I 90 anni del MoMa di New York

di Domenico Piraina – direttore Museo Reale di Milano

 

Stranezza o saggezza della Storia: due date, così vicine, ma così diverse; due date che rappresentano quasi due realtà opposte.

Il 29 ottobre 1929 verrà ricordato come il giorno del Big crash, il crollo di Wall Street che da un lato poneva fine ai Ruggenti Anni Venti, condensati nell’immaginario collettivo dal Grande Gatsby di Francis Scott Fitzgerald, e dall’altro apriva la lunga e difficile stagione della Grande depressione, iconicamente rappresentata dalla straordinaria fotografia Migrant Mother di Dorothea Lange.

Il 7 novembre 1929, dieci giorni dopo, in una New York ancora sotto choc per le immense perdite finanziarie, veniva inaugurato nel cuore della Big Apple un nuovo museo, il Museo di arte moderna, ormai a tutti noto con l’acronimo MoMa. Nasceva un museo proprio nel momento in cui sembrava che tutto andasse a rotoli e non si trattava di un museo tradizionale;  non era dedicato all’arte del passato ma all’arte contemporanea e a quella futura, un museo in cui lo sguardo era sempre rivolto verso l’avvenire. Un simbolo di fiducia e di speranza, dunque. Si trattava, allora, di una istituzione molto più modesta del gigante di 65.000 metri quadrati di oggi: di sei stanze appena, al sesto piano del Manahattan’s Heckscher Building, destinata a soddisfare il desiderio di conoscenza di una èlite ristretta di persone. Più una galleria, insomma, che una vera e propria istituzione museale anche perché non c’era una collezione permanente e ogni sforzo veniva dedicato alla realizzazione di mostre temporanee.

Le fondatrici, tre donne della upperclass newyorchese, poi conosciute come The Ladies, Lillie P. Bliss, Mary Quinn Sullivan e soprattutto Abby Aldrich Rockefeller, oltre ad investire soldi (alcune volte superando la contrarietà dei facoltosi mariti come accadde ad Abby con il marito John D. Rochefeller Jr. che alla fine donò il terreno su cui costruire il Museo) e tanta passione, seppero scegliere in maniera molto oculata le personalità che avrebbero diretto la strategia culturale ed economica del Museo: A.Conger Goodyear, che era stato appena licenziato da direttore dell’Albright Knox Museum di Buffalo per aver comprato “La Toilette” di Picasso, del 1906, una delle ultime tele del cosiddetto periodo rosa del Maestro spagnolo, evidentemente ritenuta troppo radicale e all’avanguardia (e questo è sintomatico di quanto poco apprezzata fosse l’arte moderna e fa capire quanto invece sfidante ed innovativa era la sfida lanciata dal nascente MoMa); Paul J. Sachs, che dopo essersi occupato della banca di famiglia, la Goldman Sachs, decise di dedicarsi all’arte. Sachs portava in dote al MoMa la sua impressionante rete di relazioni con i più facoltosi collezionisti mondiali d’arte; Frank Crowninshield, già direttore della rivista americana Vanity Fair che dopo due decenni di enormi successi, dovette fondersi con Vogue nel 1936 a seguito della crisi economica dovuta alla Grande depressione.

Centrale, in questo disegno strategico fu, naturalmente, la scelta di Alfred H. Barr Jr come direttore, un ragazzo di appena ventisette anni, già allievo di Sacks e dotato di grande talento, cultura e temperamento. A lui si devono alcune mostre mitiche del MoMa come la prima in assoluto, dedicata a Cezanne, Van Gogh, Gauguin e Seurat  e poi quella del 1934 Machine Art che testimoniava l’apertura del Museo al campo del design, la famosissima mostra del 1936 Cubism and Abstract Art  cui seguì nel 1937, quasi in risposta ad Hitler che inaugurava a Monaco la sconcia e bestiale mostra sull’arte degenerata, la mostra Fantastic Art, Dada and Surrealism.

Le idee, i propositi e i progetti che animarono questo primo gruppo di pionieri erano assolutamente grandiosi e, per l’epoca, dotati di una grande forza originale. Innanzitutto, l’oggetto del Museo era l’arte moderna e questo rappresentava una grande novità visto che gli altri musei americani si erano aperti al massimo all’impressionismo. Nei loro propositi, il MoMa iniziava dove il Metropolitan Museum finiva, sulla scorta di quello che succedeva a Parigi con il Louvre e il Luxembourg o, a Londra, tra la National Gallery e la Tate. In secondo luogo, proponevano una diversa idea di museo perché esso non doveva essere un contenitore, un mausoleo, ma un organismo vivo e dinamico, aperto alle novità, al dibattito, disponibile a mettersi continuamente in discussione, sempre al passo con i tempi e dunque continuamente disposto a cambiare anche semplicemente sotto il profilo architettonico. Da qui i continui adeguamenti, distruzioni, ampliamenti, firmati nel tempo da Philip L. Goodwin, Edward Durell Stone, Philip Johnson, Cesar Pell, Yoshio Taniguchi, fino all’ultima ristrutturazione, che terminerà il 21 ottobre, ad opera dello studio Diller Scofidio e Renfro insieme a Gensler.

In terzo luogo, pensavano a un museo multimediale. Non solo dunque pittura e scultura ma anche disegno, stampa, fotografia, tipografia, arti del design pubblicitario e industriale, architettura, scenografia teatrale, mobili, arti decorative, videoteca, cinema…

Da quel 7 novembre del 1929 sono trascorsi novanta anni e il mondo è stato attraversato dai più rapidi cambiamenti cui l’Umanità abbia mai assistito. L’arte contemporanea non è più il trastullo di ricche signore ma è diventata parte essenziale della vita di milioni di persone; in ogni parte del mondo continuano ad aprire nuovi musei dedicati al contemporaneo ma ognuno di essi non può fare a meno di ispirarsi alla lezione, sempre attuale, del MoMa.

 

 

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