L’Editoriale

di Fabio Lagonia

Musica e parola, sebbene vivano e possano vivere in autonomia l’una dall’altra, contengono un potenziale comunicativo che si amplifica e si rende concreto quando queste due dimensioni si uniscono. Il cantautorato italiano ne è un esempio mirabile. È evidente, altresì, che l’unione di musica e parola si rappresenta a volte con una prevalenza della prima sulla seconda, e viceversa. Abbiamo formidabili casi in cui il testo, da solo, garantisce il sistema portante alla canzone, trasformandola in un elemento narrativo e letterario; la singola parola, talvolta, appare incredibilmente sonora che sembra funzionare da sé. E conosciamo casi in cui è la musica ad essere talmente preminente da trasferire suggestioni a cui ognuno associa le sue personali emozioni. Come quelle di Mogol, che ti fanno “seguir con gli occhi un airone sopra il fiume, e poi ritrovarsi a volare”.

Quando il connubio musica-parola ci appare perfetto abbiamo quasi la sensazione che il musicista e il paroliere si trovassero in una misteriosa concordanza e che note e testo fossero reciprocamente impliciti. Ma, autori a parte, se ci facciamo caso tutto questo ha senso perché esiste il soggetto che ascolta. La musica e la parola sono ascoltate. E l’ascoltare è un’opportunità che, da sola, vale il viaggio per comprendere noi stessi e l’altro, in una modernità che – nella declinazione peggiore della sua cifra comunicativa – adultera il significato della parola, la stravolge, la sostituisce con un emoticon, la butta al vento, la rende pesante quando dovrebbe tacere e non la pronuncia quando servirebbe. Comunque sia, è il carattere distintivo dell’uomo. Perciò conviene sempre tenere a mente il monito di Michel de Montaigne quando rammentava che “la parola è per metà di colui che parla, per metà di colui che l’ascolta”.

 

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