Magnifico Marocco

Dieci settimane in viaggio tra vecchie medine, montagne e deserti.

di Marta Farina

Il Marocco è fatto di luce radente che filtra prepotente e magnifica in mezzo a teloni sospesi tra  un edificio e l’altro, tra i rumorosi mercati che stanno nel cuore delle vecchie medine (così vengono chiamate le parti più antiche delle città) ed è un universo a sé stante di suoni e colori. I suoi mercati ne sono la vera anima, quasi palpabile: i suk di spezie, tappeti e merci varie che si trovano tra gli stretti vicoli delle città antiche sono quanto di più magico vi possa essere per chi vi arriva, come nel mio caso, dal vecchio Continente ove questa magia da bazar s’è persa da lungo tempo – se mai è esistita! – con tale profusione di suoni, odori e luccichii.

Lo scorso inverno decisi che era tempo di mettere piede in questo Paese che m’aveva da sempre attirato: avevo sino ad allora viaggiato sempre verso est, visitando paesi come India, Nepal, Thailandia, Laos, Vietnam, Cambogia e molti altri luoghi dell’Asia. Dopo dieci anni di viaggi ad Oriente era tempo di cambiare e ho deciso dunque di  ritagliarmi oltre dieci settimane di tempo per esplorare il Paese in lungo ed in largo, da nord a sud e con grande lentezza, assaporando paesaggi e luoghi e spostandomi in modo lento, con i soli mezzi pubblici a disposizione. Attraversandolo  ho scoperto un paese accogliente, coloratissimo e legato a tradizioni secolari che su di me esercitano grande fascino.

L’architettura di quei luoghi poi, così diversa da quella sulla quale normalmente si posa il mio sguardo quando ritraggo con matite e tocchi d’acquerello scorci d’Europa e d’Italia, ha qualcosa di magico. In Marocco dalla punta del mio pennello sono usciti tocchi di colore intensi come mai era avvenuto prima: neppure nella coloratissima amata India le pagine illustrate del mio taccuino erano state tanto vivaci e vibranti di colore come in questo caso.

Mentre viaggiavo in lungo ed in largo per il Marocco, m’accompagnavano le parole di chi quei luoghi li visse molto prima di me e seppe descriverli magistralmente in quel magnifico libro intitolato “Le voci di Marrakech”: mi riferisco allo scrittore Elias Canetti che descrisse i suk, le viuzze strette, i mercati e le piazze delle più belle città con una dolcezza ed una poesia ineguagliabili. Egli descrisse – come forse nessuno mai seppe fare prima – cantastorie, mercanti, animali, donne velate, bambini vocianti. Nel suo libro uno dei passaggi più intensi è quello che qui riporto e che narra del giorno in cui egli si trovò al centro di una piazzetta del quartiere  ebraico di Marrakech, sempre pullulante di vita:

«Davvero in quel momento mi sembrò di essere altrove, di aver raggiunto la meta del mio viaggio. Da lì non volevo più andarmene, ci ero già stato centinaia di anni prima, ma lo avevo dimenticato, ed ecco che ora tutto ritornava in me. Trovavo nella piazza l’ostentazione della densità, del calore della vita che sento in me stesso. Mentre mi trovavo lì, io ero quella piazza. Credo di essere sempre quella piazza.»

L’ostentazione della vita, il suo pulsare e le cose di cui Canetti narra nel suo libro, è ciò che ha stregato anche me, nel mio peregrinare da un angolo all’altro del Paese. Restano indimenticabili le visioni accumulate tra piazze gremite e viuzze straripanti di vita: sono questo il ricordo più intenso e commovente, che porto a casa con me solamente nella mia memoria. Non è possibile per me dipingere quel fiume umano vitale che scorre incessante nelle vecchie medine e questi miei disegni non sono altro che un tentativo – spero non del tutto vano – di catturare tra le pagine dei miei taccuini un briciolo della maestosità dello spettacolo vitale al quale per oltre due mesi ho avuto la fortuna ed il privilegio d’assistere, con gli occhi e il cuore ben spalancati sul mondo.

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