Raul Colosimo, il jazz del Mare Nostrum

di Caterina Ferraro Pelle

Fuoco, aria, acqua, terra: i quattro elementi di madre Natura si fanno frammento palpabile sotto le dita di Raul Colosimo, nei suoi afflati, quando spinge l’aria dentro gli strumenti, quando suona alla luce di una fiammella sulla spiaggia, quando s’immerge nello Jonio con il suo sax, quando sta in mezzo a un campo coltivato a cercare note. Il suo modo di porgere il jazz, un genere musicale solitamente amato dai conoscitori, è spontaneamente creativo, mixato con innesti di melodie dolcissime che incantano anche il più profano dei suoi a volte casuali spettatori.

Raul, calabrese, abita a Parigi da molti anni e, come gli impressionisti di Montmartre, improvvisa anche per strada, attirando un pubblico diverso da quello che lo può ascoltare nelle sue esibizioni programmate.

Raul, tratti gli strumenti come fossero ali per volare, come i nastri per una ginnasta che li lancia, li riprende, li fa girare intorno al corpo. Quanto conta per te il rapporto tra strumento e corpo?

Il suono si crea con tutto il corpo, nel corpo. È ancora più evidente con gli strumenti a fiato. Il respiro lo attraversa completamente dalla testa ai piedi, che sono molto importanti perché costituiscono la base, la stabilità, le radici del nostro essere. Gli strumenti fanno volare sono come ‘protesi’.Ali sì, ma la relazione alla terra è fondamentale.

Nei tuoi ricordi recenti c’è una serata nel Parco di Scolacium, l’estate 2018. Pensi che il binomio musica–monumenti dia un’emozione più forte? Sogni di suonare un giorno a Caracalla?

Il concerto a Scolacium è stato una rinascita, almeno cosi l’ho vissuto. Suonare le mie composizioni di giovinezza e quelle recenti nella mia terra in quartetto, in un luogo dove antico e natura sono fusi è stato fantastico. L’organizzazione mi ha un po’ deluso, per esempio non ho avuto modo di conoscere prima di salire sul palco i musicisti della sezione ritmica, ma va bene così, si può migliorare. Per me la priorità è suonare, stare a contatto con il pubblico. Il concerto è stato un gran bel concerto in una cornice da brivido e c’era con me Thomas Umbaca, un giovane pianista calabrese nato e cresciuto a Milano, suoniamo insieme da anni. Caracalla? Sarebbe meraviglioso! Non riesco a immaginare quanto.

Raul, quanto mediterraneo c’è nella tua musica? E quali esperienze nel Sud dell’Italia ti hanno lasciato un segno?

Io sono calabrese, il mio sangue è calabrese, quindi totalmente mediterraneo. La mia musica, che sia scrittura o improvvisazione, lo è di conseguenza, come il linguaggio, pura sintesi tra inconscio e consapevolezza. Il suono del mare, del vento, degli ulivi, stanno in me anche quando sono lontano. Esperienze ne ricordo moltissime, prevalentemente al sud; ho la fortuna di aver suonato in tanti posti diversi: Atene, Biarritz, Marsiglia, Nizza, Nîmes, Crest, Alberobello, Bari, Catania, Reggio, Crotone, Cosenza, Roccella, Caulonia, Catanzaro, Matera e poi paesini calabresi sia al mare che in montagna, con il Parto delle Nuvole Pesanti e Lolli per esempio, Antonio Onorato, Peppe Voltarelli, Mimmo Cavallaro, Francesco Loccisano, Domenico Panetta, Merle-Anne e Voice Link…

Cosa ti lascia incontrare altri musicisti? Chi ricordi in modo particolare?

La musica si fa insieme, è l’arte dello stare insieme, l’armonia tra gli esseri. È amore allo stato puro. Sono tantissimi gli artisti che ricordo.  Uno dei più recenti? I compagni con cui ho suonato domenica 17 febbraio, David Aknin, Sylvain Daniel, Arnaud Roulin, Thomas Kpadé e poi andando indietro come un gambero: Serigne Diagne, Adama Bilorou, Thomas Umbaca, Merle-Anne, e potrei continuare per un bel po’.

Caspita! Si sente che ciascuno ha lasciato qualcosa in te. Passando al cinema, bella la colonna sonora del film “Il matrimonio” realizzato da tua madre, Paola Salerno. Sei compositore oltre che esecutore, in quale ruolo ti senti meglio?

I due ruoli sono indissociabili. Ho studiato composizione, quindi per me è essenziale la relazione con la partitura, ciò che è personale, quello che viene da dentro, quella zona nascosta che esce fuori e non è per forza bella, ma certo vera e vitale. Se devo proprio scegliere, direi ovviamente il compositore.

Non hai mai strizzato l’occhio alla musica di cassetta, non ti sei mai voluto “concedere” a produttori commerciali, con il risultato di una vita, per così dire, estemporanea. Sei contento di questa scelta coraggiosa?

Ho collaborato con artisti che sono monumenti della storia della musica e giovani protagonisti della musica contemporanea e popolare. Attualmente sono in contatto con una persona che non cito, che ha venduto milioni di copie e vinto Grammy Awards. Vuole produrre con me un lavoro che sto per finire sulla tradizione e l’innovazione. È mio l’inno per le elezioni presidenziali in Francia (EELV – Eva Joly) del 2012, ho composto sigle per programmi come “Sanremo al RoxyBar”. Ho suonato in stadi, Zenith, piazze, strade, bar… Sono un vagabondo con lo zaino pieno di note.

Opera. Delusioni? Soddisfazioni? Che ne è stato e che ne sarà del progetto?

Il progetto è in continuo divenire, ci lavoro 24 ore su 24. Le delusioni capitano, fanno parte della vita e aiutano a indirizzare meglio il tiro, la traiettoria perché tutto è percorso, itinerario, tragitto. La salute mentale e fisica sono la base del progetto DENTRO È  FUORI/OpeRA , perché se non c’è equilibrio psico-fisico niente è godibile, no?

Cosa succede dentro di te mentre suoni?

Succede la vita! Creo il vuoto ed entro in un mondo fatto di presente dove tutto è energia, divenire, respiro, vibrazione e sento gli altri reagire a quel filo che vive in me e fa sì che io mi muova e balli. Chi ascolta è o diventa attivo e reattivo, interloquisce con me che suono e io ho la sensazione di riuscire a far vedere e sentire che in me c’è un uomo che ha superato mille paure.

Prima di salutarci, parlaci dei tuoi sogni.

È in uscita un corto con musiche di cui sono autore, sto per incontrare un coreografo, ma mantengo un po’ di suspense per scaramanzia. Resta il grande sogno di creare un’orchestra, come dicevo. Sogno. Il negativo va ridimensionato fino ad essere talmente piccolo che neanche ti accorgi che ci sia. E se c’è, io lo nascondo negli accordi musicali.

Sicuro: all’atmosfera che Raul riesce a creare non si rimane indifferenti; la sua danza con gli strumenti ha l’effetto di un incantesimo. Provare per credere.

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