Le assaggiatrici, un romanzo in cui la vita sopravvive alla morte

di Daniela Rabia

“Le donne non muoiono da eroi”. Alle dieci donne che devono assaggiare per duecento marchi al mese il cibo di Hitler, piatti buonissimi ma “conditi forse con filo di veleno”, è chiesto di morire al posto del Führer, in sordina, in maniera decisamente poco eroica. Tra loro c’è Rosa Sauer, che, nell’autunno del ’43, è appena arrivata da Berlino per sfuggire ai bombardamenti ed è ospite dei suoceri Herta e Joseph, mentre suo marito Gregor combatte sul fronte russo. La guerra travolgerà le loro vite deviandone il corso naturale. Rosella Postorino nel suo straordinario romanzo “Le assaggiatrici”, edito Feltrinelli, vincitore della  56ª edizione Premio Campiello, racconta una storia di morte che insegue costantemente la vita, di solidarietà femminile che supera la diffidenza iniziale, di amori che nascono in situazioni disperate e impensabili tra estranei. “Del resto, l’amore accade proprio fra sconosciuti, fra estranei impazienti di forzare il confine. Accade fra persone che si fanno paura”. Un romanzo intenso, ricco di storie che s’intrecciano e toccano le corde dell’anima, facendo immergere il lettore in un momento buio della storia dell’umanità in cui la luce riaffiora attraverso i sentimenti forti dell’amicizia e dell’amore. “Ogni cambiamento implica dei costi”, a fortiori il cambiamento prodotto dalla guerra che spezza vite, legami, destini. Il matrimonio di Rosa e Gregor non reggerà sotto i colpi degli eventi e si sgretolerà dietro l’inaccessibilità dell’assaggiatrice berlinese sopravvissuta alla caserma di Krausendorf. Ma si può veramente sopravvivere alla vita? O la sopravvivenza è già di per sé una morte annunciata? O ancora tra la vita e la morte si crea una forma di sospensione che non appartiene né all’una né all’altra? Dopotutto “Nel mondo l’uomo è vivo – ci ricorda in epigrafe la scrittrice con le parole di Bertold Brecht – solo ad un patto: se può scordar che a guisa d’uomo è fatto”. Fragilità e forza si mescolano nelle pagine del romanzo della Postorino, ricordandoci che ogni cosa è sintesi tra opposti e che nelle sfumature si trova il senso che sfugge al definito, al chiaro, allo scuro. Non sarà il cibo avvelenato ad uccidere Rosa Sauer ma la sua capacità di adattamento e la sua graduale rinuncia  alla   ribellione  fino   all’accettazione   e   alla   resa.   Una  morte   annunciata   da   quegli   “occhi cerchiati che erano stati sin da bambina un presagio”. “Come si fa a dare valore a una cosa che può finire in qualsiasi momento, una cosa così fragile? Si dà valore a ciò che ha forza, e la vita non ne ha; a ciò che è indistruttibile, e la vita non lo è”- scrive l’autrice. La risposta è nella domanda stessa: è la fragilità e la finitudine della vita che la rende preziosa e genera attaccamento ad essa. Augustine, Elfriede, Ulla, Leni, Theodora, Sabine, Gerti, Heike, Beate e Rosa rinnovano la loro fede nella vita ad ogni boccone sperando che il cibo sia nutrimento e non morte e nel farlo insieme si scoprono finalmente complici e forse amiche. E sicuramente eroiche. Perché l’eroismo a volte è solo andare avanti, superare, sopravvivere.

 

 

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