Le ricadute dell’alimentazione sull’ambiente

di Giuseppe Ferrari

Accendo la TV e, dopo vari consigli su quale prodotto alimentare acquistare, compare la trasmissione “La prova del cuoco”. Faccio un po’ di zapping e trovo una replica di “Master chef” di non so quale edizione. Cambio ancora canale e appare la sigla iniziale di “4 ristoranti”, geniale trasmissione di Alessandro Borghese. L’elenco delle trasmissioni TV che parlano di cibo non finisce qui. E i social non sono da meno: quante volte su Facebook spuntano foto postate da amici interessati a farci gustare con gli occhi il loro pranzo o la loro cena? Esistono pagine di tutti i tipi su cui si parla di alimentazione o ci si scambiano ricette.

Siamo immersi in questo nuovo media-mondo, pertanto, invito tutti a riflettere su come il cibo entri, non solo nella nostra bocca, ma anche nei nostri pensieri, pressoché, di continuo.

Ma quanto ne sappiamo davvero di cibo? E, soprattutto, il cibo che noi scegliamo di mettere nel piatto, quanto influenza l’ambiente, la nostra vita e quella delle generazioni future?

A questa domanda ne segue un’altra: come mai gli animali, in natura, trovano ciò di cui hanno bisogno senza dover chiedere cosa mangiare ad un nutrizionista, ad un dietista, ad un esperto di alimentazione e noi, se non lo facciamo rischiamo la vita? Lascio a voi cercare la risposta. Potrebbe essere un altro interessante argomento da trattare, ma non usciamo dal seminato e torniamo a chiederci come può una dieta influenzare l’ambiente, l’atmosfera, la Terra. È mai possibile che un piatto di pasta al sugo, una fetta di carne, una mela, possano causare l’effetto serra, il cambiamento del clima, l’innalzamento della temperatura, l’inquinamento delle falde acquifere, la deforestazione, lo scioglimento dei ghiacciai… (ma anche a voi capitano elenchi sempre così lunghi)? Eppure le nostre scelte alimentari possono modificare molto gli equilibri già incerti del pianeta, anzi, la scelta del cibo è uno dei fattori che più condiziona il nostro impatto ambientale.

Partiamo dal fatto che oggi le “pretese”, in ambito alimentare, su prodotti non nostrani e soprattutto non a chilometro zero sono aumentate fino a poter portare, sulle nostre tavole, prodotti esotici che, appena dieci anni fa, non avremmo mai potuto acquistare con tanta facilità, anzi, non ne conoscevamo neanche l’esistenza. A questo si aggiungono anche le “storture” del mercato. Ieri, al supermercato volevo comprare i limoni. Vado al banco ortofrutticolo e li trovo. Provenienza: Argentina. Mi meraviglio molto perché vivo in Italia ed anche al sud, ma non mi scoraggio nella ricerca. Mi giro e vedo dei limoni confezionati nelle reti. Leggo il cartellino ed anche questi provengono dall’Argentina. Dei limoni italiani neanche l’ombra. Ora non voglio neanche mettere in dubbio la qualità, il gusto ed il profumo dei limoni argentini, anche se sicuramente rispetto a quelli della Sicilia o della costiera amalfitana perdono per KO. Oltre al gusto, però, chiediamoci quanto ci costa in termini di produzione di CO2, trasportare quei limoni dall’Argentina in Italia rispetto al trasporto di quelli italiani.

E questa non è un’eccezione dei limoni, tutt’altro. Ci sono moltissimi alimenti che, nonostante siano prodotti anche in Italia, arrivano sulle nostre tavole dall’altro capo del mondo. Mele (Cile), farina (Canada), olio d’oliva (Spagna, Grecia e Tunisia), pomodori pelati (Cina), broccoli (Cina), prezzemolo (Vietnam), basilico (India), melagrane (Egitto), peperoncino (Thailandia), menta (Marocco), meloni e cocomeri (Rep. Dominicana), fragole (Egitto), piselli (Kenia), arance (Egitto). L’elenco sarebbe ancora una volta lunghissimo. Inoltre dovremmo considerare la quantità di pesticidi e sostanze chimiche residui presenti sui prodotti venduti ai consumatori, rilevando spesso enormi irregolarità ed utilizzo di prodotti che in Europa, ma soprattutto in Italia, sono vietati. Tutto ciò ancora a danno della Terra, oltre che della nostra salute.

Il danno maggiore provocato dalle nostre scelte alimentari sull’ambiente, però, deriva principalmente da altri fattori. Innanzitutto la coltivazione agricola che si è trasformata, prediligendo alla qualità la quantità ad ogni costo, pur di vendere a prezzi stracciati e distruggere la concorrenza che non si adegua. Ovviamente questo risultato lo si ottiene solo attraverso l’utilizzo di fertilizzanti e pesticidi chimici che avvelenano ciò che mangiamo, il terreno e le falde acquifere. Altro elemento importante è l’allevamento intensivo. Migliaia di animali stipati in piccoli spazi per ottenere maggiori profitti. Questi animali vengono nutriti con mangimi che non sono la loro alimentazione naturale e che spesso provengono da colture OGM. Così stipati vengono “inondati” di antibiotici per proteggerli dalle infezioni e di prodotti per farli crescere velocemente. Questa “inondazione” arriva anche nei nostri piatti. Tutto ciò avviene sia per gli animali da macello che per gli animali “usati” per la produzione di derivati (latte, formaggi, uova, ecc.). Le terre destinate all’allevamento di bestiame ormai superano il 30% delle terre emerse non ricoperte dal ghiaccio. Questo dato è in continua crescita ed è la causa principale della deforestazione, sì perché il motivo principale della deforestazione non è (come la favoletta che ci raccontano) la produzione della carta e del legname, ma la ricerca di nuovi pascoli e nuove terre fertili, perché il calpestio prodotto dall’alta densità di animali nei pascoli, rende il terreno sterile per molti anni ed, inoltre, il fabbisogno di mangime è in continuo aumento. Così se ne vanno via per sempre porzioni di foreste tropicali millenarie con il loro bagaglio di biodiversità e con esse i polmoni della Terra. E non finisce qui perché per produrre un chilo di manzo possono occorrere fino a 100.000 litri d’acqua, mentre per un chilo di frumento ne occorrono solo 900 e per un chilo di soia 2000. Riflettiamo, allora, sul fatto che mangiando un chilo di carne si consuma 100 volte più acqua che mangiando un chilo di frumento. Gli effetti peggiori derivano soprattutto dall’emissione di gas intestinali e dalle deiezioni (sì… proprio quelle) che producono principalmente metano. Forse non tutti sanno che il metano causa un effetto serra addirittura di 25 volte maggiore rispetto alla CO2. Oggi il metano è sempre più sotto la lente d’ingrandimento proprio perché in enorme aumento nell’atmosfera e la principale causa è proprio dovuta agli allevamenti di animali.

Altre attività inquinanti della produzione di cibo di origine animale sono la produzione, la trasformazione ed il trasporto dei vegetali per alimentare gli animali. La FAO, nella relazione “Livestock’s long shadow” del 29 novembre 2006, sostiene che l’allevamento di bestiame produce circa il 9% di biossido di carbonio, ma è anche responsabile dell’emissione di altri gas serra come il 35-40% di metano ed il 65% di ossido di azoto (che influisce sul riscaldamento globale circa 300 volte di più del CO2). Il cibo di origine animale, in totale, produce emissioni di gas serra pari a circa il 18% di tutte quelle prodotte dall’uomo. Questa percentuale può essere paragonata alle emissioni dovute all’industria ed è maggiore di quelle dell’intero settore dei trasporti.

A tutto ciò bisogna aggiungere anche un aspetto, per così dire, sociale. Pur di produrre soia e cereali per nutrire gli animali, che a loro volta diventeranno alimenti diretti e/o indiretti dell’uomo occidentale, si utilizzano terreni fertili che fino a pochi anni fa erano l’unica risorsa per produrre alimenti per la povera gente di vari paesi sottosviluppati. È la nuova colonizzazione che difende quelle terre anche con le armi e con gli eserciti di mercenari pur di tenere lontani gli indigeni disperati ed affamati ed è causa di migliaia di morti soprattutto tra i bambini. In conclusione, proviamo ad informarci su cosa ci sia dietro le nostre scelte alimentari e come queste possano influire  sull’equilibrio delicato dell’ecosistema terrestre.

 

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