Gli italo-albanesi di Lungro, a cento anni dall’istituzione dell’Eparchia

di Luigi Mariano Guzzo

Nella zona settentrionale della Calabria, in alcune cittadine come Lungro, Frascineto o Santa Sofia d’Epiro, è facile incontrare un sacerdote che entra in chiesa per celebrare l’eucarestia con moglie e figli al seguito. I suoi fedeli lo chiamanopapas che, proprio come l’appellativo “papa” per il successore di Pietro, dal greco significa “padre” oppure “zoti” che in albanese vuol dire “signore”. Le sue liturgie, nonché l’abito talare e le vesti liturgiche, richiamano le parole, i gesti e i simboli della millenaria tradizione del cristianesimo di Bisanzio. Eppure è un prete cattolico a tutti gli effetti! Ed è anche usuale imbattersi in indicazioni e cartelli stradali bilingue, ossia in italiano e in arbëreshë, l’antico idioma albanese che ancora gli abitanti parlano in questa parte della regione che appare come un caratteristico microcosmo storico, sociale, linguistico e religioso, incastonato tra le pendici del Pollino, dove persino il vescovo si chiama eparca, perché a capo di un’Eparchia, cioè di una provincia ecclesiastica il cui nome deriva dalla suddivisione dei distretti nell’impero bizantino.

È il 13 febbraio 1919, esattamente cento anni fa, quando Benedetto XV con la Bolla “Catholici fideles graeci ritus”  erige canonicamente l’Eparchia di Lungro, per i fedeli albanesi di rito greco-bizantino dell’Italia continentale, e nomina, quale primo eparca, il giovane arciprete di Lungro Giovanni Mele. L’Eparchia oggi conta 30 parrocchie di cui 25 nella provincia di Cosenza, due nella provincia di Potenza, una nella provincia di Pescara, una a Lecce ed una a Bari.  Si tratta di una giurisdizione sui iuris, di rito greco-bizantino, che dipende direttamente dalla Santa Sede, come lo sono anche l’Eparchia di Piana degli Abanesi, in Sicilia, costituta da Pio XI nel 1937, e il Monastero esarchico di Grottaferrata a Roma, che Papa Leone XIII amava definire «gemma orientale incastonata nella tiara pontificia». Agli inizi del ventesimo secolo l’istituzione dell’Eparchia di Lungro rappresenta il riconoscimento ufficiale della Chiesa cattolica all’identità culturale e religiosa degli italo-albanesi.

Siamo nel XV secolo quando gli albanesi, dopo la morte di Giorgio Castriota, a capo della resistenza contro i turchi, nel 1468 sono costretti ad emigrare, a causa dell’avanzata ottomana, nel meridione d’Italia tra la  Puglia, la Calabria e la Sicilia, dove il re di Napoli e di Sicilia dona loro alcune terre. La fede degli albanesi è ortodossa in quanto l’Albania fin dall’VIII secolo appartiene alla giurisdizione del Patriarcato ecumenico di Costantinopoli. Tra il XIV e il XV secolo l’arcivescovo di Ocrida, nell’attuale Bulgaria, può fregiarsi del titolo di Arcivescovo di tutta l’Albania, nonché degli albanesi in Italia la cui cura spirituale è affidata al vescovo di Agrigento. Le comunità albanesi stabilitesi in Italia continuano a mantenere i propri riti religiosi di tradizione orientale fino al 1564, quando Papa Pio IV le sottomette ai vescovi latini. Quindi, dopo il Concilio di Trento si assiste ad un tentativo di “latinizzazione” di queste comunità, che culmina in feroci persecuzioni da parte dei feudatari del luogo.  Non mancano i martiri: il 31 agosto 1666 nel castello di Terranova muore di stenti il papas Nicola Basta che si oppone alla latinizzazione di Spezzano Albanese. Eppure queste comunità di diritto “latine” – perché sempre sottomesse ai vescovi latini – ma che professano la fede con riti di tradizione orientale, persistono nel tempo. Sul piano dottrinale metterà un po’ di ordine Papa Benedetto XIV con la Bolla “Etsi pastoralis”, nel 1742, che comunque ancora pone il rito latino su un piano superiore rispetto al rito greco. Bisognerà aspettare insomma l’istituzione della prima Eparchia, quella di Lungro, appunto nel 1919, affinché i fedeli italo-albanesi siano sottratti dalla giurisdizione degli ordinari latini. Ma è con il Concilio Vaticano II che viene superato definitivamente il principio della predominanza del rito latino sugli altri, cioè della praestantia ritus latini. È, se vogliamo, l’applicazione di un principio di sussidiarietà nell’assetto liturgico e rituale delle Chiese particolari, che porterà poi al “Codice dei canoni delle Chiese orientali” (1990) di Giovanni Paolo II. Con il Vaticano II per queste comunità italo-albanesi è possibile ora introdurre nella celebrazione eucaristica anche elementi di lingua “arbereshe”. Soprattutto è e giuridicamente riconosciuto il clero uxorato, cioè sposato, proprio della tradizione orientale, che prima di allora era solo di fatto “tollerato”. A Lungro, quindi, un uomo con moglie può essere ordinato presbitero (ma chi è già sacerdote non può sposarsi!); anche se il candidato all’episcopato deve essere comunque eletto tra sacerdoti celibi. La prima ordinazione sacerdotale di un uomo sposato, dopo il Vaticani II, si registra il 28 giugno 1970, per l’imposizione delle mani del secondo eparca, Giovanni Stamat, sul diacono uxorato Nicola Vilotta: una scelta che allora non ha mancato di provocare una piccola fratura con la Santa Sede.

Queste comunità, pur con i riti greci, hanno sempre mantenuto fedeltà alla Chiesa di Roma e al Pontefice e per queste ragioni gli italo-albanesi italiani rifiutano l’etichetta di «uniati», con la quale generalmente vengono indicati quei cristiani le cui comunità – dopo lo scisma tra Oriente ed Occidente, nel 1054, una volta abiurata la fede di Roma e abbracciata la fede ortodossa – si sono, per l’appunto, (ri)unite alla Chiesa cattolica. Un’etichetta che nel mondo dell’Ortodossia assume un significato evidentemente negativo. Le comunità italo-albanesi non sono dunque da considerare “uniate” in quanto, nel 1439, col Concilio di Firenze si sancisce la ritrovata unione tra la Chiesa d’Occidente e quella d’Oriente, fino al 1484. Ed è proprio in questo lasso temporale che le comunità albanesi arrivano in Italia innestando i propri riti e le proprie tradizioni in una Chiesa non più divisa. L’arrivo e la stabilizzazione degli albanesi in Calabria, con la loro tradizione religiosa greca, fa risorgere quella vocazione bizantina che aveva caratterizzato la regione nella sua “seconda” era di grecizzazione, dal VI all’XI secolo, dopo quella della gloriosa “Magna Graecia”. Con l’arrivo dei Normanni si procederà alla latinizzazione della Calabria. Ma gli italo-albanesi offrono quindi una nuova opportunità per far rivivere lo spirito bizantino. È questa la vicenda di una minoranza che riesce a preservare la propria identità storica e liturgica all’interno dell’istituzione della Chiesa di Roma; è una storia di passione, di coraggio, di amore, di resistenza, di “intercultura” – potremmo dire oggi – salvaguardata, ricercata e protetta. Una storia che al nostro presente ha tanto da dire, in questo Mediterraneo che si conferma sempre più come crocevia di culture, di popoli, di usi e di lingue.

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