Paolo Pellegrin. Un’antologia

di Bianca Sestini

La parola “antologia” deriva dal greco antico. “Raccolta di fiori” è il suo significato letterale. Proprio per questo Paolo Pellegrin. Un’antologia è il nome perfetto per una selezione attenta dall’archivio di uno dei nomi di spicco della fotografia internazionale. Per produrre immagini con la luce serve una scelta continua, istantanea, sul filo dell’inquadratura migliore e del momento decisivo. I fiori preferiti di Paolo Pellegrin – classe 1964, membro da più di un decennio della Magnum Photos – sono gli esseri umani.

Per raggiungere la galleria 5 bisogna salire di tre piani su rampe di scale che si snodano come un lungo serpente nero all’interno del Museo Maxxi di Roma. È qui che, dal 7 novembre scorso fino al 10 marzo 2019, si trovano esposte le opere pescate dal repertorio degli ultimi 20 anni del grande fotografo sul campo, dopo un biennio di ricerca e lavoro dietro le quinte della mostra.

Un po’ di numeri. Si contano più di 150 immagini, tante inedite, con il supporto di alcuni video. Le date delle fotografie vanno dal 1998 al 2017. In questo arco di tempo Pellegrin ha vissuto alle calcagna di alcuni dei principali fenomeni e avvenimenti su scala globale. Per esempio le guerre e le proteste antirazziste negli Stati Uniti, le migrazioni verso l’Europa, le emergenze umanitarie. L’interesse per gli uomini è il fil rouge, come contenuto e come metodo di ricerca. Per questo non sorprende che i luoghi che fanno da set agli scatti siano sparsi in tutto il mondo.

Il buio e la luce sono i due fulcri su cui è costruita l’esposizione. Non un caso, perché da sempre l’obbiettivo di Pellegrin si muove da un estremo all’altro. Il primo impatto con l’antologia è una stanza immersa quasi totalmente nell’oscurità. Uno spazio nero, in cui anche le didascalie si leggono a fatica e la luce proviene solo dalle immagini. Una narrazione visiva e sonora insieme: lo sciabordio del mare si ripete a un volume abbastanza alto, dà il ritmo agli episodi di storia dell’umanità che il pubblico molto spesso già conosce. C’è la battaglia di Mosul del 2016, combattuta dai curdi e dall’esercito iracheno per liberare la città dall’occupazione dell’Isis. Pellegrin non usa mezzi termini: la guerra è fatta di cadaveri, pianto, appostamenti, giacimenti petroliferi in fiamme, gente che scappa o che viene portata via bendata per essere interrogata. Tra le fotografie, brevi spezzoni video di attacchi e uomini armati che corrono sotto il fuoco nemico. Dall’Iraq si passa al filo spinato di Guantanamo, a cui è dedicata un’intera cornice di istantanee popolate da detenuti vestiti di bianco che attraversano gli spazi vuoti tra una recinzione e l’altra della prigione americana, pregano, parlano.

Dalle pagine buie dell’antologia emergono tantissimi ritratti. Debbie che a Rochester (Stati Uniti) stringe tra le braccia un gatto. Nell’isola greca di Lesbo, invece, un migrante si sente male per la fatica e un colpo di calore. A Pellegrin non serve per forza un nome per raccontare l’orrore più profondo e la grande bellezza che gli esseri umani sono capaci di creare. Nel modo in cui si toccano l’uomo e la donna della coppia immortalata ad Haiti durante un matrimonio c’è già l’intensità sufficiente per inchiodare lo sguardo. La propensione dell’autore a fare arte, oltre che testimonianza, ha spinto il curatore Germano Celant a asciugare le parole, in alcuni casi a toglierle di mezzo del tutto.

Dal bianco e nero dell’inizio, man mano che si va avanti subentra il colore. Di nuovo, non servono dati anagrafici perché nei suoi ritratti fotografici è attraverso le tinte dei veli e le sfumature della luce che Pellegrin racconta le donne traumatizzate da Boko Haram. Il buio ha ancora la meglio ma la luce comincia a intravedersi. La galleria dei ghost (come li definisce il fotografo), i fantasmi immortalati di sorpresa e in transito, scortano il visitatore nella penombra fino al laboratorio su parete del professionista romano.

Un intero corridoio è dedicato alla progettazione e realizzazione dei lavori che hanno valso a questo big della fotografia dieci World Press Photo Award e svariati altri riconoscimenti internazionali. Appesi al muro ci sono i suoi taccuini pieni di appunti, disegni e schemi, mini-portfolio e gli scatti finiti sulle copertine di giornali e riviste di tutto il mondo. Ormai l’oscurità è alle spalle. Nel bagliore dell’ultima piccola sala si trova l’Antartide di cui l’autore si è occupato per un recente reportage commissionato dalla Nasa. Sui ghiacci perenni non c’è posto per l’uomo, ma in altre foto la presenza invisibile di un contatto parla attraverso le forme più singolari. Le rovine galleggianti provocate dallo tsunami del 2011 in Giappone o i moscerini attratti dal blu di una sfera luminosa in Congo, luna artificiale in miniatura. Sono i segnali di un rapporto imprescindibile che su Pellegrin esercita un fascino forte.

Un’antologia non pretende per definizione di essere esaustiva. L’occhio di Pellegrin allenato attraverso la letteratura, il cinema, la storia dell’arte, l’architettura, sa che la bellezza e l’orrore sono facce della stessa medaglia umana. Al fotoreporter, il compito di coglierli da El Paso a Beirut, da Roma a Lesbo, nelle pieghe del presente che tutti viviamo.

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