Il dirigibile di Almerico da Schio, lo “Zeppelin” italiano

di Rossella Reggiani

Con cinquant’anni di anticipo sull’aereo, e figlio dei palloni aerostatici che già a fine Settecento si alzavano nel cielo, il dirigibile – nella sua breve vita – è stato un altro mezzo con cui l’uomo ha cercato e ottenuto  di alzarsi in volo. Rispetto ai “palloni”, che non potevano essere guidati poiché si poteva solamente farli salire e scendere, il dirigibile veniva pilotato. Il francese “Giffard I” del 1852 è stato il primo esemplare: ventisei i chilometri percorsi alla velocità di otto chilometri orari! Da allora i progressi furono rapidi e quando l’aeronauta brasiliano Alberto Santos-Dumont gli applicò un motore a scoppio, che successivamente fu migliorato, la macchina volante raggiunse i settanta chilometri orari. Ma quando si parla di dirigibili l’immaginario collettivo è automaticamente portato a pronunciare un nome: il Conte Zeppelin. Questo signore tedesco munì il pallone di una struttura rigida, uno scheletro in metallo che garantì robustezza. Il 3 luglio del 1900 lo “Zeppelin” lungo 124 metri volò sul lago di Costanza. Questo è probabilmente il volo che diede impulso all’epoca d’oro dei dirigibili, durata ancora per una quarantina d’anni: il 6 maggio del 1937 è la data del loro tramonto, causato dall’incidente dell’“Hindenburg”, il più grande oggetto volante mai costruito, che alle 19.25, non lontano da New York, si incendiò mentre si accingeva all’attracco al pilone dopo avere compiuto la traversata atlantica. Un’esplosione disastrosa che determinò la morte di trentasei persone e che impressionò il mondo.

In mezzo a queste vicende, e parte di questa storia del volo, c’è anche un protagonista italiano: è il conte Almerico da Schio, laureato in giurisprudenza con la passione per l’astronomia, la matematica, la meteorologia e l’aeronautica. Mette su l’Associazione in partecipazione per la costruzione e l’eventuale esercizio della prima aeronave (era questo il nome della società!) allo scopo di realizzare la sua impresa. Anche la Regina Margherita fornì un contributo economico per il finanziamento dell’iniziativa. Dopo diversi fallimenti, finalmente alle 5.40 del 17 giugno del 1905 l’aeronave “Italia” effettuò il primo volo di prova dalla fattoria Caussa, a Schio, in Veneto. Così descrisse l’evento lo stesso Almerico da Schio: «L’aeronave partiva libera in direzione sud sud-ovest. Salita di circa 400 metri si dimostrava ubbidiente alla mano del pilota e descrisse sui tetti di Schio numerose volute in tutti i sensi…». Successivamente furono apportate delle innovazioni tecnologiche che furono brevettate. Il velivolo era lungo 37 metri, una circonferenza di 25 ed era appuntito sia a poppa sia a prua. La navicella – lunga 17 metri – appesa  sotto il pallone, conteneva il motore, il pilota e tre passeggeri. Subì qualche modifica e fece altri quattro voli, fino al 1909, anno in cui a seguito dei gravi danni dovuti ad un atterraggio violento finì la sua storia.

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