Monarchia o Repubblica

di Salvatore Scalise

«La Repubblica Italiana è nata assai dimessamente. È forse la prima volta che nella storia italiana un regime italiano nasce all’italiana, senza eroici furori, deliri di grandezza. È  nata come una creatura povera come è povero il paese, visitata dai suoi parenti poveri.»

L’opinione di Corrado Alvaro, acuto osservatore della società italiana di quel periodo, descrive una celata sensazione che serpeggiò in molti italiani e – al voto per la prima volta – italiane che furono chiamati a decidere il proprio futuro attraverso il Referendum che avrebbe determinato la nuova forma istituzionale dello Stato italiano. Contestualmente si votò per l’elezione dei componenti dell’Assemblea Costituente i quali avrebbero dovuto scrivere la legge fondante del vivere comune. Il Referendum tra monarchia o repubblica fu il campo di scontro più sentito e partecipato di quel 2 giugno 1946.

L’assetto istituzionale della nuova Italia fu uno dei primi argomenti affrontati dai partiti del Comitato di Liberazione Nazionale già nelle prime riunioni che si tennero in modo clandestino a Roma, successivamente alla firma dell’armistizio dell’8 settembre. Per il CLN la rinascita dell’Italia, prima attraverso la guerra di liberazione e successivamente con la scelta della forma istituzionale, non poteva avvenire sotto un governo voluto e costituito dalla dinastia sabauda. Tale pensiero con il passare dei mesi fu esplicitato in modo più netto e chiaro. Nel primo congresso dei partiti antifascisti tenutosi a Bari il 28 e 29 gennaio 1944, si arrivò a dichiarare all’unanimità che “presupposto innegabile della ricostruzione materiale e morale italiana è l’abdicazione immediata del Re, responsabile delle sciagure del Paese.” Alla monarchia, in generale, veniva imputato l’appoggio alle scelte del fascismo mentre su Vittorio Emanuele III, in particolare, pesavano diverse accuse come: non aver firmato il decreto d’emergenza per fermare nel 1922 la marcia fascista su Roma, aver controfirmato le leggi razziali nel 1938 e aver appoggiato Mussolini nella folle avventura di una inopinata guerra a fianco di Hitler.

Da parte dei Savoia, al contrario, si riteneva che con la caduta di Mussolini e del fascismo e con il ritorno alle prerogative dello Statuto albertino – così come richiesto nell’ordine del giorno di Dino Grandi approvato il 25 luglio del 1943 – al ruolo della monarchia veniva sottratto qualsiasi giudizio politico e morale “muovendo dal presupposto della irresponsabilità del sovrano per gli atti del proprio governo”. In realtà a molti sembrava alquanto anacronistico, dopo venti anni di regime fascista, ritornare al vecchio Statuto Albertino.

Il disegno politico istituzionale, per i componenti del CLN, era oramai del tutto delineato e sottendeva un percorso esclusivo delle forze politiche antifasciste che avrebbe portato ad una forma democratica di Repubblica. Con questi presupposti per il CLN non era previsto nessun riconoscimento del governo di Badoglio, espressione di Vittorio Emanuele III e, di conseguenza, non poteva esserci nessun tipo di collaborazione. La situazione creatasi tra il governo di Badoglio e i partiti del CLN preoccupava alquanto gli anglo-americani in quel 1944 impegnati a produrre il massimo sforzo, in collaborazione con la Resistenza, nell’affrontare le truppe tedesche e della Repubblica Sociale di Mussolini. Sembrava del tutto prematuro discutere di forma istituzionale in un frangente così delicato per la continuazione del conflitto. Lo stesso Stalin – ancora in attesa di un’apertura di un secondo fronte in Europa che potesse consentire un alleggerimento del fronte russo – diede mandato a Palmiro Togliatti per trovare un accordo tra i partiti del CLN per la costituzione di un governo di unità nazionale con la monarchia finalizzato alla lotta del nazifascismo.  E così Togliatti, rientrato dall’Unione Sovietica dopo 18 anni, dopo aver convinto il Comitato Centrale del Partito Comunista Italiano della necessità di anteporre la lotta al nazifascismo alla questione istituzionale, dettò le condizioni per la partecipazione ad un nuovo governo Badoglio. È  la svolta di Salerno, città che in seguito allo sbarco anglo-americano era diventata sede del governo italiano dopo Brindisi. A questo punto, proprio per salvare l’istituto monarchico, esponenti politici vicini alla corona, tra cui Enrico De Nicola e Benedetto Croce, convinsero re Vittorio Emanuele III ad annunciare via radio «il suo irrevocabile ritiro a vita privata dopo la liberazione di Roma, la nomina di un luogotenente nella persona del figlio Umberto e la convocazione di un’Assemblea Costituente che avrebbe deciso sulla forma istituzionale dello Stato e dato una nuova costituzione al Paese». Era il 12 aprile del 1944

Il 22 aprile si formò un nuovo governo con Badoglio presidente, del quale facevano parte esponenti dei partiti del CLN. Con la liberazione di Roma il 4 giugno 1944 arriva la svolta che il Comitato di Liberazione Nazionale attendeva. In una riunione a Roma, questa volta non clandestina, l’8 giugno gli esponenti antifascisti chiedono le dimissioni del secondo governo Badoglio e la costituzione di uno nuovo a guida di Ivanoe Bonomi espressione del CLN. I ministri nominati non giureranno fedeltà alla corona “ma si impegneranno a prestare la loro opera nell’interesse della nazione e a non compiere atti che possano pregiudicare la libera scelta sulla questione istituzionale”. L’atto più significativo emanato dal nuovo governo fu il decreto legislativo del 25 giugno 1944, definito successivamente come la “prima costituzione provvisoria”, in cui si sanciva in modo definitivo quanto previsto dalla svolta di Salerno e cioè che ad avvenuta liberazione dai nazifascisti la forma istituzionale sarebbe stata scelta dal popolo italiano “che a tal fine eleggerà a suffragio universale diretto e segreto un’Assemblea Costituente per deliberare la nuova costituzione dello Stato”

Il 7 novembre il luogotenente Umberto rilasciò un’intervista al New York Times in cui affermava che la scelta fra monarchia e repubblica doveva essere lasciata alla scelta diretta del popolo tramite un referendum e non all’Assemblea Costituente. Successivamente alla liberazione del Nord Italia, il 21 giugno del1945 fu nominato Presidente del Consiglio Ferruccio Parri, uomo della Resistenza. Fu proprio la nomina di un esponente della Resistenza che si insinuò negli ambienti anglo-americani, soprattutto britannici, il sospetto di una possibile deriva rivoluzionaria in Italia. Per le pressioni di ambienti economici e della Chiesa fu allora designato nel dicembre 1945, come Presidente del Consiglio, Alcide De Gasperi, nominato da Umberto di Savoia luogotenente del Re. Fu proprio De Gasperi che con il decreto legislativo del 16 marzo 1946 n. 98 (definito la seconda costituzione provvisoria) a stabilire le modalità dell’elezione dell’Assemblea Costituente, che avrebbe redatto la nuova Costituzione mentre la scelta della forma istituzionale sarebbe avvenuto tramite un referendum popolare. La data fissata per le votazione fu individuata nel 2 giugno 1946. Ebbe inizio una campagna elettorale per molti esaltante e combattuta ma gravida di una drammatica attesa. La tregua istituzionale tra la monarchia e i sostenitori della repubblica venne rotta da Vittorio Emanuele III che, in un estremo tentativo di salvaguardare la corona, il 9 maggio abdicò in favore del figlio Umberto il quale assunse il nome di Umberto II.

Il 2 giugno del 1946 le operazioni di voto si svolsero in modo regolare con grande affluenza da parte degli italiani, anche se non tutti gli italiani quel giorno poterono votare. I collegi previsti di Trieste, la Venezia-Giulia-Zara, con l’Istria compresa fra le terre della “Venezia”, la provincia di Bolzano, non poterono partecipare al referendum e all’elezione dell’Assemblea Costituente perché territori occupati dagli alleati o dai comunisti jugoslavi di Tito.

Https://www.facebook.com/mediterraneodintorni/
Condividi