Buon compleanno, Unità

Il 17 marzo 1861 Vittorio Emanuele II proclamò ufficialmente la nascita del Regno d’Italia

di Salvatore Bullotta

Patriae unitati, civium libertati è il motto che sovrasta i propilei del Vittoriano a Roma. Un monito suggeritore di un assunto indispensabile: uniti siamo più liberi, e ciò che conta è essere liberi, cioè godere dei nostri diritti, ma è meglio farlo insieme. In mezzo, tra quel motto post-risorgimentale e noi, ci sta più di un secolo di travagli il cui frutto migliore è stata la Repubblica democratica del 1946 con la Costituzione che oggi ci rende liberi e uguali entro i confini nazionali. Ma fino a quando? Facciamo un passo indietro. Il processo di unificazione si era compiuto male nel 1861, sapeva più di annessione sabauda sul Meridione ingiustamente umiliato. Eppure l’epilogo centralista imposto dal governo torinese e mal gestito negli anni a seguire, con la complicità di tutta la classe dirigente italiana, del nord e del sud, non era stato l’unico progetto caldeggiato nel corso del Risorgimento. La generazione dei giovani borghesi e aristocratici, cresciuti sugli ideali liberali scaturiti dalla Rivoluzione francese, si era divisa sulle forme da dare al Paese  che pensavano di riunificare a mille e trecento anni di distanza dal Regnum Italicum di Cassiodoro. C’era il progetto dei cattolici che vedevano nel Papa il vertice del nuovo governo, i federalisti che cercavano di avvicinare gli staterelli senza fonderli, i repubblicani come Garibaldi e Mazzini. Si finì come si sa a creare uno stato centralizzato e monarchico estendendo i confini del Regno di Sardegna dei Savoia con una montante Questione Meridionale irrisolta, un acuirsi del divario nord-sud carico di errori di politica economica di cui paghiamo ancora lo scotto e di pregiudizi che vanno dalle teorie razziste di Lombroso al rifiuto dei torinesi di affittare case ai meridionali a cento anni dall’Unità, quando ormai era chiaro che lo sviluppo industriale del nord si reggesse sulla manodopera a buon mercato dei disperati del sud, quindi sull’arretratezza del Mezzogiorno. Guardando oggi a ciò che l’Italia è diventata, una potenza industriale seppure in recessione, stato fondatore della Comunità europea, coprotagonista, pur con tanti limiti e debolezze, sullo scacchiere diplomatico internazionale, e soprattutto una società in cui i diritti sono uguali per tutti da nord a sud (non la qualità stessa dei diritti, ahinoi) può essere certamente positivo il giudizio sulla necessità di mantenere unito il Paese. Tuttavia, ancora una volta, si avverte il rischio di una disgregazione e dell’acuirsi delle discriminazioni tra i cittadini di un nord ricco e che reclama spazi di autonomia politica e finanziaria e un sud che non riesce a stare al passo per il gravame di ritardi e debiti accumulati. In queste settimane il tema caldo è il regionalismo differenziato che Lombardia, Veneto ed Emilia Romagna pretendono dal governo sulla base di una sbagliata riforma costituzionale di qualche anno fa. Meno centralismo e più federalismo, che dal sud si legge “ognun per sé e poi si vedrà”: potrebbe infatti rappresentarsi il rischio di tornare più deboli di 158 anni fa. Una comunità, invece, sta insieme per appianare le differenze tra chi la compone, altrimenti comunità non è. È chiaro che anche per queste richieste di autonomia vanno indagate le ragioni profonde ma, assunto il fallimento conclamato dell’attuale regionalismo, si lavori rapidamente a correggere le storture con un disegno complessivo del Paese, discutendo su un nuovo assetto, ma senza lasciare indietro nessuno, pensando che milioni di cittadini meridionali siano solo rami secchi.  Vanno anche colti i segnali positivi. La Calabria, ad esempio, a lungo ultima in tutte le classifiche, negli ultimissimi anni ha mostrato un segno più sul versante della spesa comunitaria, prima fra le regioni meridionali nell’impiego delle risorse europee. Sono condotte che devono incoraggiarsi se si vuole un Paese virtuoso a tutte le latitudini. E i giovani? Un secolo e mezzo fa sono stati determinanti a unire il Paese, costruito sulla ricchezza complessiva degli stati italiani preunitari e soprattutto del sud. Non occorre dimenticarlo. Oggi, probabilmente, la preparazione e la conoscenza del mondo che hanno i giovani può essere utile a mantenerlo unito e coeso. Nella scuola e nell’università ci sono segnali incoraggianti. Ma devono trovare luoghi di impegno collettivo per le grandi idee che superino gli slogan dei venditori di fumo e la crisi dei partiti nazionali non li aiuta. È il caso, però, di impegnarsi per garantirsi i diritti fondamentali faticosamente conquistati da chi li ha preceduti. In un momento simile a livello planetario dovremmo stare, da italiani, a consolidare la costruzione del progetto europeo indispensabile al mondo, che abbiamo contribuito dall’origine ad edificare. E invece siamo a dividerci tra noi. Quel motto inciso sul marmo freddo dell’Altare della Patria diventi un faro ideale, proprio per la generazione Erasmus che già sa quanto valgano i principi unitari e solidaristici, ricordando che nel ventre di quel bianco monumento riposa proprio un giovane, senza nome, caduto come milioni di altri nelle guerre sanguinose del Novecento delle divisioni e delle discriminazioni. La lezione in fondo è semplice: l’unione fa la forza, per tutti. In Europa come in Italia. Buon compleanno, Unità.

 

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