I quattro finalisti del Premio letterario Caccuri

di Daniela Rabia

Un evento culturale giovane – è nato nel 2012 – eppure già prestigioso al punto d’aver meritato l’onorificenza della Medaglia al valore culturale che il Presidente della Repubblica gli ha assegnato. Un premio letterario di ottimo livello il cui merito va ascritto all’Accademia dei Caccuriani e ai suoi sognatori, Adolfo Barone, Roberto De Candia e Olimpo Talarico, i quali hanno creduto e creato un progetto così importante sfidando ostacoli e luoghi comuni. La VIII edizione si terrà a Caccuri, antico borgo della Sila crotonese, dal 6 al 10 agosto 2019 e presenta i seguenti quattro finalisti:

“Ancora un giro di chiave. Nino Marano. Una vita fra le sbarre”, Baldini e Castoldi editore, di Emma D’Aquino, immette sin da subito i lettori nelle atmosfere violente delle carceri. Sono i tanti istituti di pena in cui viene rinchiuso Nino Marano che commette un furto di una bici che gli spalanca le porte della galera, per poi compiere altri reati fino ad omicidi efferati. Emma D’Aquino, giornalista del Tg1 e noto volto televisivo, racconta in pagine intense ed emozionanti la storia di un detenuto, un uomo che ha vissuto più vita a scontare pene che in libertà a godersi la sua amata Sarina e i figli. Il testo è frutto dei racconti che il Marano fa nel tempo alla giornalista che lo incontra per la prima volta nell’Ucciardone. Tentativi di evasione, tentato suicidio, violenza, riempiono le righe delle fitte pagine del volume. La penna della D’Aquino penetra a fondo i fatti, li sviscera, li propone nella loro conseguenzialità. Sembra una catena maledetta, impossibile a spezzarsi, quella che lega Nino Marano alle celle. A volte gli episodi appaiono voluti dal destino, altre volte è l’uomo che agisce, sbaglia, si pente quando ormai è tardi, ricomincia a cadere nel vortice del male. Nino Marano nelle varie carceri entra in contatto con gente di ogni tipo; in prigione nascono rapporti di amicizia vera, s’instaurano momenti di scambio e di apprendimento. Saranno alcuni brigatisti a insegnare a Nino il valore del sapere, a spronarlo alla lettura che gli apre un mondo nuovo dietro le sbarre. Al chiuso Marano coltiva anche la passione per la pittura; sarà una Madonna una delle sue opere più belle. Forse un modo per redimersi, per fuggire, per evadere dal buio. Dai pensieri truci. Dai momenti di non ritorno. E poi dai ricordi, quelli indelebili che segneranno per sempre la sua esistenza. “Ancora un giro di chiave” e noi sentiamo quasi queste chiavi pesanti girare e sbarrare le porte alla vita, alla luce, alla famiglia, agli affetti più cari, a se stessi. Cinquant’anni di galera, compresa l’applicazione del regime del 41 bis, cambiano una persona, la stravolgono, la segnano irrimediabilmente. Emma D’Aquino ci consegna un resoconto vero, puntuale di una storia tra le tante a cui la sua scrittura ha il pregio di dare visibilità, togliendola dall’oblio a cui vicende come questa sono condannate. Un racconto incentrato sulla memoria individuale del protagonista che si apre con sincerità ma anche sulla memoria collettiva, fatta di tanti piccoli casi che reclamano di uscire dall’ombra. Il testo entra con forza nella mente del suo lettore per farlo riflettere, conoscere, capire. Ma non è la mente a trattenerne la parte più bella bensì il cuore in cui restano annidate le infinite emozioni che promanano dalle pagine.

È molto più di una biografia il testo “C’era una volta Andreotti”, Solferino edizioni, di Massimo Franco, inviato e notista del Corriere della Sera. Come si evince dal sottotitolo, si tratta del ritratto di un uomo, di un’epoca e di un Paese. Scriveva la scrittrice indiana Arundhati Roy nel suo romanzo “Il dio delle piccole cose” che «ci sono cose che si possono dimenticare e cose che non si possono dimenticare»; l’opera di quest’autore, una volta letta, entra a far parte del patrimonio umano e di conoscenza di chi vi si accosta ed è certamente indimenticabile. Forse perché rappresenta uno spaccato di storia individuale e collettiva che ha segnato per sempre il corso degli eventi in Italia e non solo o forse perché la penna incisiva e puntuale di Franco ha saputo delineare i contorni, ripercorrere i fatti, indagare gli stati d’animo ad essi sottesi, in maniera così autentica e pregevole da consegnare ai lettori un capolavoro che si colloca nel panorama della scrittura oscillando tra la narrazione e la poesia. C’è la poesia insita in ogni vita, c’è l’ansia del divenire, c’è il raggiungimento dei traguardi, c’è il dramma della parabola umana discendente, il declino, il dolore, la morte. Ma soprattutto c’è un uomo Giulio Andreotti, a cento anni dalla sua nascita avvenuta il 14 gennaio del 1919, che viene presentato in tutta la sua complessità quasi per farlo guardare a occhio nudo senza gli infingimenti delle lenti offuscate del tempo che cancella malamente le tracce di ciò che è stato. 

“Ho imparato” di Enrico Letta «non è (solo) un libro… È piuttosto un progetto collettivo» scrive del suo testo edito dal Mulino lo stesso autore, già Presidente del Consiglio dei Ministri nel biennio 2013-2014, ministro e parlamentare. Un’opera in cui Letta vuol lanciare le sue proposte perché l’Italia cambi direzione. Una scrittura tutta protesa a illustrare il cambiamento e gli atteggiamenti possibili di fronte ad esso con una scelta preferenziale, esemplificata nelle righe della quarta pagina di copertina “Quando soffia impetuoso il vento del cambiamento c’è chi alza muri e chi, guardando avanti, costruisce mulini a vento”. Cambiare si può e si deve, al pari di come si deve reagire adeguatamente al cambiamento, soprattutto perché ai giovani si deve “restituire il futuro”. Un libro per definizione è rivolto al vasto pubblico dei lettori ma se si potesse entrare nella mente dell’autore si avrebbe la certezza che il suo “Ho imparato” è indirizzato principalmente ai giovani, come si evince peraltro dal sottotitolo “In viaggio con i giovani sognando un’Italia mondiale”. Tante le cose che Letta scrive di aver imparato; una fra tutte rappresenta il messaggio chiave del volume:  “Imparare è soprattutto capire che la bellezza della vita è guardarla con gli occhi degli altri, oltreché coi propri”. Parafrasando lo scrittore se “il ruolo della politica è proprio quello di trovare e raggiungere il delicato equilibrio tra competenza e rappresentanza”, forse il ruolo di un buon libro è quello di trovare l’equilibrio tra toccare le corde dell’anima e illuminare la mente dei lettori.

Nel suo saggio “I sette peccati capitali dell’economia italiana”, edito Feltrinelli, Carlo Cottarelli, economista ed editorialista italiano, individua ed esamina singolarmente i fattori che danneggiano l’economia italiana. Si passa dall’evasione fiscale – che in Italia è più alta di quella degli altri Paesi – alla corruzione, criticabile da un punto vista etico anche se non avesse conseguenze economiche che di fatto ha, all’eccesso di burocrazia in cui l’autore sottolinea efficacemente che «se è vero che i burocrati generano le regole, è anche vero che le regole generano i burocrati», alla lentezza della giustizia con gli innumerevoli procedimenti pendenti e una giustizia civile lenta. Ma ancora c’è il non trascurabile crollo demografico, effetto del calo delle nascite e della riduzione del tasso di fertilità e con il problema dell’invecchiamento della popolazione, e il divario tra Nord e Sud profondissimo e secolare. E da ultima la difficoltà del Paese di convivere con l’euro. Un’analisi puntuale e approfondita che traccia le interrelazioni tra i suddetti “peccati”, cosa che può essere vista anche come un vantaggio perché risolvere un problema può permettere di risolvere anche gli altri. Il testo di Cottarelli fornisce dati utili, approfondimenti importanti per cercare una soluzione alla mancata crescita dell’economia italiana. «Ma il primo passo per risolvere i problemi è quello di rendersi conto di quanto siano gravi e di quanto possano nuocere – scrive l’autore, aggiungendo inoltre di non essersi occupato delle virtù della nostra economia – …virtù che pure sono tante».

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