Fore Morra, opera d’esordio di Diego Di Dio

di Elia Banelli

 

Quando si parla di “camorra” in Italia spesso si fa riferimento al romanzo “Gomorra” che ha consacrato Roberto Saviano, all’omonima serie tv di Sky oppure ai sempre verdi casi di cronaca pubblicati su “Il Mattino” e in onda sui telegiornali. Difficilmente associamo questa terribile organizzazione criminale alla trama di un romanzo thriller o noir.

A smentirci è “Fore Morra”, opera d’esordio di Diego Di Dio, scrittore, editor, titolare dell’agenzia “Saper Scrivere”, insomma una persona immersa completamente nel mondo della letteratura.  “Fore Morra” si presenta come un crime potente e feroce, fuori dagli schemi e dagli stereotipi del genere. Un libro intenso, particolare, originale, un ibrido creativo e fantasioso dove diversi argomenti vengono mescolati con calibrata sapienza e calcolata invettiva.

“Fore Morra – Fuori dalla Camorra” è in sostanza la storia cruenta e burrascosa di due sicari: Alisa e Buba; amici per la pelle, in perenne lotta con l’ambiente malavitoso che li circonda, di cui sono vittime e carnefici allo stesso tempo. Vittime perché la malavita non perdona e Alisa sarà costretta a scavare nel suo passato difficile, tormentato, assurdo, fino ai meandri più profondi e fecondi della sua mente per scoprire colui (o colei) che la perseguita e che ne ha decretato la morte. Al suo fianco, a proteggerla, troverà Buba, una vera macchina da guerra: un eroe solitario, ambiguo e oscuro, perfetto nell’arte del combattimento e con una sterminata biblioteca nascosta. Uno che dopo aver eliminato un gruppo di camorristi, si rinchiude nel suo bunker a sorseggiare whisky ascoltando un cd di Vivaldi.

Di Dio, originario dell’isola di Procida, è abile a dipingere personaggi complessi e contraddittori, a tessere una ragnatela di intrighi e numerosi colpi di scena che catturano il lettore dalla prima all’ultima pagina. I dialoghi sono serrati, diretti, le frasi taglienti come scariche di pallottole, il ritmo cinematografico. In “Fore Morra” l’adrenalina scorre fluida come il sangue attraverso le pagine e si immerge in una Napoli realistica, affascinante e tenebrosa. Le descrizioni ambientali sono cupe e tormentate, lo stile della narrazione ricco di immagini evocative  (“Furono baci bagnati e tiepidi, annaffiati dal sale delle lacrime e delle confessioni” oppure “La Domiziana è una donna che viene stuprata ogni giorno, dieci volte al giorno, da vent’anni a questa parte. Una terra senza Stato a cui è stato sottratto tutto”).

Riusciranno Alisa e Buba, di cui è impossibile non affezionarsi, a sfuggire ai loro sicari e liberarsi una volta per tutte del gioco infido e bastardo della Camorra?

Lo scoprirete nel finale, ovvio, tenendo sempre bene in mente ciò che Diego di Dio vuole ricordarci: a volte “non c’è redenzione per niente, nemmeno per i ricordi”.

 

 

 

 

 

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