L’Editoriale

di Fabio Lagonia

Quando Jurij Gagarin restò estasiato dalla stupefacente vista privilegiata della Terra di cui poté godere, quasi sessant’anni fa, in quanto primo uomo ad essere lanciato e a volare nello spazio, lo si sentì esclamare al microfono: «Che meraviglia!»

Una sensazione di stupore e prodigio che possiamo soltanto immaginare grazie alle stupende immagini di cui oggi disponiamo, e che rendono chiara la definizione di “pianeta blu” data dal cosmonauta sovietico mentre  orbitava attorno alla nostra casa comune. Gagarin fu il primo, insomma, a cambiare punto di vista sulla Terra. Letteralmente. Ma quell’impresa dell’aprile 1961 mutò indubbiamente anche il punto di vista culturale, offrendo all’uomo la possibilità di spingersi ben oltre le colonne d’Ercole.

Certo, non si poteva immaginare quanto sarebbero stati devastanti i futuri insulti ambientali procurati alla bellezza del nostro pianeta. Ci sono voluti decenni per persuadersi di un dato: la Terra è un villaggio globale in cui politiche ed economie locali condividono cause ed effetti con fenomeni sovranazionali. Vi è cioè un’interdipendenza planetaria che lega le crisi sociali, economiche, politiche e ambientali presenti in luoghi diversi. “Earth Day”, la giornata mondiale della Terra che l’ONU celebra ogni 22 aprile dal 1970, vuole proprio precisare questo concetto di ecosistema planetario, contro la sciocca opinione di chi si ritenga autosufficiente. È sempre Gagarin a ricordarci come «da quassù la Terra è bellissima, senza frontiere né confini»; ed è anche l’enciclica Laudato si’ di Francesco a sancire la disciplina dell’ecologia integrale, ossia l’osmosi tra ambiente e civiltà laddove evidenzia che non c’è ecologia senza un’adeguata antropologia. Citando Romano Guardini il Papa denuncia, con parole chiare, quella capricciosa cultura contemporanea che «ha finito per collocare la ragione tecnica al di sopra della realtà, perché questo essere umano “non sente più la natura né come norma valida, né come vivente rifugio: la vede senza ipotesi, obiettivamente, come spazio e materia in cui realizzare un’opera nella quale gettarsi tutto, e non importa che cosa ne risulterà”».

 

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