Del dirsi addio – Marcello Fois

di Elia Banelli 

Affascinati dall’immagine dello scrittore “straniero” – meglio se inglese o americano – spesso i lettori italiani non valorizzano a dovere i talenti di casa nostra.

Marcello Fois (classe 1960, un curriculum letterario di tutto rispetto) è uno scrittore con la S maiuscola, non semplicemente “uno che scrive”, come capita sovente a chi si improvvisa autore con il self-publishing o sborsa fior di quattrini per stampare le proprie memorie a un editore a pagamento. Insomma, è un autore da leggere e da scoprire, per chi non l’avesse già fatto prima.

“Del dirsi addio” non è il classico giallo poliziesco o thriller a tinte pulp. È un noir allo stato puro, punteggiato di candore bianco e gelido come la neve durante gli inverni di Bolzano, città dove è ambientato il romanzo. Non ci sono omicidi in sequenza, spietati serial killer, indagini incalzanti o detective come star. Questa volta ci tuffiamo in pieno in una narrativa colta, di non facile lettura. Una prosa ricca ma non prolissa, una bellezza letteraria che cattura e coinvolge per l’abilità e la tecnica descrittiva. Un ritmo teso e serrato, in cui gli eventi, che ruotano attorno alla scomparsa misteriosa di Michele, un “bambino speciale”, vengono interrotti dalla vita e dai pensieri di chi in quel momento sta compiendo l’azione. Il personaggio più in vista è il commissario Striggio, che indaga sulla sparizione del bambino dall’auto dei genitori in un’area di sosta. Nella sua casa di Bologna (dove Fois vive e scrive) il giovane Leo, il suo amante, vorrebbe che lui la smettesse di nascondere il loro amore clandestino, soprattutto al padre del commissario. Ed è qui che s’intersecano una serie di rapporti difficili e coinvolgenti.

Fois scolpisce con eleganza una galleria di personaggi intriganti, complessi, e li disegna su una tavola di confronti burrascosi e ambigui, come da sempre sono le relazioni tra gli esseri umani. Persone deboli, bugiardi, vigliacchi, colmi di odio, rancore e perdono, amore sincero e speranze tradite. Genitori, figli, fratelli, colleghi e amanti si ritrovano coinvolti in un caso di cronaca dai contorni poco chiari, che si svela passo passo e che per diverse pagine resta quasi sullo sfondo, come a voler concedere la scena principale alle fragilità dei sentimenti, delle passioni, dei progetti falliti e della voglia di ripartire e rimediare.

Solo nelle battute conclusive Fois cala gli assi, risolve l’enigma e rivela tutte le sue capacità di narratore abile e tridimensionale.

Volete un esempio delle sue straordinarie qualità letterarie?

Eccolo: Anche suo padre, sentendosele cantare, avrebbe sorriso grato. Avrebbe cantato lui stesso quei versi semplici con un filo di voce. Magari li avrebbe cantati senza nemmeno cantarli. Congedarsi all’apice era l’intento. Come due alpinisti che si abbracciano sulla vetta, che sono felici e tristi allo stesso tempo. Felici del traguardo raggiunto e tristi proprio perché quel traguardo è ormai raggiunto. Così avrebbe dovuto rispondere all’analista se avesse avuto alle spalle abbastanza vita. Lui e suo padre si erano fraintesi per troppo tempo, ma ora ogni fraintendimento sarebbe stato sanato. Suo padre aveva un figlio sorridente e un bianco bosco d’abeti da portarsi all’altro mondo. Quanto a lui, quando fosse arrivato il momento si sarebbe messo tra il bosco e il letto per riempirgli l’ultimo sguardo e avrebbe sorriso, perché come ci si dice addio è la cosa più importante del dirsi addio”.

Buona lettura.

 

 

 

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