Coloratissimo Vietnam

di Gianni Cocco

In quindici giorni non è possibile capire bene la “vita” di un paese lontano. Colpisce subito però – almeno nei paesi del nord del Vietnam, dove sono stato – la tranquillità della gente e la sua cordialità. Il paesaggio è dolce, con colline alte e ripide piene di alberi. Nella pianura e nei terrazzamenti: risaie. Ogni famiglia riceve un bel sacchettone di riso ogni mese. Noi siamo stati nei paesini del Nord, al confine con la Cina. Poi giù fino ad Hanoi passando per Dien Bien Phu e giro in battello tra gli innumerevoli isolotti di pietra della Baia:  la leggenda parla di milleduecento isolotti che altro non sarebbero che i soldati che avevano vinto la battaglia dei “Mandarini in fiore” contro l’esercito della “Regina Malvagia”che dominava in tutta la regione. La “Regina Malvagia” allora, dalla rabbia  li ha tutti trasformati in speroni di roccia, disseminati nella baia. Ancor oggi, dopo più di cinquemila  anni, nessuno osa pronunciare il nome della “Regina Malvagia”.

Con il battello abbiamo navigato tra quei soldati pietrificati, silenziosi ed immobili. Abbiamo anche dormito, in battello, tra quelle “isole”, e di notte, al chiaro di luna, l’emozione di trovarsi in quel misterioso campo di battaglia è stata fortissima. Sono stato anche  in canoa lungo un affluente del fiume Rosso. Su al Nord ci sono più di cinquanta etnie, una diversa dall’altra nel costume e nel linguaggio. I costumi, ricamati a mano,  sono coloratissimi e indossati dalle donne sin da quando sono piccole. In costume vanno a scuola o a lavorare in negozio o nei campi. In costume se ne stanno in casa o vanno al mercato o a qualche festa. Le differenze del linguaggio non sono grandissime e tra loro si capiscono. Una donna di un’etnia può sposare un uomo di un’altra etnia senza grossi problemi. Non ho capito se i figli appartengono all’etnia del marito o della moglie. La guida non ha saputo spiegarmi chiaramente le varie possibili combinazioni.

I mercati del Vietnam sono un mondo incredibile. A quello di Can Cau tutti erano arrivati in motorino. Noi siamo stati lì nella prima metà di gennaio, quindici giorni prima del loro capodanno. Molte mamme regalavano alle figlie addobbi per la festa che si sarebbe fatta nei paesi. Copricapi complicatissimi ma bellissimi, in tinta con i colori della propria etnia; oppure complicate collane in finto argento. Nessuno si è meravigliato o è venuto a curiosare mentre schizzavo sul mio taccuino la scena, lì davanti a loro. Un’occhiata, e un sorriso.

Ho visto due donne arrivare con un “taxi”: un carretto ben drappeggiato e pulito con tanto di targa col numero, trainato da un bufalo. Ho acquistato anch’io due “camicie” a maniche corte ma molto larghe, bellissime, ricamate a mano. Ho assaggiato delle strane “nocciole” , una piccola banana e altra frutta a me sconosciuta e dal nome per me irripetibile. Non hanno voluto soldi, ma ci siamo scambiati un inchino con un sorriso. Sono stato  al museo di Storia a Dien Bien Phu. Avevamo già da tempo un appuntamento con il direttore, e con la nostra guida che ci faceva da interprete abbiamo fatto assieme una lunga chiacchierata e lui ci ha spiegato tante cose sulla guerra con la Francia, terminata  nel 1954.

Credo che il regime sia molto rigido e non lasci tanti margini. In compenso, sempre a detta della nostra giovane guida, non ci sono ladri o fatti vandalici. I delitti sono rarissimi. Nei piccoli villaggi, le case sono fatte di legno, bambù e paglia, sollevate dal suolo più di un metro, e sotto vi razzolano le galline e qualche maialetto. C’è sempre un piccolo orticello, fuori della casa e spesso un piccolo “laghetto” con dentro qualche bel pesce che nuota. Siamo entrati in qualche casa: arredo minimo, in bambù, e stuoie per terra. Tutto però era molto pulito. Spesso il focolare è a terra, fuori della  casa. Sotto la casa, assieme alla catasta di legna da ardere, alle galline e ai maialini,  ci sono i motorini appoggiati alle palafitte. Belli puliti e coloratissimi anche loro.

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