Boschi e storie tra Romagna e Toscana

di Carlo Lanzoni

In quanto riminese mi è capitato spesso, conversando con persone dalla provenienza e dall’età più varia, di constatare come l’immagine più diffusa e radicata della Romagna sia quella associata a vivaci spiagge affollate inserite in un contesto altamente urbanizzato con il liscio per colonna sonora. Questa visione è sicuramente realistica ma parziale in quanto oltre, e all’opposto di questo, esiste altro. È sufficiente percorrere  verso l’interno  poche decine di chilometri per incontrare territori caratterizzati da un’alta naturalità e selvaticità. Le  foto notturne scattate dai satelliti sulla regione evidenziano  i  bagliori delle principali città della pianura padana, la cintura luminosa costiera, mentre sulla dorsale Appenninica prevale un buio pesto. Nel cuore di questo buio è il Parco delle Foreste Casentinesi, una superfice di 370 chilometri quadrati situata a cavallo tra Romagna e Toscana che rappresenta una delle aree protette più antiche ed importanti del Paese. Nato e sviluppato  dai nuclei originali delle riserve del Gran Ducato di Toscana e dalla millenaria foresta camaldolese, questo patrimonio forestale, con le faggete di Sassofratino, nel 2017 è stato  anche riconosciuto patrimonio dell’Unesco.

Sul versante romagnolo esiste una porzione  del Parco meno nota e discreta: si tratta di una vasta area che coincide con la parte più elevata delle valli che danno origine ai fiumi Bidente, Rabbi, Montone. Un ambiente molto diverso se confrontato con i boschi ordinati e coltivati del versante toscano. Ci troviamo in presenza di un territorio dall’orografia tormentata, un panorama che fino alla metà del secolo scorso si presentava caratterizzato da rilievi resi brulli dall’intenso pascolo, e dallo sfruttamento di  poderi  sovente ricavati terrazzando i pendii. Il grande naturalista forlivese, Pietro Zangheri percorrendo il crinale e guardando verso l’Adriatico denominava  affettuosamente queste terre “le biancherie stese al sole di Romagna“.

Questo  ambiente severo nel dopoguerra era ancora abbastanza popolato da gente operosa, spinta a insediarsi in luoghi e a quote oggi impensabili, dall’incremento demografico e  dalla conseguente “fame di terra”. Questa  cultura montanara  aveva  alle spalle una grande storia e nei suoi  usi e costumi ricordava non tanto le civiltà mediterranee ma  legami  e similitudini con il nord  Europa.  I cappelli a falde larghe degli uomini, i mantelli degli anziani, le cotonine fiorate delle donne. L’uso diffuso di muli e cavalli come mezzi di lavoro e trasporto, una religiosità popolare intessuta di  sincretismi cristiano-silvani, i balli tradizionali e la musica dagli echi e sonorità celtiche… tutto ciò, con l’avvento della modernità e del miracolo economico  si eclissò  rapidamente.

Alla metà degli anni ‘60 si consumò l’ultimo grande e definitivo esodo. Le secolari durissime condizioni di vita divennero  insostenibili e l’abbandono calò su paesi, poderi e castagneti. Intere frazioni e case sparse  furono  serrate con all’interno mobili, suppellettili, forse pensando all’eventualità di un ritorno che nella quasi totalità dei casi non avvenne. Oggi, dopo oltre mezzo secolo, nel visitare  questi luoghi  si coglie immediatamente un elemento sorprendente nel vedere come la natura è stata in grado di recuperare in tempi relativamente brevi, spazio e vigore, guarendo degradi e antiche ferite, ricostruendo  un ambiente lussureggiante di boschi misti, vere e proprie oasi per la flora e la fauna. Oltre alla fauna tradizionale di  cervi, daini ,cinghiali, poiane,  l’ambiente si è arricchito di nuove  specie di pregio e rarità: l’aquila, il picchio nero, la rosalia alpina, la salamandra terdigitata. Inoltre la consolidata  presenza di alcuni branchi di lupi rappresenta l’evidente indicatore di una catena alimentare completa e una garanzia di integrità ambientale.

La mia passione per l’escursionismo mi ha portato sin da ragazzo a camminare e soggiornare spesso in questo territorio. Negli ultimi anni a questi vagabondaggi ho abbinato il piacere di disegnare sul posto, regalandomi le pause  necessarie e momenti di serena  contemplazione. Le immagini così raccolte in vari quaderni rappresentano un lavoro tuttora in corso. Di questa esperienza uno degli aspetti che più mi affascina  è l’incontro, in luoghi spesso remoti, con  le sempre più labili tracce della trascorsa presenza dell’uomo: il rudere di una casa ormai colonizzato dalla vegetazione che spunta nel bosco, una celletta votiva che resiste ai margine di una mulattiera, le travature ormai incerte di un vecchio ponte, un attrezzo agricolo arrugginito abbandonato ai bordi di un campo, oppure più in dettaglio, l’affiorare dal terreno  di un ferro di cavallo o di un chiodo contorto. Tutto ciò mi pone in continuo imbarazzante paragone rispetto alle mie abitudini e comodità di uomo moderno, moderatamente consumista, che prova una esagerata insofferenza e  per il disagio prodotto da una breve  interruzione  dell’energia elettrica.

Un compianto alpinista e scrittore, di grande sensibilità, Giovanni Cenacchi, in un suo libro scriveva e si interrogava  a proposito della decadenza in Appennino di questi ruderi e manufatti: «Come possiamo conservare i resti delle case e questi oggetti  senza importanza ma pure così preziosi? Camminare, scoprire , raccontare, scrivere, “dire le cose “:  è forse questa la nostra ultima opportunità per “salvare” le cose, salvarle nello spazio interiore della memoria».

In questo solco di narrazione cerca di orientarsi il mio lavoro. Qui siamo lontanissimi dalle montagne delle grande imprese alpinistiche o della mondanità, da quelle che Mauro Corona definisce con caustico umorismo “le montagne firmate”, ma sicuramente un trekking di qualche giorno da Marradi alla Verna sulle orme del poeta  Dino Campana o raggiungendo  luoghi di grande spiritualità come gli eremi di Camaldoli, Gamogna  o innumerevoli altri itinerari e suggestioni  può costituire una vera e propria avventura rigenerativa. Personalmente mi considero fortunato per avere avuto spesso l’opportunità di percorrere e apprezzare questi luoghi, l’insieme delle esperienze e degli incontri qui maturato rappresenta per me un continuo arricchimento e occasione di riflessione. Una sorta di grande viaggio che ancora prosegue e per tanti aspetti e motivi si è rivelato molto più  importante di tanti passi compiuti in terre e mete lontane.

 

Carlo Lanzoninato a Rimini nel 1951, ex ferroviere,  cresciuto nelle suggestioni dei fumetti e dei libri di avventura illustrati, sin da giovanissimo ha praticato l’escursionismo. Fortemente legato alle montagne dell’Appennino, da alcuni anni ha scoperto e abbinato a questa passione la pratica del racconto tramite i carnet di viaggio.  Le sue opere sono state selezionate ed esposte in varie edizioni delle rassegne internazionali  del settore: Matite in Viaggio (Mestre) , Cuneo Vualà , Autori diari di Viaggio (Ferrara). Recentemente ha animato alcuni laboratori e mostre monografiche.

cadali@libero.it

L’Associazione Matite in Viaggio promuove l’interesse per il viaggiare quale scelta motivata di rinnovamento  nella conoscenza dei luoghi visitati e dei suoi abitanti. Visitare paesi e luoghi, incontrare persone e comunità, conoscere civiltà antiche e contemporanee, sono le premesse irrinunciabili affinché taccuini di viaggio manifestino la volontà e il sogno di riconoscersi nella libertà e nella dignità di tutti gli uomini.

Anna Maria Spiazzi – presidente dell’Associazione “Matite in viaggio”

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