Le biblioteche dell’antichità

di Ilaria Starnino – filologa classica; dottore di ricerca in Antichità classiche e loro fortuna. Archeologia, Filologia e Storia presso l’Università “Tor Vergata” di Roma

Erudizione, studio e trasmissione testuale nei centri culturali del mondo greco e del mondo romano

Fu con un inganno che Tolomeo III riuscì ad ottenere dagli Ateniesi le copie delle opere tragiche di Eschilo, Sofocle ed Euripide: l’accordo, sancito da una cauzione di quindici talenti, prevedeva che, una volta copiate ad Alessandria, queste sarebbero ritornate nelle mani dei loro originari possessori. A raccontarcelo è il medico Galeno, il quale ci rivela come dopo una scrupolosa fase di copia, il re dell’Egitto consegnò agli Ateniesi le nuove stesure al posto delle originali, che riuscì così a trattenere. Un escamotage che portò ad una conquista non meno epica di quella di Troia, se si pensa che proprio con queste continue acquisizioni Alessandria divenne la biblioteca più grande mai conosciuta nel mondo antico. Paradossalmente della biblioteca non si hanno descrizioni fisiche, ma ciò che resta delle evidenze archeologiche di altre importanti biblioteche ad essa contemporanee, come quella dell’Asklepieion di Pergamo, o successive, come la biblioteca di Celso ad Efeso, ci dice della grandezza e dell’importanza che veniva attribuita a questi luoghi non solo di cultura, ma vere e proprie istituzioni inserite nelle dinamiche dello stato, anche se perlopiù riservate a pochi eruditi.

Nel mondo greco, in cui fu la letteratura a precedere la scrittura, la nascita e la formazione della polis aveva innescato, in particolare tra VI e V sec. a. C., un meccanismo di riconoscimento dell’autenticità storica e politica, e di conseguenza la ricerca di una memoria collettiva che avesse le sue radici nei poemi omerici e nelle opere tragiche. Da Pisistrato in poi iniziano a svilupparsi gli archivi di stato con la vocazione di essere garanti di un testo che avesse le caratteristiche della correttezza e della genuinità. Con buona probabilità non doveva trattarsi, come invece sosteneva Isidoro di Siviglia, di una vera e propria biblioteca. Non solo: il lemma bibliothéke è già di per sé ambiguo. Etimologicamente i due termini che lo compongono (biblíon, libro e théke, scrigno) stavano ad indicare il semplice contenitore dei libri, tanto che la parola non è attestata con il significato attuale se non molto più tardi, quando acquisisce l’accezione più ampia (ma altrettanto generica) di ‘luogo in cui vengono conservati libri’.

Terreno fertile per la proliferazione delle biblioteche fu quello dei ginnasi, luogo di formazione del buon cittadino, educato ai principi comuni e alla trasmissione di un comune patrimonio culturale. Le scuole filosofiche vedevano nella biblioteca una dotazione indispensabile dalla quale attingere per l’edificazione morale degli efebi, chiamati ad essere per la loro città kaloi kai agathoi. Casi emblematici furono quello dello Ptolemaion, ginnasio fondato ad Atene nel III secolo, e del Liceo aristotelico. L’erudizione diventava anche un vessillo di cui fregiarsi soprattutto in ambito privato: Strabone ci racconta che fu Aristotele, “per primo, a mettere insieme una raccolta di libri e ad insegnare ai re dell’Egitto come organizzare una biblioteca”. È dunque in epoca alessandrina che i luoghi della biblioteca iniziano ad acquisire una propria struttura funzionale agli ambienti cui sono annessi e un’organizzazione interna degna di una vera e propria istituzione statale: la biblioteca di Alessandria si sviluppava verosimilmente nel Mousaion (il Museo, letteralmente “luogo sacro alle Muse”), accessibile solo a quell’élite di studiosi, filologi, scienziati ed eruditi che orbitava attorno alla corte tolemaica, e che lo rendeva un vero e proprio centro di ricerca, tanto da suscitare la competizione con il regno di Pergamo governato dalla dinastia degli Attalidi, che a sua volta volle dotarsi di un’altrettanto grande biblioteca, divenendo centro di sperimentazione e perfezionamento dei supporti scrittori, in particolare della lavorazione della pergamena. Alessandria, Pergamo, erano luoghi in cui il ricircolo della cultura avveniva tramite le attente traduzioni, le analisi filologiche dei testi, i commenti alle opere, e in particolare la copia, attività che caratterizzerà gli scriptoria medievali.

Per il mondo romano la biblioteca fu in gran parte un’acquisizione dal mondo greco: la Graecia capta oraziana aveva assicurato al bottino di guerra di Lucio Emilio Paolo le sue raccolte di libri. Se a Roma la biblioteca inizialmente venne vista solo come una tendenza a creare un luogo di deposito per i libri, per essere segno della grandezza culturale delle famiglie aristocratiche romane, essa, però, aveva in nuce gli stadi embrionali di quella che verrà poi definita “biblioteca pubblica”, in virtù della prassi di ospitare nelle proprie ville personaggi di spicco dell’ambiente aristocratico romano e di quello greco, i quali potevano liberamente accedere al posseduto e consultarlo. Il ritrovamento e lo studio della Villa dei Papiri ad Ercolano, sepolta con l’eruzione del 79 d. C., fornisce un chiaro esempio della disposizione dei locali adibiti a biblioteca e permette di ricostruire in gran parte quale fosse l’attività culturale che vi si svolgeva. Accanto al collezionismo privato si sviluppò in epoca imperiale, in particolare con le grandi opere di edilizia avviate dall’imperatore Augusto, l’idea che la letteratura avesse un valore politico e civile, dunque rappresentativo. Dalla prima biblioteca pubblica, sorta dalla collezione di Asinio Pollione, uomo repubblicano, e da quella Palatina di Augusto, inaugurata nel 28 a. C., la biblioteca a Roma inizia ad acquisire una propria fisionomia interna e una propria monumentalizzazione, divenendo centro della vita letteraria, e spesso anche politica. Paradigma di questa identità sarà la Biblioteca Ulpia, voluta dall’imperatore Traiano e divisa in due aule: una per ospitare i testi latini e l’atra i testi greci, il cui simbolo, tutt’oggi visibile, è la colonna, che rappresentava sotto una veste scultorea il liber librorum, un rotolo che racconta le guerre dell’imperatore contro i Daci, avvolgendo a spirale l’intera struttura.

Strumenti di potere, elementi di prestigio, luoghi di rappresentazione, opere di evergetismo, ma soprattutto fornaci del sapere, palestre di erudizione, mercati di scambio culturale, laboratori di ricerca. Le biblioteche dell’antichità vantavano un’identità poliedrica che le ha rese nel tempo testimoni e conservatrici di cultura.

 

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