Le foreste italiane in espansione: opportunità all’insegna della sostenibilità

Silvano Fares – Consiglio per la ricerca in agricoltura e l’analisi dell’economia agraria (CREA), Centro di ricerca Foreste e Legno

 

La devastazione di foreste in Brasile e ancora prima in Russia alla quale stiamo assistendo negli ultimi mesi, causata da violenti incendi, riporta l’attenzione globale sul patrimonio forestale e sulle opportunità di proteggerlo dalle conseguenze più distruttive dei cambiamenti climatici e dal cambiamento d’uso del suolo. È  interessante rilevare che mentre in un contesto globale le risorse forestali tendono a diminuire con drammatici effetti sul clima, in Italia le foreste continuano ad espandersi, andando a riconquistare aree precedentemente destinate principalmente alle colture agricole e alla pastorizia. I nostri boschi oggi coprono quasi il 40% della superficie nazionale (IUTI, 2017). Basti pensare che dal 1990 a oggi le foreste hanno guadagnato oltre un milione di ettari, e nel 2018, per la prima volta dopo secoli, la superficie nazionale coperta da boschi ha superato quella utilizzata a fini agricoli (Marchetti et al. 2018).

Se da una parte le foreste primarie per natura non soggette ad interventi dell’uomo vanno in fumo, dall’altra gli interventi selvicolturali ben calibrati in foreste secondarie sono in grado di ringiovanire i soprassuoli boschivi aumentandone la capacità di sottrazione del carbonio atmosferico tramite il rapido accrescimento di alberi più giovani, ed eliminando, al contempo, pericoloso combustibile vegetale in grado di facilitare l’innesco e la propagazione degli incendi boschivi (Fares et al. 2017).

La gestione dei sistemi forestali proposta dal Parlamento Europeo per il conseguimento di importanti obiettivi sociopolitici dell’UE rappresenta uno strumento prezioso per la salvaguardia dal dissesto idrogeologico e per contrastare i cambiamenti climatici. Tuttavia va evidenziato che i sistemi forestali sono relativamente vulnerabili (Motta et al. 2018): il carbonio accumulato nella biomassa forestale e nel suolo può essere stoccato per centinaia o anche migliaia di anni, ma fenomeni distruttivi quali gli incendi possono restituire all’atmosfera grandi quantità di carbonio in tempi rapidissimi, vanificando in larga parte quanto gli ecosistemi forestali avevano accumulato nel loro ciclo di vita. Vedere le foreste come accumulatori di carbonio per contrastare le immissioni di carbonio in atmosfera come ipotizzano recenti articoli (Bastin et al. 2019) è quindi una pericolosa strategia se non la si affianca ad un impegno reale nel ridurre le emissioni antropogeniche, come peraltro ribadito da autorevoli fonti scientifiche e come richiamato dalle recenti convenzioni sul clima (Baldocchi et al. 2019).

Fermo restando che il prelievo legnoso va attentamente calibrato o evitato in lembi di boschi vetusti e altri boschi di particolare valore naturalistico, nel nostro Paese viene utilizzato circa un quarto dell’incremento legnoso annuo, ovvero quella porzione di biomassa prodotta annualmente nei nostri boschi: su circa 4 metri cubi di legname ad ettaro che si accumulano ogni anno per i processi naturali di accrescimento, solo un metro cubo viene utilizzato per ricavarne assortimenti legnosi (in gran parte legna da ardere). Questo tasso di prelievo è il più basso in Europa, dove la media è superiore al 50% (EUROSTAT 2017). Il dato appare ancora più sbalorditivo se pensiamo che l’Italia è tra i principali Paesi produttori di mobili a livello mondiale, e per questo importa dall’estero quasi l’80% del suo fabbisogno di legname (Marchetti et al. 2018). Dunque, il mancato utilizzo delle foreste in Italia, oltre ad avere costi economici e anche ecologici, legati al trasporto della materia prima verso il nostro Paese, comporta direttamente anche un danno ambientale a scala globale. Va infine considerato che per i prossimi decenni è prevista una significativa riduzione della disponibilità di legname sul mercato globale, in parte perché le risorse disponibili a livello mondiale stanno diminuendo, in parte perché molti Paesi cosiddetti in via di sviluppo aumentano i livelli di trasformazione interna dei prodotti forestali (FAO 2016). È  chiaro quindi che ci sono opportunità per incrementare a livello nazionale l’approvvigionamento di risorse legnose nel contesto di una pianificazione forestale basata su una selvicoltura in grado addirittura di innalzare rispetto all’attuale i criteri di sostenibilità tali da garantire la fruizione delle risorse forestali per le future generazioni. Questo porterà sicuro beneficio alle economie locali e al“Made in Italy” in un periodo peraltro mutevole sul fronte degli accordi internazionali.

 

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