Wadi el-Jarf: i papiri del Mar Rosso, il porto e la costruzione della Grande Piramide

di  Tiziana Giuliani

Qualche anno fa, sulla foce del Wadi Araba, una zona situata a 24 chilometri a sud di Zaafarana e a 119 dalla città di Suez, lungo la costa orientale dell’Egitto, sono stati trovati degli antichissimi frammenti di papiro che riportano informazioni relative alle attività di un team di lavoratori. Il restauro e lo studio filologico di questi frammenti hanno consentito agli studiosi di mettere in relazione questi antichi operai con la costruzione della Grande Piramide, il monumento funerario voluto da Khufu, più noto come re Cheope, edificato sull’altopiano di Giza circa 4500 anni fa, gettando luce su una rete organizzativa ed una realtà a noi conosciuta solo per sommi capi. Nell’area, indagata dal 2011 dal team del professor Pierre Tallet della Sorbonne di Parigi, sono presenti un porto già operativo durante la IV dinastia, un sistema di 31 grotte scavate in una piccola collina di roccia calcarea e una sorgente d’acqua dolce che si trova oggi in corrispondenza del monastero di Saint Paul e già conosciuta al tempo del regno di Khufu.

Quello di Wadi el-Jarf non era un porto occupato costantemente. Da lì salpavano le navi dirette verso le cave del Sinai meridionale per prelevare rame e turchese e tornavano indietro con il loro prezioso carico attraccando alle banchine i cui i resti, ad oggi quasi del tutto ben preservati, sono ancora visibili. La datazione dell’area archeologica di Wadi el-Jarf fa del suo porto la più antica e completa struttura portuale marittima a noi conosciuta. Si pensa infatti che sia stato progettato durante il regno di Snefru (2620-2580 a.C. circa) ma che fu particolarmente utilizzato per le spedizioni organizzate dall’amministrazione reale che operava sotto il regno di Khufu. Probabilmente l’area portuale fu quasi del tutto abbandonata proprio alla fine del suo dominio, a favore del nuovo porto di Ayn Sukhna costruito 90 chilometri più a nord per volere di Khafra. Ayn Sukhna, proprio per la sua vicinanza con Memphis, la capitale amministrativa dell’antica Kemet, resterà in funzione fino alla XII dinastia.

Più di duecento anni fa Sir John Gardner Wilkinson nel suo Journal of Royal Geographical Society descrive per primo la zona selvaggia di Wadi el-Jarf e narra di alcune delle grotte presenti sulla collina identificandole però come catacombe. Dopo i resoconti del Wilkinson non si seppe più nulla di questa area, fin quando il porto fu trovato per la seconda volta negli anni Cinquanta del secolo scorso da due ufficiali della Marina francese, Françoise Bissey e René Chabot-Morisseau, i quali seguendo le indicazioni dell’esploratore inglese trovarono ceramiche risalenti all’Antico Regno. Successivamente i due militari francesi chiesero al Governo Egiziano l’autorizzazione per intraprendere scavi regolari e sistematici, ma a causa dell’acuirsi della crisi di Suez che proprio nel 1956 vide l’occupazione del Canale da parte di Francia, Regno Unito e Israele, questa non fu concessa. Il porto fu così dimenticato per la seconda volta, fin quando Tallet non vi giunse nel 2008 e, individuata l’area portuale, nel 2011 iniziò i lavori di scavo concentrandosi inizialmente sulla parte più visibile del sito: le gallerie descritte da Wilkinson. Queste furono scavate in due aree distinte su un’altura vicina al porto, a circa 7 chilometri dalla battigia e 5,8 metri sul livello del mare. Potevano raggiungere i 70 metri di lunghezza, 2,5 di altezza e 3 di larghezza. Erano state pensate per essere utilizzate come deposito per custodire le navi, parti di barche smontate, attrezzature, cibo, forniture d’acqua e altri materiali in attesa di essere spediti.

Tra tutto il materiale emerso, quello che ha sorpreso maggiormente gli archeologi è stato il ritrovamento nel 2013 di frammenti di papiro in due luoghi diversi nell’area di fronte agli antichi depositi. La maggior parte di questo prezioso materiale epigrafico risale all’ultimo periodo di vita del porto. Si tratta di frammenti di documenti contabili e amministrativi, nonché di diari, disintegrati in centinaia di piccoli pezzi anche di appena pochi centimetri. Alla fine della missione del 2013 l’équipe di Tallet aveva ricomposto i frammenti in circa 70 lastre di vetro che furono inviate dal Ministero delle Antichità ai depositi del Museo di Suez. Vi è descritto come l’amministrazione centrale abbia inviato cibo, principalmente pane e birra, registrando anche le consegne effettuate ai singoli lavoratori; da questo documento si evince che il cibo proveniva direttamente dai granai del re; altri frammenti invece sono un vero e proprio diario lasciatoci da Merer, un funzionario di medio rango proveniente da Memphis, che era a capo di un team di marinai di circa 200 uomini e che aveva ricevuto l’incarico di redigere il giornale di bordo annotando le attività dei suoi sottoposti, documentando l’ottima e precisa organizzazione della vita lavorativa e dell’amministrazione.

Il “papiro A” è il più grande dei frammenti ritrovati ed illustra le varie mansioni svolte dal team. Da questo documento si evince che la squadra di Merer ogni 10 giorni cambiava missione e che fece diversi viaggi di andata e ritorno da Tura a Giza per consegnare i blocchi di calcare che servivano per il rivestimento della Grande Piramide; ciò significa che si era nella fase finale del progetto della costruzione dell’ultima delle Sette Meraviglie del Mondo ancora visibile. Vi è anche descritto il modo in cui venivano utilizzate le risorse idriche legate alle piene stagionali:  esistevano canali utilizzati tradizionalmente per navigare ed altri che venivano appositamente creati col manifestarsi della piena del Nilo. Prima che le acque cominciassero a ritirarsi i canali venivano chiusi per mezzo di barriere in modo da mantenere al loro interno l’acqua necessaria alla navigazione; quando tornava l’inondazione le dighe venivano distrutte per consentire di nuovo il passaggio e il ricircolo dell’acqua. Nel “papiro B” è registrata una serie di trasporti avvenuti regolarmente da Tura, sulla riva orientale del Nilo, a Giza: gli studiosi sono riusciti a ricostruire 40 giorni di lavoro e capire che erano necessari due giorni per arrivare a Giza e scaricare i blocchi, e un giorno per tornare indietro senza carico.  Questa informazione conferma che a quel tempo con una barca normale era possibile coprire una distanza pari a circa 20 chilometri al giorno.

I papiri ritrovati a Wadi el-Jarf gettano, dunque, una nuova luce su quanto è avvenuto in quel periodo remoto, sia per quanto riguarda le attività marittime e di approvvigionamento di beni preziosi come il turchese e il rame, sia per dare conferma che le piramidi della IV dinastia furono costruite dagli abitanti della Valle del Nilo, grazie ad un’organizzazione capillare in grado di movimentare un nutrito gruppo di specialisti, anche da sedi molto lontane. Oltre a rappresentare i più antichi documenti “cartacei” vergati in scrittura egizia mai scoperti finora, i papiri illustrano un sistema amministrativo altamente efficiente, in grado di organizzare operazioni complesse anche a grandi distanze. Grazie a queste informazioni l’immagine del porto di Wadi el-Jarf subisce importanti modifiche: non solo quindi il porto più antico al mondo mai emerso, ma parte integrante di una gigantesca rete messa strutturata proprio in funzione della costruzione della Grande Piramide. Il progetto immenso e per certi versi “visionario” voluto da Khufu prevedeva l’approvvigionamento delle materie prime da diversi luoghi: granito da Elefantina, pigmenti dal deserto occidentale, alabastro dal Medio Egitto, basalto dal Fayum, calcare da Tura e rame dal Sinai. Per gli antichi Egizi era assolutamente necessario poter disporre di grandi quantità di rame, senza il quale non sarebbe stato possibile cavare e tagliare le pietre, materiale base per ogni importante costruzione. Ed è proprio per questo che è stato creato e tenuto attivo il porto di Wadi el-Jarf con il suo enorme indotto, che vedeva discendere dal nord tutto il necessario per i fabbisogni del personale e in senso contrario le materie prime indispensabili all’edilizia regale. Un progetto che ha unito un popolo intorno al suo re consentendo di consolidare le basi di una struttura amministrativa straordinariamente efficiente, cuore pulsante di una civiltà che più di ogni altra ha saputo mantenere intatta la consapevolezza della propria essenza.

 

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