragas secondo la tradizione ha dedicato un tempio ai Dioscuri, espressamente invocati, come ci riferisce Omero, per proteggere i naviganti dalla tempesta e altre fonti ci dicono che non tanto durante la navigazione quanto soprattutto nelle soste, negli approdi temporanei o prima della partenza o all’arrivo era obbligatorio invocare l’aiuto divino tramite sacrifici, riti e cerimonie di varia natura. La Sicilia, quindi, con la sua religiosità univa il mare dei naviganti al cielo delle divinità. Fu in Sicilia che Cartaginesi, Greci e Romani si contesero il dominio nel Mediterraneo. La guerra degli Empori per conquistare le città costiere, la battaglia di Imera che contrappose Cartagine alle due maggiori potenze dell’Isola (Akragas e Siracusa), le guerre puniche tra Romani e Cartaginesi si conclusero sempre con trattati di pace scritti col sangue che affermarono alla fine il trionfo di Roma, che pertanto cominciò a chiamare il Mediterraneo “Mare Nostrum”. Siracusa si affrettò a mandare il grano siciliano a Roma e così gli imperatori romani scoprirono che l’Isola era il granaio del Mediterraneo.

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Il vino siciliano, arrivò con le anfore nelle navi onerarie romane in ogni città e la migliore salsa di pesce del tempo (“garum) si faceva in Sicilia…così con i piatti della gastronomia sicula nacque la dieta mediterranea. Fu la fertilità della territorio e la disponibilità del grano ad attirare gli Arabi in Sicilia, insieme alla volontà di impadronirsi delle maggiori basi mercantili del Mediterraneo. Si erano attestati nella sponda africana del Mediterraneo ma sapevano che ciò non bastava per avere il controllo dell’intero bacino. Durante la dominazione araba Palermo (Balarm in arabo) si distinse per lusso e per ricchezza e divenne una capitale mediterranea, con più di 300 moschee (così riferisce nel 973 Ibn Hawqal, viaggiatore arabo dell’epoca normanna ) ed una popolazione di oltre 250.000 abitanti, quando a Roma o Milano non c’erano più di 20 o 30.000 anime.

grano

La Sicilia era in quei tempi il giardino del Mediterraneo e, reinserita nella rete marittima di scambi commerciali, divenne il perno delle attività nel Mediterraneo con un ruolo dominante anche in campo culturale. Come afferma lo storico italiano Antonio De Stefano: «La cultura araba siciliana, sin dall’epoca degli emiri Kelbiti ( 948 ), aveva già raggiunto un prodigioso rigoglio. Erano fioriti gli studi di teologia e di giurisprudenza, di medicina, di astrologia e di meccanica, di grammatica, di filologia e di storia, ed era soprattutto fiorita la poesia. La maggior parte dei dotti e degli scienziati erano stati anche poeti». All’interno del Mediterraneo, tra due sponde opposte, quella africana e quella siciliana, l’influenza culturale è stata così profonda che ancora oggi, infatti, la terminologia dei pescatori tunisini è in dialetto siciliano, mentre molte parole siciliane del mondo contadino sono arabe.

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Lo storico e arabista italiano Umberto Rizzitano, nel corso di una conferenza tenuta a Tunisi, mettendo in rilievo la similitudine che rende gemelle ed uguali l’Ifriqyya e la Siqillyya nel Mediterraneo, ha lanciato un appello sperando in una riconciliazione dei popoli che vivono in queste due sponde del Mediterraneo. Ha suggerito il gemellaggio da Palermo a Qayrwàn, da Mazara a Monastir, da Trapani a Sousse, e da Siracusa a Sfax. La conferenza era così in- titolata «Ifriqiyyà et Siqilliyyà, un jumelage méditerranéen» (Africa e Sicilia, un gemellagio mediterraneo). In un mondo che naviga senza bussola, può essere anche questo un modo antico, ma sempre attuale di scoprire nella storia del Mediterraneo il vero senso e il vero destino di questo mare: il posto giusto dove i popoli possono cominciare a vivere insieme nella pace e nella prosperità.

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Mario Tassone

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