Quel ramo del Lago di Como

federico quaranta

*di Federico Quaranta*

Quel ramo del Lago di Como che volge a mezzogiorno tra due catene non interrotte di monti, tutto a seni e golfi a seconda dello sporgere e del rientrare, di quelli vien quasi a un tratto a restringersi e a prender corso e figura di più tra un promontorio a destra e un’ampia costiera dall’altra parte, e il ponte, che congiunge le due rive, par che renda ancor più sensibile all’occhio questa trasformazione e segni il punto in cui il lago cessa e l’Adda ricomincia. La costiera scende appoggiata a due monti contigui: l’uno detto di San Martino l’altro, con voce lombarda, il Resegone dai molti suoi cucuzzoli in fila. È così che comincia la storia de I promessi sposi, il primo romanzo italiano, e sulle orme di Alessandro Manzoni io vi accompagnerò per un lungo viaggio che ci porterà da questo ramo del Lago di Como, quello che appartiene a Lecco, fino alle cime del Resegone. Il rapporto che Alessandro Manzoni aveva instaurato con il proprio territorio era profondissimo: tra questi Monti, nelle valli, sui sentieri e soprattutto sul lago egli aveva temprato il suo carattere e formato il suo immaginario. Considerava Lecco, sua città natale, la più bella del mondo.

D’altronde come dargli torto, non è il luogo dove siamo nati e cresciuti quello che amiamo di più? La casa dello scrittore non era molto lontana da qui a metà strada, tra la montagna e le sponde del lago. Ed è proprio fra i vicoli di Acquate che egli ha sognato la storia dei protagonisti del suo romanzo: I promessi sposi. Renzo e Lucia erano due ragazzi semplici del popolo, che allora come ora avremmo potuto incontrare su una scalinata di questo borgo. Immaginiamo il giovane Renzo passarci accanto, è sconvolto, sta correndo, vuole raggiungere la sua amata perché ha appena saputo che don Rodrigo nega il loro matrimonio, lo vuole impedire con tutte le sue forze. La bella è a casa con sua madre e le sue amiche, sta provando l’abito nuziale. La tradizione vuole che la dimora di Lucia sia proprio una casetta che dall’800 ad oggi si è trasformata in un’osteria. Quante scene de I promessi sposi sono ambientate nelle osterie? Proprio le osterie sono luoghi importanti che raccontano un’Italia provinciale, uguale da nord a sud, ed è per questo che Manzoni partendo da una città piccola è stato capace di unificare l’Italia con un romanzo che parlava a tutti. Ma chi erano Lucia Mondella e Renzo Tramaglino?

lago di como

Per il Manzoni vere e proprie icone degli ultimi a rappresentanza della civiltà rurale. Ma a dire il vero né la prima viveva con la madre, né tantomeno il secondo, orfano, avevano mai lavorato in campagna, piuttosto come operaia all’interno di alcune vecchie filande, piccole Industrie della seta, e il Manzoni lo doveva sapere bene perché il lago ne era disseminato. Rappresentavano un’eccellenza per il territorio che arricchiva i padroni. C’è un elemento imprescindibile per lo sviluppo in queste zone dell’industria serica. Naturalmente è l’acqua. Acqua di fiumi e torrenti provenienti dalle montagne che andavano a sfociare nel lago, veniva canalizzata e portata negli stabilimenti, metteva in moto un rudimentale sistema idraulico che permetteva ai filatoi di muoversi. Un settore, quello della seta, in cui lavoravano, con diverse mansioni, donne, uomini e spesso anche i bambini. E quando i due giovani saranno costretti ad abbandonare il suolo natìo perché inseguiti dai bravi di Don Rodrigo e Renzo raggiungerà Bergamo ospitato dal cugino, il Manzoni scrive: “chi lavora la seta è accolto a braccia aperte”. “Non tirava un alito di vento; il lago giaceva liscio e piano. S’udiva soltanto il fiotto morto e lento frangersi sulle ghiaie del lido, il gorgoglìo più lontano dell’acqua rotta tra le pile del ponte, e il tonfo misurato di quei due remi che tagliavano la superficie azzurra del lago, uscivano ad un colpo grondanti, e si rituffavano.” E con queste parole che Manzoni descrive lo spazio lacustre e ci ha abituati a chiamare questo luogo “Lago di Como”, anche se in realtà questo non è il suo vero nome. Il lago ha una forma molto particolare perché si biforca in due rami assumendo la forma di una sorta di Y rovesciata: un ramo tocca la città di Como, ma l’altro bagna la città di Lecco.

como

Il vero nome quindi qual è? Perché non è neanche lago di Lecco, ma è Lario. Lario è una parola di origine pre indoeuropea che significa “luogo incavato”. Ma chi è che ha scavato questo bacino? E’ stato un ghiacciaio che nel corso del Quaternario scorreva ver so sud e ha letteralmente plasmato la morfologia di questo territorio. I segni del suo passaggio sono ancora visibili sulle pareti delle montagne circostanti e addirittura un luogo come la Brianza, che sembra apparentemente lontano da qui, è stato creato dall’attività del ghiacciaio che ha sospinto i detriti erosi da queste montagne verso la pianura Padana, creando alcune colline che si chiamano Moreniche, una formazione tipica del periodo glaciale. Sull’Altopiano del triangolo Lariano invece è possibile osservare ancora i massi erratici, cioè delle vere e proprie rocce che sono state trasportate verso valle dall’attività del ghiacciaio, dal suo correre e che poi quando questo si è ritirato sono rimaste lì a testimonianza proprio dell’era quaternaria. Le acque invece di questo lago da dove derivano? Ovviamente da un fiume emissario che è l’Adda: in maniera molto poetica il punto di unione tra il fiume e il lago è stato individuato nell’antico ponte che una volta collegava il Ducato di Milano alla città di Lecco, che ancora oggi ci permette di accedere al centro urbano. In realtà dovremmo porre questo confine dove oggi è presente una diga che regola il livello dell’acqua del lago e che evita che ci siano delle esondazioni, come invece succedeva in passato quando le città di Lecco e Como venivano letteralmente invase dall’acqua durante il periodo di piena.

como

Isola Comacina (CO)

A vederla così completamente rinaturalizzata si potrebbe pensare ad un’isola da sempre selvatica. Ma in realtà non è così perché la storia della Comacina è intensa e profonda come quella di una capitale. Da sempre rappresenta una sorta di pontile in mezzo alle acque del Lario, un approdo per chi voleva attraccare al paese di Ossuccio, in provincia di Como, o per chi avesse voluto prendere il largo. Le prime tracce umane si possono far risalire al tempo dei Romani. Infatti alcuni reperti ci parlano di un tempio votivo, ma è nel Medioevo che la sua storia si infittisce. Con la discesa dei Longobardi gran parte della nobiltà comasca si rifugia proprio sull’Isola Comacina, trasformandola in una roccaforte della cristianità sotto la guida del Governatore Francilione inviato da Costantinopoli e nel VII secolo diventa anche sede episcopale. Questo contribuisce ad accrescere la sua potenza sia militare, che economica. Con lo scoppio della guerra dei dieci anni tra Milano e Como, l’Isola Comacina inaspettatamente appoggia i milanesi, ma furono i soldati comaschi appoggiati dal Barbarossa nel 1169 a invaderla, ponendola a ferro e fuoco e distruggendo tutte le case e anche le nove chiese. Fu addirittura scomunicata per volere del vescovo Vidulfo. E proprio il Barbarossa con un editto promulgato nel 1175 dichiara vietata ogni ricostruzione. Da allora per oltre ottocento anni quest’Isola rimane completamente disabitata. Le vestigia della grande chiesa, sulle cui fondamenta ne è stata eretta un’altra successivamente, ci raccontano di un impressionante luogo di culto dedicato a Sant’Eufemia, costruito nel 1031 per volere del Vescovo Litigerio e distrutta nel 1179 ad opera dei comaschi. Era imponente, con tre navate di cui una centrale molto ampia. La grande cripta, emoziona nel visitarla. Probabilmente la sua cupola era totalmente affrescata a raccontarci di quanto avesse un passato glorioso la Comancina. D’altronde il Lario rappresentava la porta di accesso verso le Alpi ambito da tutti i popoli. Ed ora che la natura sia ripresa i suoi spazi rimane pura bellezza. Una bellezza intramontabile.

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Mario Tassone

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