L’indiziato – Michael Robotham  

di Elia Banelli

Orientarsi tra romanzi thriller e noirè sempre un’operazione complicata, considerando la vasta produzione letteraria che oggi segue i canoni bulimici dell’industria post-moderna.

Dunque, i criteri di selezione per consigliare un buon libro non possono che partire da un’indiscutibile qualità del testo e dalla capacità narrativa dell’autore, che dovrebbe essere in grado di sviluppare una trama originale (plot e subplot) e confezionare un intreccio dinamico e credibile, insieme all’approfondimento psicologico dei personaggi, i quali devono “respirare” attraverso le pagine e non rischiare di trasformarsi in patetiche macchiette o comparse di cera.

Caratteristiche che non mancano di certo a Michael Robotham, scrittore australiano di grande successo e indiscutibile talento. Al di là del blasone internazionale, leggere “L’indiziato”, il suo romanzo d’esordio, è come catapultarsi in un dramma psicologico contemporaneo che ti cattura fin dalle primissime righe.

Com’è possibile che un tale di nome Joseph O’Loughlin, psicologo dalla carriera impeccabile e dalla famiglia felice – che farebbe arrappare qualsiasi pubblicitario di prodotti per la colazione – venga coinvolto in un tale casino da compromettere ogni aspetto solido e sereno della sua vita, al punto di perdere per sempre la moglie ed essere ricercato dalla polizia con l’accusa di aver compiuto ben due omicidi? E che questa fuga dalla trappola degli inganni e dalle ossessioni generate da alcuni suoi pazienti instabili lo conducano in un viaggio fisico e spirituale nelle ombre della mente umana, con il rischio di restarci secco una volta per tutte?

È possibile, certo, quando si legge un autore del calibro di Robotham, abilissimo nel mantenere alta la linea della suspense, nel cucire trame complesse ad alto tasso di ambiguità, a delineare percorsi destabilizzanti e depistaggi orchestrati con maestria, al punto che non riesci nemmeno più a fidarti del tuo stesso naso. In genere, una delle doti principali degli scrittori anglosassoni è la capacità di costruire una prosa fluida, essenziale, rapida come una scarica di proiettili, senza mai essere superficiale o rinunciare alla riflessione, alla bellezza e al potere evocativo delle parole. Frasi come “restiamo seduti in silenzio a misurare l’abisso che ci divide” o “la fiamma dell’inferno non brucia come l’orgoglio offeso di una donna” rendono bene il senso della prospettiva.

Lo sfondo metropolitano de “L’indiziato” è una Londra fredda e nebulosa, una città dove “tutti vanno dritti per la propria strada, con l’aria di essere pronti ad affrontare qualsiasi cosa e a evitare tutto”. Una megalopoli dove “non conta quello che si dice ma quello che si tace”, perché “mentire è molto più difficile di dire la verità”. Pagina dopo pagina, bisogna sempre ricordarsi che “il demonio si nasconde nei particolari. Più si rigira intorno a una storia e più è improbabile che resti sempre uguale.”

Sotto l’ombrellone e il sole cocente dell’estate, ecco un gelido intrigo a cui attingere per potersi finalmente rinfrescare. E provare qualche brivido.

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