Svicolando a Bologna

di Simonetta Rigato

Raccontare Bologna con disegni e parole ha fatto riemergere sensazioni che l’”abitudine al bello” aveva sopito. In questo processo mi ha involontariamente aiutata un vecchio amico capitato in città, una persona di un’altra cultura: un cinese o meglio un pechinese. Ho scelto di mostrargli i vicoli, perché esistono (o meglio esistevano) anche a Pechino – dove si chiamano hutong – ed ho pensato potessero piacergli.  Proprio mentre camminavamo per quelle stradine, ha esclamato stupito: “Ma sai che vivi in una città bellissima…  non capisco perché ti piaccia tanto Pechino!” Questa frase l’ho interiorizzata. Mi ha indotta a guardarmi intorno quasi avessi i suoi occhi, quasi fosse la prima volta in questa città.

Bologna la Rossa, come viene chiamata, è nota per le sue tante torri ma è una città che ha un ritmo tutto suo: non è solo quello della vita notturna dei giovani universitari, è il ritmo del colore, soprattutto nei vicoli, che sprizzano tinte talvolta così accese e intense che ricordano quelle di certi porticcioli mediterranei, visibili in lontananza dal mare. Solo che qui siamo nel bel mezzo della pianura padana.

Per vedere questo trionfo di colori bisogna dunque uscire dalle vie principali e infilarsi decisamente nei vicoli: bisogna“svicolare”.              E svicolando a Bologna i solitari come me scelgono di abbandonare il caos dello shopping delle arterie principali per trovarsi magicamente catapultati in un silenzio multicolore a camminare e imbattersi in vecchie botteghe: il sarto, l’intarsiatore, il fabbro, il vetraio, l’osteria, luoghi dove prevale un pacioso andamento lento. Nella bella stagione poi è un’immersione nella vita quotidiana di chi vi abita, inondati da invitanti effluvi di ragù in cottura,  da trillare di telefoni o spezzoni di telegiornale, dal gracchiare di radioline, o brani di conversazioni sussurrate dietro le persiane ma involontariamente amplificate dall’eco. Gli spazi ristretti di queste strade sono condivisi dalle auto, parcheggiate con chirurgica perfezione e dalle biciclette, tante e colorate anche loro, dal momento che il loro furto in città è ahimè piuttosto comune.

Passeggiare nei vicoli diventa così una vera e propria terapia del colore. Provate a percorrere via del Fico: è completamente gialla ma su più toni. Imboccate subito dopo via Goito ed entrate in via Carbonara dal colore arancio così acceso che fa venire voglia di fermarsi lì solo per guardarlo. Di più: queste stradine non appaiono mai uguali, cambiano a seconda dell’ora e della stagione, con toni a volte cupi, a volte solari e nelle giornate terse, perfino brillanti. Anche passeggiare d’inverno ha una sua magia, in particolare la sera quando la nebbia s’intrufola fin nel centro. Allora i lampioni filtrano e soffondono le tonalità calde e si viene avvolti in atmosfere panna, pesca, crema mentre lo scalpiccìo dei tacchi risuona ovattato sotto i portici.

I bolognesi,  abituati a camminare sotto ai portici, non sono usi ad alzare lo sguardo in alto: si accorgerebbero delle finestre, un vero mondo di diversità: non ce n’è una uguale all’altra!  Le imposte sono come le note di questa musica, varie nella foggia e nella tinta, quest’ultima sempre superbamente abbinata agli intonaci. Ecco allora muri rossi accompagnati da petulanti imposte verdi. L’esplosione solare del giallo e le persiane marroni. Ancora riflessi arancio acceso accompagnati da imposte grigie, magari  adagiate su un cornicione pesca, o sopra un frontone in arenaria di un pallido rosa. E se gli occhi sono come d’abitudine rivolti verso il basso ed i pensieri sono ancora invischiati nei piccoli grandi problemi della giornata, è tempo di focalizzare lo sguardo sui pavimenti. Spesso si cammina su fossili: le ammoniti sono  chiaramente riconoscibili affogate nel marmo rosso di Verona. Alle volte mi domando quanto sarebbe diversa questa città se i pavimenti fossero di banale asfalto.

E non posso tralasciare di descrivere il portico che a Bologna non è prerogativa solo delle vie principali. I trentadue chilometri di vie porticate sono stati da poco candidati a diventare patrimonio Unesco. Pure i vicoli posseggono la dignità dei portici, luoghi dove lo sguardo è catturato e ipnotizzato da una prospettiva di infinito anche se qui è timidamente sghembo e meno nobile ma pur libero perché mancano le folle delle arterie principali. In realtà preferisco definirli portichetti: sono pieni di velleità, assolutamente bassi, anzi di altezze diverse, minuti, un poco stortini, alle volte stretti stretti e adatti al passaggio di una sola persona, sicuramente più squadrati, con meno archi e volte, più essenziali, sobri  – oserei dire – e spesso non si allungano nemmeno per tutta la via ma solo per un breve tratto, come se si fossero stancati di proseguire. Insomma, pigramente sghimbesci.  Il risultato è che i colori non sono alti e raffinatamente lontani come nelle arterie principali, ma vivi e vicini, accesi della passione che riflettono l’uno nell’altro. L’unico lusso concesso anche al portichetto è rappresentato dai campanelli in ottone lucente, in particolare in zona Tribunale, vista l’alta concentrazione di  studi di avvocati. Anzi va detto che lì anche a un semplice cartello “tiro” – espressione bolognese per indicare l’apri-portone – viene data la dignità dell’ottone.

 

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