Louis Armstrong, anima del jazz

di Rosalba Paletta

“Molto più che un simbolo: è uno degli indiscussi geni musicali del XX secolo, ambasciatore della musica afroamericana nel mondo”. L’Enciclopedia Treccani definisce così Louis Daniel Armstrong, solista di tromba, cantante e compositore nato a New Orleans il 4 agosto del 1900. Fu il primo, assieme alla sua tromba ed alla sua voce, a portare in giro per il mondo il fascino irresistibile del jazz, dopo aver contribuito a crearlo, interpretando nel tempo quel sincretismo tra poetiche africane, che risalivano alla vastissima memoria culturale degli schiavi deportati, e forme musicali occidentali, alla base del genere. Spinse i confini oltre quelli fino ad allora esplorati, segnando così momenti straordinari della storia della musica di tutti i tempi e del suo sviluppo. Ad attestare questo merito indiscusso arrivò postumo, l’anno dopo la morte che avvenne il 6 luglio del 1971, il prestigioso Grammy Lifetime Achievement Award, da parte della Academy of Recording Arts and Sciences.

L’ascesa segnò tutta la sua vita, non certo facile: nato in una famiglia nera e poverissima della Louisiana dell’epoca, il suo curriculum si forma in strada e giunge alle stelle, costellato di registrazioni che furono premiate con il Grammy Hall of Fame Award, riconoscimento destinato – anche questo – ai brani di valore storico e culturale. La sua versione di West End Blues del 1928, nel 1974 venne inserita nella Rock and Roll Hall of Fame fra le 500 canzoni che hanno determinato la nascita del Rock and Roll. Era geniale non solo per il timbro e la ritmica dello strumento, la tecnica e capacità di improvvisazione, ma anche e soprattutto per la leggibilità trasversale e universale. Sua la celebre frase: «Se hai bisogno di chiedere cos’è il jazz, non lo saprai mai».

Finì persino in carcere, da giovanissimo, per un colpo di pistola in aria una notte di capodanno. Ma di questa esperienza fece tesoro, perché è lì che incontrò la musica e conobbe la sua personale passione per lo strumento, la cornetta, prima ancora della tromba, che lo accompagnerà per la vita. «Ogni uomo – affermava – ha la sua propria musica che ribolle dentro di lui». Quella che scorreva nelle sue vene,  piena di creatività e suggestione, venne fuori grazie all’autodidattica, molto comune fra i musicisti neri all’epoca, che toccò con lui punte altissime e gli consentì di giungere a livelli di virtuosismo impensabili, dando prova della sua autentica genialità musicale.

Chi dice che fosse “capace di far piangere la tromba” dice una sacrosanta verità! Con lui si origina una svolta decisiva nell’espressione stessa del jazz: Armstrong si offre per primo al suo pubblico da solista, sorretto dalle incursioni della band. La spiega bene questa esigenza quando afferma: «La mia vita è sempre stata la mia musica, è sempre venuta prima, ma la musica non vale nulla se non puoi riversarla sul pubblico. La cosa principale è di vivere con e per quel pubblico». A Chicago arrivò l’incontro decisivo con King Oliver e quello con la pianista Lil Hardin, che divenne sua moglie e anche sua manager. Con lei diede vita ai primi gruppi: dapprima gli Hot Five, poi gli Hot Seven, dove si avvicendano grandi del calibro di Kid Ory, Johnny Dodds, Johnny St. Cyr, Earl Hines, Baby Dodds. Proprio con loro fra il 1925 ed il 1928 Loius incide brani memorabili, da Cornet Chop Suey a Tight Like This. La storia del Paese influenzò moltissimo l’andamento della sua carriera e le sue scelte stilistiche, dettate spesso dalle case discografiche. Negli anni Trenta e Quaranta, con la Grande Depressione, per esigenze commerciali, appare come celebrità nelle grandi orchestre, con le quali, pure, incide brani importanti (Mahogany Hall stomp, I can’t give you anything but love, Dallas Blues). Ma ancora il mercato musicale cambia con la Seconda Guerra Mondiale: la crisi delle grandi orchestre lo riporta a formare un piccolo complesso, divenuto mitico perché lo accompagnò dal 1947 alla morte, con applauditissime tournée in tutto il mondo: gli All Stars. Le sue caratteristiche distintive furono senz’altro l’eleganza, la passione, la creatività. E forse, su tutte, una grande e profondissima umanità, che traspare tutta quando afferma: «Devi amare per poter suonare». O quando canta, con la sua indimenticabile voce roca What a Wonderful World!

 

 

 

Https://www.facebook.com/mediterraneodintorni/
Condividi