Un mondo di plastica

di Lory Cocconcelli *

Simbolo del progresso, o forse di una fiducia mal riposta nel buon senso umano, la plastica è entrata nella nostra vita a partire dall’era industriale. Oggi la si trova ovunque, in ogni angolo del pianeta, perfino nei pesci che mangiamo. Di plastica, questa prodigiosa invenzione della chimica, ne esistono molti tipi: ad alta densità, come le bottiglie dei detersivi, ad esempio, che sono resistenti agli urti; e a bassa densità, come quella di sacchetti, imballaggi, pellicole.. C’è il polistirene usato per i complementi d’arredo, il Pvs per gli oggetti resistenti come le finestre, il Pp per gli elettrodomestici, il Pet per le bottiglie di plastica, il nylon resistentissimo all’usura; e infine gli elastomeri, le gomme e i polimeri termoindurenti (per prese, spine, interruttori).

Alle plastiche che utilizziamo vengono poi addizionati dei composti chimici (aldeidi, coloranti chimici, Pcb, ftalati, eccetera) che non sono esattamente un toccasana per la salute, soprattutto per il sistema endocrino. Solo per fare un esempio, prima che l’Unione Europea, nel 2010, bandisse il bisfenolo A – che fu dimostrato passare dal contenitore al contenuto – i  nostri bambini lo hanno assunto attraverso i biberon. Nemmeno a dirlo, in molte parti del mondo è ancora generosamente utilizzato. Di recente sono state introdotte le plastiche biodegradabili e quelle compostabili. Le prime si dovrebbero decomporre al 90% in sei mesi, le seconde al 100% nell’arco di un trimestre. In realtà il processo di compostaggio di quelle biodegradabili dovrebbe svolgersi in ambiente controllato e ciò non avviene quasi mai, sicché non vanno a soddisfare i criteri di tutela ambientale per le quali sono state create.

Per ciò che attiene alla produzione mondiale della plastica, l’Europa si colloca al secondo posto con il 19% dopo la Cina con il 29% (l’intera Asia raggiunge il 50% della produzione globale). Il nostro Paese è il maggior produttore europeo, dopo la Germania.

Mari e oceani.  È negli oceani che la vita proliferava quando sulla terra non esisteva ancora nulla. Oggi sono popolati, oltre che dalla flora e dalla fauna marina, anche dalla plastica!  La prima spesso si nutre della seconda, scambiandola per cibo, ed entrando così nella catena alimentare. Senza contare che il 90% degli uccelli marini presenta rifiuti di plastica nello stomaco. Quando vengono ritrovate vecchie borse della spesa a profondità abissali o nella pancia di balene e tartarughe, i cavallucci marini nuotano aggrappati al cotton-fioc, e granchi e uccelli costruiscono i loro nidi con pezzi di plastica, appare chiaro che abbiamo sbagliato qualcosa. Natura e plastica non vanno d’accordo. Ogni anno finiscono in mare dai quattro ai tredici milioni di tonnellate di rifiuti plastici (insieme ai composti chimici addizionati) che vanno a distruggere gli ecosistemi. E i loro detriti, le microplastiche non visibili a occhio nudo, assieme  a quelle derivanti da prodotti per l’igiene personale, diventano parte della catena alimentare, ovvero vanno a costituire parte dei tessuti dei pesci che poi mangiamo.

La più grande zona di accumulo di rifiuti al mondo si trova nel Pacifico del Nord, dove le correnti creano un’area di convergenza: è denominata Great Pacific Garbage Patch, una sorta di isola fluttuante la cui superficie è cinque volte quella dell’Italia, che si alimenta per ogni nostro stupido gesto quotidiano, rappresentazione della malattia del nostro modello di sviluppo nonché della pessima gestione dei rifiuti urbani. È stata scoperta nel 1988 ma portata all’attenzione del pubblico solo nel 1997 grazie al navigatore statunitense Charles Moore. A chi compete il problema della Great Pacific Garbage Patch? Poiché si trova in mare libero, a nessun Paese. Secondo il progetto governativo britannico Foresight Future of the Sea, l’inquinamento da plastica negli oceani potrebbe triplicare da qui al 2050. È palese che una risposta globale per arginare il fenomeno sia quantomeno urgente. Fa ben sperare la scoperta recente di un batterio mangia plastica, ma la strada è ancora tutta da esplorare e nell’immediato si dovrebbe ridurre il consumo di prodotti usa e getta, promuovere il riciclo e iniziare un percorso responsabile evitando di abbandonare i rifiuti nell’ambiente.

Nel Mediterraneo non c’è alcuna “isola”, ma in compenso, essendo un mare sostanzialmente chiuso, è soffocato dalla plastica. Nel nostro Paese, nel solo bacino nord-ovest di Genova, ad esempio, sono stati ritrovati 200.000 microframmenti plastici per chilometro quadrato. Picchi elevati sono stati rilevati anche nelle acque di Napoli e in aree marine protette come le Isole Tremiti. Situazione non dissimile nel canale di Sicilia, Sardegna, Mar Egeo, Corsica, Francia, Nord Africa, Turchia, Grecia. Alcuni biologi belgi hanno trovato microplastiche nelle cozze, e se consideriamo che nei Paesi Bassi costituiscono il piatto nazionale, la cosa è piuttosto preoccupante.

Laghi e fiumi. La situazione non è migliore per i laghi, “ammalati” di rifiuti e di impianti di depurazione che non funzionano a dovere, e per i fiumi, la cui situazione è aggravata dagli sversamenti abusivi di sostanze inquinanti. Per ciò che attiene all’Italia è emerso che il 75% dei rifiuti è costituito da plastica. I laghi di Como e Maggiore contano in media 157mila e 123mila particelle di microplastiche a chilometro quadrato.

Terra. Uno studio tedesco parrebbe dimostrare che l’inquinamento terrestre da microplastiche sia da quattro a ventitré volte superiore a quello marino. Dei 300 milioni e passa di tonnellate di plastica prodotte ogni anno, circa un terzo rimane nei suoli e nelle acque dolci.

Se è vero che i governi di alcuni Paesi, seppur con un certo ritardo, hanno iniziato ad adottare misure a tutela dell’ambiente, bandendo taluni oggetti di plastica o limitandone il consumo, è anche vero che queste non possono essere attuate in modo efficace senza la collaborazione di aziende e cittadini. Pensiamoci prima di buttare dove capita oggetti di plastica!

 

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