Sicurezza nazionale e Intelligence

Ovvero saper raccogliere, analizzare e utilizzare le informazioni.

di Fabio Lagonia

Si può sostenere che oggi, a differenza delle epoche passate,  il vero potere consiste nel sapere quali informazioni ignorare.

 

Probabilmente non esiste un’altra parola che trascini dietro di sé suggestioni tanto contrastanti quanto affascinanti come il termine ‘intelligence’. Film e letteratura ci hanno messo del loro per evocare mondi avventurosi, spie, complotti, storie nascoste, eroi sconosciuti. Resta il fatto che l’Intelligence è lo strumento essenziale di cui lo Stato si serve per tutelare la sicurezza. In Italia questo delicatissimo compito è affidato al DIS – Dipartimento delle informazioni per la sicurezza, il cui direttore è nominato direttamente dal Presidente del consiglio dei ministri; il DIS è costituito da due agenzie operative, l’AISI e l’AISE, che si occupano rispettivamente della dimensione interna ed esterna della sicurezza nazionale, sia rispetto alle istituzioni sia riguardo ai cittadini.

Non c’è dubbio che oggi il web e le nuove tecnologie abbiano un’influenza predominante in questo ambito. «In un mondo dove il web oscuro è 500 volte più grande dell’internet visibile,dove si possono monitorare tra il 70% delle chiamate telefoniche mondiali, dove osservando i numeri di telefono si possono prevedere gli spostamenti futuri al 90%, dove attraverso i like che lasciamo su Facebook è possibile capire se siamo gay, musulmani o il nostro reddito, dove con un click si può destabilizzare una multinazionale, interrompere le trasmissioni da un satellite spia e truccare le elezioni, dobbiamo renderci conto che più aumentano i poteri delle tecnologie più c’è bisogno dell’insostituibile fattore umano per dare un’anima alle informazioni e disvelare le menzogne della società della disinformazione imperante dove la verità viene ridotta a mera opinione». Così sintetizza il fenomeno Mario Caligiuri, professore straordinario all’Università della Calabria, uno tra i primi a introdurre lo studio scientifico dell’Intelligence in Italia negli atenei promuovendo master, centri di ricerca, convegni e collane editoriali ad hoc. Gli abbiamo posto alcune domande.

Cos’è l’Intelligence oggi? E come si è adattata ai nuovi processi della globalizzazione informatica e tecnologica di massa?

L’uso adeguato delle informazioni è decisivo da sempre. Scriveva Bill Gates: “ho una certezza semplice ma incrollabile: il successo di una persona o di un’impresa dipende da come si raccolgono, analizzano e utilizzano le informazioni”. Quello che descrive il fondatore di Microsoft non è altro che il metodo dell’intelligence, cioè la trattazione adeguata delle informazioni. L’intelligence oggi è uno strumento per tutti: per i cittadini in modo da orientarsi nella società della disinformazione, per le aziende in modo da competere adeguatamente nel mercato globale e per gli Stati in modo da garantire sicurezza e benessere ai propri cittadini. Attualmente i social media inondano le persone di informazioni irrilevanti e quindi c’è la necessità di individuare le notizie reale e utili per comprendere il mondo e assumere decisioni nel proprio interesse. Appunto per questo nell’era delle tecnologie l’intelligence è fondamentale molto più di ieri in quanto ci consente di individuare le informazioni davvero importanti. Si può sostenere che oggi, a differenza delle epoche passate,  il vero potere consiste nel sapere quali informazioni ignorare.

Nella nostra epoca c’è un cambio di mission dell’Intelligence?

C’e una data precisa. È il 7 gennaio del 2015, il giorno dell’attacco terroristico alla redazione del giornale satirico parigino Charlie Hebdo. Da quella data non trascorre ora che nelle televisioni o sui giornali non abbiamo a che fare con la parola ‘Intelligence’, intesa come strumento fondamentale per garantire la sicurezza dei cittadini. È stata una trasformazione profonda che ha visto considerare l’intelligence da luogo oscuro ad elemento essenziale per la stabilità delle democrazie, da fattore di previsione del futuro  a mezzo di interpretazione della realtà, da metodo per pochi, forze di polizia e apparati dei servizi, a metodo per tutti.

Lei, professor Caligiuri, credo sia il primo ad aver introdotto studi sistematici sull’Intelligence a livello universitario in Italia, dapprima con un Master in “Intelligence e Sicurezza” istituito nel 2007 presso la UNICAL col sostegno dell’allora presidente emerito Francesco Cossiga, e da quest’anno addirittura con un corso di laurea magistrale. Fra l’altro, è solo all’Università della Calabria che vengono erogati tali corsi? È  soltanto un’altra opportunità di studio, una scelta fra le tante, oppure questi corsi rispondono ad esigenze reali e concrete per il Paese?

L’Università della Calabria ha fatto da apripista negli studi sull’Intelligence in Italia sia per quanto riguarda il master che la laurea magistrale, ma anche per quanto riguarda laboratori scientifici e collane editoriali. Oggi sono decine gli atenei italiani che stanno sviluppando questi studi, dalla “Sapienza” di Roma alla Luiss, dall’università di Firenze alla “Bocconi” di Milano. L’intento comune è quello di fare riconoscere l’intelligence come materia di studio nelle università e nelle scuole italiane, come avviene in tanti altri Paesi del mondo come gli USA e la Gran Bretagna, la Germania e la Francia. Questa disciplina risponde a una profonda esigenza sociale, in quanto è collegata con la sicurezza che è un concetto sempre più ampio e che è la premessa di ogni sviluppo sociale e personale. Non a caso gli Stati moderni nascono per garantire il diritto alla sicurezza dei propri cittadini ed oggi, con l’invasione tecnologica che sta portando a una società della sorveglianza e della disinformazione, coniugare libertà e sicurezza è diventato il tema centrale della contemporaneità.

C’è il rischio di incorrere nella semplificazione secondo la quale studiare Intelligence all’Università significa diventare 007?

In base a quello che abbiamo sopra descritto è molto parziale, anzi deviante. Sapere gestire le informazioni, nell’inondazione crescente di dati ai quali siamo ogni giorno sottoposti, la conoscenza dell’intelligence per distinguere il vero dal falso è una necessità sociale. E riguarda sia persone che istituzioni.

A proposito di 007: siamo cresciuti – anche grazie all’immaginario collettivo fomentato dalla cinematografia e dalla letteratura – con l’idea della massima e impenetrabile segretezza rispetto al mondo dell’Intelligence. Portare all’Università questo mondo può, in qualche misura, romperne la suggestione?

Al contrario. Significa, invece, collocare l’intelligence nella sua autentica dimensione che è quella storica e culturale. I Servizi segreti sono diventati un vero e proprio genere letterario, e quindi anche cinematografico, dagli anni Cinquanta in poi, cioè nel periodo della guerra fredda, che era una guerra a base di spie, dove l’informazione era la base essenziale. Non a caso molti scrittori che hanno contribuito al successo del genere, da Graham Greene a Len Deighton, da Ian Fleming a John Le Carrè, hanno operato attivamente nei Servizi.

Informazione e disinformazione rappresentano le due facce di una stessa medaglia, quella con cui tutti abbiamo a che fare da quando internet – e segnatamente i  social – sono parte integrante della nostra vita quotidiana, influenzandola in modo pesante. Le cosiddette fake-news sono l’espressione più eclatante di questo fenomeno, cui anche i personaggi pubblici soggiacciono. Rispetto alla sicurezza nazionale, questo fattore che incidenza può avere?

Notevolissima. In quanto la società in cui stiamo vivendo si caratterizza dalla disinformazione: eccesso di informazione da un lato e basso livello di istruzione sostanziale dall’altro. Non a caso quando parliamo di fake-news affrontiamo una parte molto limitata e parziale del problema poiché quasi tutta l’informazione è disinformazione intenzionale e programmata. Ieri si otteneva la censura vietando la circolazione delle informazioni, oggi si ottiene un risultato ancora maggiore inondando le persone di informazioni irrilevanti. Il risultato è la scomparsa della verità in quanto le opinioni si equivalgono,  nel senso che hanno l’identica possibilità di diffusione. Appunto per questo l’educazione  diventa il discrimine fondamentale.

La domanda che tutti i cittadini si pongono: è l’Intelligence a condizionare la politica, e quindi alcune scelte che si compiono nel Paese, o viceversa? Detta altrimenti: la politica, dunque il sistema democratico, ha un controllo totale sul sistema di sicurezza nazionale?

L’intelligence dipende dalle autorità politiche, alle quali è tenuta a fornire le informazioni che vengono richieste. Se l’autorità politica sottovaluta, distorce o non comprende la funzione dell’intelligence oggi questo è un problema più della politica che dell’intelligence. E le decisioni, sempre possibili in un ambito così delicato, riguardano le persone e non la funzione. Non a caso le azioni dell’intelligence nelle democrazie operano sulla base di leggi e vengono controllate dal Parlamento. La sicurezza nazionale è l’esigenza politica per eccellenza poiché gli Stati moderni nascono dopo la pace di Vestfalia del 1648 con la precisa funzione di garantire la sicurezza dei propri cittadini. E non a caso l’intelligence moderna nasce insieme agli Stati nazionali con una essenziale funzione etica: quella di salvare vite umane.

Mario Caligiuri, nato a Soveria Mannelli (CZ) il 1960, professore straordinario all’Università della Calabria, politico ed esperto di comunicazione, è stato tra i primi a introdurre lo studio scientifico dell’Intelligence in Italia, dapprima con un master istituito nel 2007, e dal 2018 un corso di laurea magistrale. Promuove anche centri di ricerca, convegni e collane editoriali. Ha scritto numerosi libri sul tema e ha curato, tra gli altri, il testo di Robert D. Steele, Intelligence. Spie e segreti in un mondo aperto (2002), e il volume Intelligence e scienze umane. Una disciplina accademica per il XXI secolo (2016), entrambi editi da Rubbettino.

 

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