DALLA BRIGATA DEI CRUSCONI ALL’ACCADEMIA DELLA CRUSCA

di Ilaria Starnino

Firenze aveva già consacrato la sua gloria letteraria e linguistica alle Tre Corone quando, sempre invincibilmente attratta dal classicismo, cominciava però ad inebriarsi del fervore dell’Umanesimo volgare. Il XVI secolo fu la culla di spiriti reazionari che, per rispondere alla pedanteria dell’Accademia Fiorentina e al classicismo dottrinario che sembrava tenere in pugno gli ambienti accademici, cominciarono a riunirsi in veri e propri cenacoli a vocazione conviviale, le cui riunioni prevedevano la declamazione di versi giocosi (le cruscate) e conversazioni su argomenti letterari in stile burlesco. Anton Francesco Grazzini, Giovan Battista Deti, Bernardo Canigiani, Bernardo Zanchini e Bastiano de’ Rossi furono i cinque personaggi della cosiddetta Brigata dei Crusconi che per primi iniziarono ad associare allo spirito reazionario iniziale il proposito della difesa della lingua toscana. Dalle riunioni dell’ottobre 1583 al 25 marzo 1585 il passo è breve: Leonardo Salviati, ammesso nel circolo con l’appellativo di Infarinato, dirotta i vagheggiamenti giocosi verso riflessioni letterarie e linguistiche che avessero come fine ultimo l’affermazione del primato del volgare fiorentino: è l’atto di nascita dell’Accademia della Crusca.

La scelta del nome, che otteneva ora un campo metaforico produttivo, fu vincente: «quasi per dire che l’Accademia doveva procedere ad una scelta fra il buono e il cattivo». Si decise che tutto ciò che riguardava l’Accademia, dai suoi componenti, dalle sue attività, agli oggetti e al mobilio, avrebbe dovuto acquisire un nome attinente al grano, alla farina, alla crusca, appunto. Tanto che nel 1590 si scelse il buratto, altrimenti detto frullone, come simbolo dell’Accademia, uno strumento utilizzato per separare il grano dalla farina: nulla di più consono a chi aveva deciso di preservare la purezza della lingua, e a ribadirlo fu un verso del Petrarca, «il più bel fior ne coglie», eletto a motto dell’Accademia.

La Crusca rispettò gli scopi che si era data: «legger, comporre, fare spettacoli», e almeno fino alla morte del Salviati si dettero alle stampe alcune opere letterarie e si tenne in vita la famosa disputa tassesca. La sua vera consacrazione avvenne però nel 1612, quando a Venezia venne dato alle stampe il Vocabolario degli Accademici della Crusca, che aveva avuto una lunga gestazione (era il marzo 1591 quando si iniziò a parlare «del modo di fare un vocabolario»). La nuova opera avrebbe mostrato «le bellezze della lingua» con l’intento di «conservarla», avrebbe valutato i termini principalmente in base all’uso e alle etimologie. Allo spoglio delle voci seguiva un altrettanto zelante lavoro sulle citazioni letterarie, compiti affidati ai cosiddetti Deputati del Vocabolario.  Una «fatica», cita la prefazione alla prima edizione, «la quale speriamo che non vi sarà discara, se non peraltro, almeno, per averla noi espressamente durata, per giovare a chi n’ha bisogno, e per compiacere a chi n’ha vaghezza, senza punto di pretensione di stringere alcuno a riceverla, più di quello che gli detterà il suo giudizio».

Da questo momento in poi la vita dell’Accademia sarà indissolubilmente legata all’evoluzione della sua opera maggiore, il Vocabolario, le cui edizioni e ristampe seguirono lo sciame di eventi storici e culturali che investì l’Italia nel secoli a venire. La Crusca fu salda e ne assecondò il moto ondoso anche quando, nel 1808, perse momentaneamente la sua autonomia: Napoleone, infatti, volle che, una volta ricostruita l’Accademia Fiorentina, questa venisse suddivisa in tre classi: del Cimento, della Crusca e del Disegno. La situazione non durò a lungo, e già nel 1811 un decreto del 19 gennaio vedeva riconosciuta l’Accademia come ente a sé stante.

Il Vocabolario era ormai divenuto il baluardo della cultura letteraria e linguistica italiana e un modello per tutte le altre accademie d’Europa. Forse fu proprio questa fatica a garantire all’Accademia della Crusca un’attività ininterrotta, destinata a durare tutt’oggi.

L’autorevolezza che tale Istituzione può vantare a livello nazionale ed internazionale, porta ormai ad incorniciarla tra gli stereotipi del “ben parlare” o del “ben dire”, e se per caso un discorso scientifico come quello affiorato negli ultimi giorni sui verbi intransitivi che spesso nell’uso divengono transitivi, come “uscire il cane” o “scendere la valigia”, venisse travisato dopo essere stato speso male sul piano mediatico, allora potremmo consolarci con le parole di dedica di Bastiano de’ Rossi a Concino Concini, il quale così indicava la prima edizione del Vocabolario della Crusca: «parto dell’Accademia, che ha per fine l’universal beneficio e la gloria e l’eternità del nostro idioma».

 

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