Martin Luther King «Dio mi ha usato bene!»

di Rosalba Paletta 

“I have a dream”, la celebre esclamazione che simboleggia la lotta per i diritti civili della popolazione nera negli Stati Uniti d’America, compie 56 anni il 28 agosto. Ma potrebbe essere stata scritta ieri, perché la sua ispirazione è ancora fin troppo attuale. A pronunciarla, nel 1963 davanti all’immensa folla che riempiva il piazzale antistante il Lincoln Memorial al termine della Marcia su Washington per il lavoro e la libertà – è forse superfluo anche ricordarlo – fu Martin Luther King. Uno dei leader più carismatici che la storia, non solo americana, ricordi e celebri ancora oggi per il forte potere del suo esempio. Insignito del Premio Nobel per la pace nel 1964, attivista e combattente senza armi, ispirò ogni gesto della sua lunga militanza politica e civile alla filosofia della non violenza, ispirandosi a modelli come Gandhi, che studiò e praticò con grande spirito di condivisione; come del resto accadde ancor prima con la lettura di “Disobbedienza Civile” di Henry David Thoreau, padre della disobbedienza non violenta alle leggi che violano la coscienza o i diritti dell’uomo, come scrisse nella sua “bibbia” edita per la prima volta nel 1849; e con Richard Gregg, primo filosofo americano a teorizzare il sistema dell’azione non violenta e della “semplicità volontaria”, oggi ripresa e considerata con grande interesse da professionisti e manager di successo.

Quel giorno d’agosto, King parlò di fronte a 30.000 persone: la schiavitù era stata sì abolita nel 1863 con la firma del presidente Lincoln, e sancita nel 1865 con il Tredicesimo Emendamento della Costituzione, ma la separazione nella vita di tutti i giorni tra le persone di pelle bianca e le persone di pelle nera era legale e negli stati del Sud, specialmente in Georgia, Alabama, Mississippi e Tennessee, era ancora una drammatica normalità. C’erano fontane separate per bianchi e afroamericani, entrate separate per le aziende e per i ristoranti, sale d’attesa diverse nelle stazioni e sedili distinti sui treni e sui bus, i bambini di colore non potevano frequentare le stesse scuole dei bambini bianchi. A tutta questa ordinaria quotidianità si sommavano episodi di straordinaria violenza perpetrati dai tanti gruppi razzisti e segregazionisti come il Ku Klux Klan, che seminavano terrore rimanendo nella gran parte dei casi impuniti.

Ma King, nei 17 minuti di durata di quel memorabile discorso, condivise la sua visione del futuro, senza che gli accadimenti pur gravi lo distraessero dall’urgenza di lavorare per realizzarlo, inchiodando i suoi concittadini al vero principio della Dichiarazione di Indipendenza: tutti gli uomini sono stati creati uguali. Qualche anno prima il New York Times del 24 febbraio 1956 riportava senza possibilità di dubbio quale fosse la posizione di King rispetto alla realtà americana degli anni Cinquanta e Sessanta del secolo scorso: «Ci sono alcuni che vorrebbero trasformare questa vicenda in una campagna di odio. Questa non è una guerra fra i bianchi ed i neri: è un conflitto fra la giustizia e l’ingiustizia. (…) Se anche ogni giorno ci arrestano, ogni giorno ci sfruttano, ogni giorno ci calpestano – affermava King -, non dovete mai lasciarvi trascinare tanto in basso da arrivare ad odiare. Noi dobbiamo adottare l’arma dell’amore.(…) Nella vita noi siamo sempre nella mezzanotte, siamo sempre sulla soglia di una nuova alba».

Fu un uomo di grande e illuminata fede: fu forse proprio questa una delle principali caratteristiche che hanno fatto del pastore Battista nato ad Atlanta il 15 gennaio 1929, dal reverendo Martin Luther King Senior e da Alberta Williams, organista della Chiesa, il grande leader dei diritti civili che oggi ricordiamo. Nei suoi scritti è sempre presente la traccia della ricerca e allo stesso tempo la consapevolezza di essere strumento della volontà divina, che lo portava a dire al termine dei sermoni che pronunciava: «Dio mi ha usato bene!». Una fede che non si offuscava neppure nei momenti più bui, e ve ne furono molti nella sua vita. Nelle lettere alla moglie, Coretta, e ai figli, questa traccia non si perde mai: «Ho fede – scrisse il 26 ottobre del 1960 dalla prigione di Reidsville, in Georgia – che questo eccesso di sofferenze da cui oggi la nostra famiglia è colpita possa in qualche misura servire a fare di Atlanta una città migliore, della Georgia uno stato migliore, dell’America un paese migliore. Come ancora non lo so, ma ho fede che sarà così e che questa sofferenza non sia vana».

«Io ho davanti a me un sogno, che i miei quattro figli piccoli vivranno un giorno in una nazione nella quale non saranno giudicati per il colore della loro pelle, ma per le qualità del loro carattere», si legge ad un certo punto del discorso. E proprio questo quadro dal forte richiamo simbolico guidò King nella decisione di stabilirsi ancora e proprio ad Atlanta con la sua famiglia ed i suoi figli, pur essendo nelle condizioni di trasferirsi al nord. Scelsero di restare nei luoghi in cui sia lui, sia la moglie avevano patito in gioventù umilianti limiti e mortificazioni, dai quali però impararono un imperativo, così riassunto nelle parole materne che lo accompagnarono per tutta la vita: «Tu hai lo stesso valore di chiunque altro. Non lasciare mai che il regime ti faccia sentire inferiore». Tali certezze alimentarono la vita della sua famiglia ed il sogno che King raccontò a Washington e al mondo intero.

Il 4 aprile del 1968, mentre era sul balcone del suo motel a Memphis, fu colpito alla testa da un colpo di fucile di precisione. Alle 19.05 dello stesso giorno morì. Al funerale la vedova, Coretta, chiese di far leggere l’ultimo sermone che King aveva pronunciato. È sepolto ad Atlanta. L’epitaffio sulla sua tomba recita: Sono libero, finalmente libero. Grazie a Dio sono finalmente libero.

 

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