L’editoriale

di fabio Lagonia

Quando Dedalo tentò di tornare a casa con il figlio Icaro, Minosse lo rinchiuse nel labirinto. Per niente scoraggiato, Dedalo pensò: «Chiuda pure la terra e il mare, ma il cielo rimane aperto; dunque ce ne andremo per di là». Così, utilizzando delle piume e della cera, realizzò le ali con cui presero il volo. Sappiamo poi come andò a finire, con Icaro incurante dei consigli paterni. Mitologia greca a parte, il volo da sempre ha rappresentato un desiderio dell’essere umano, l’archetipo di una dimensione che spinge l’uomo a rischiare, a superare i propri limiti, a mettersi in gioco. Ciò che può essere fatto anche attraverso l’approccio scientifico, come insegna Leonardo da Vinci, di cui celebriamo in questo mese di questo anno il cinquecentenario dalla morte. Questo genio assoluto ha donato all’umanità arte, invenzioni, scoperte, studi, e persino intuizioni sul volo, che depurò da ogni aura misteriosa riconducendolo a fattori prettamente meccanici così come confermato molti secoli dopo. A volte è necessario andare controcorrente per trovare la strada giusta, o astrarsi dal calore della massa per poter pensare, vedere e realizzare grandi cose. Come fanno le aquile. Sarà per questo che Charles Lindbergh fu soprannominato “aquila solitaria”: la trasvolata atlantica di questo giovanissimo aviatore è passata alla storia come il primo “volo” umano in solitario. Un’impresa reale degna delle più suggestive narrazioni dell’epica. Da un’altra prospettiva, poi, questo tema può identificare e rappresentare il desiderio di elevarsi, la sete di infinito. E qui ci aiuta Francesco di Paola, il Santo canonizzato 500 anni fa, che amava ricordare come “tutti sono chiamati pel cielo”.

Parafrasando Victor Hugo possiamo allora dire che ai pensieri più intimi e più veri di ogni uomo è legato il filo dell’infinito.

 

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