Un sincero like a te e famiglia

Di Pierpaolo Voci

Cos’è davvero un like? Qual è il suo valore dal punto di vista morale? Come viene utilizzato e perché? Vi siete mai posti il significato profondo di un’azione all’apparenza banale?

Abbiamo provato ad approfondire il tema attraverso un’analisi critica e sincera.

 

In principio fu il like. Sono passati ormai 10 anni dall’introduzione dell’iconico bottone con la manina con il pollice alzato: era il 9 febbraio 2009 quando comparve su Facebook per la prima volta l’icona con il pollice alto.. Nonostante in questi dieci anni le tendenze della rete e le abitudini degli utenti siano completamente cambiate il pollice all’insù non passa mai di moda.

Da quel momento tutto è cambiato: basta un rapido click per esprimere una reazione nei confronti dei contenuti condivisi dai nostri contatti.

Un gesto semplice, veloce e poco razionale che può condizionare le nostre relazioni all’interno dei social in modo importante.

Reso famoso da Facebook il Mi Piace ha stravolto la nostra comunicazione online e continua a crescere ed evolversi anche oggi grazie alle reaction.

Il “mi piace”, infatti, non bastava più al popolo di Facebook. In risposta agli internauti, impazienti di esternare tutta la gamma delle loro emozioni, il social più famoso al mondo ha attivato le reaction.

Ora gli utenti, oltre a segnalare il proprio grado di apprezzamento cliccando sul celeberrimo “pollice su”, possono anche commentare un post o un’immagine con un “Love”, “ah ah”, “wow”, “sigh” e “grr”. L’intervento di diversificazione, non consente soltanto di esprimere una gamma di espressioni, ma evita, ad esempio che sotto un post di argomento drammatico o triste, sia collocato un “mi piace”.

L’introduzione delle reaction è l’ennesima conferma dell’importanza per gli utenti di avere a disposizione strumenti che gli permettano di esprimere con semplicità e velocità il proprio spettro di emozioni digitali.

Il successo del “like” è stato così grande che ormai viene usato praticamente su ogni piattaforma: ogni social network ha creato la propria versione del bottone di interazione. Il tasto like è ormai ovunque, non solo su Facebook ma su tutte le piattaforme social del mondo, comprese quelle russe e cinesi. Segno che funziona: lo usiamo e ci lasciamo usare.

Secondo diversi esperti di comunicazione il “like” ha cambiato radicalmente il nostro modo di interagire online.

La necessità di inclusione sociale e mantenimento delle relazioni è sempre stata presente nell’uomo. Nel 1979 la sociologa Lisa Berkman aveva formulato una teoria secondo cui chi gode di forti relazioni sociali ha maggiore speranza di vita. Uno studio dell’Università californiana di San Diego ha voluto osservare se le regole che valevano nel 1979 valgono ancora oggi, nell’era dei social network.

Come spesso accade quando ci si trova davanti ad elementi innovativi, nessuno aveva previsto quello che sarebbe diventato: ovvero lo strumento per permettere agli inserzionisti pubblicitari di profilare meglio gli utenti e una sorta di “trappola psicologica” che ci rende dipendenti dalle reazioni altrui.

Concentrandoci, in questo caso, sul secondo aspetto risulta spontaneo chiedersi: quanto il mi piace è dettato dalle emozioni o dalle circostanze ed opportunità? Quanto influisce questa opportunità sulla condivisione di contenuti di basso livello?

Tutti i canali social media si fondano su reti di relazioni, basate sulla capacità e volontà delle persone di interagire liberamente con le altre persone, organizzazioni o aziende; per questo si parla di cultura della partecipazione.

Le persone desiderano comunicare online i loro pensieri, forse anche prima di farlo a voce con chi gli sta accanto.

Da diverse ricerche è emerso che un utente social su dieci mente in rete per impressionare gli amici, i conoscenti e anche gli sconosciuti. A volte si finge di essere qualcun altro o si fanno cose che potrebbero non essere del tutto vere. Sui profili social si pubblicano contenuti pensati ad hoc per fornire al proprio “pubblico” di riferimento l’immagine di noi che desideriamo che essi abbiano. La nostra “vita” sui social è costruita ad arte per mostrare solo ciò che desideriamo mostrare.

Addirittura, secondo alcune ricerche, il 12% degli utenti finge di trovarsi in posti specifici e vivere situazioni strabilianti pur di migliorare la propria immagine all’interno dei social network.

I social media influenzano la nostra vita non solo dal punto di vista dei contenuti che vengono pubblicati, ma anche per il tempo trascorso sui canali digitali rispetto alla vita “vera”.

Non solo comunicazione “falsata”, ma anche sempre più digitale e sempre meno “in carne e ossa”.

Gli utenti ammettono sempre di più che, a causa delle nuove tecnologie di comunicazione, parlano sempre meno con i propri genitori (31% degli intervistati), con i propri figli (33%), con i propri partner (23%) e con gli amici (35%) per il semplice fatto che possono vederli e comunicare con loro tramite i social.

Se un quarto della comunicazione con le persone importanti della nostra vita avviene attraverso i social network e la comunicazione attraverso questi canali non è totalmente reale ma viene spesso costruita ad hoc, viene da chiedersi quanto le relazioni si basino in realtà sui personaggi piuttosto che sulle persone?

Dall’altra parte, poi, il mi piace, ovvero la reazione espressa dai fruitori dei contenuti pubblicati dagli utenti, quanto è davvero sincero? Viene davvero utilizzato per dare sfogo ad un’emozione o c’è dietro altro? Intenzioni adulatorie, volontà di catturare l’attenzione di qualcuno?

I social network hanno mediato i rapporti umani creando barriere e filtri non utilizzabili nella comunicazione personale.

Come uscire quindi da questa spirale?

Quando ci si trova davanti ad un contenuto all’interno dei social media e si ha la tentazione di esprimere una reaction, è sempre bene chiedersi: come mi comporterei se questa situazione si presentasse nella realtà? La mia reazione sarebbe la medesima? Perché vorrei mettere like a questo contenuto? Quanto la mia reazione è influenzata dal fatto che sono dietro ad un monitor?

 

Siamo tutti online, ma siamo veramente connessi?

 

 

 

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