“Fai silenzio ca parrasti assai. Il potere delle parole contro la ‘ndrangheta” di Marisa Manzini: un intreccio di vite e speranze

di Daniela Rabia

Per Marisa Manzini, Procuratore della Repubblica aggiunto a Cosenza, è la forza della parola che può scardinare tristi logiche radicate in Calabria perché «le parole sono le armi più importanti per combattere una criminalità odiosa che vive di silenzi e di paura».

Fai silenzio ca parrasti assai. Il potere delle parole contro la ‘ndrangheta, edito da Rubbettino, deve il suo titolo alla frase pronunciata nel corso di un’udienza dall’imputato Pantaleone Mancuso, capo della ‘ndrina di Limbadi e Nicotera considerata dagli organi investigativi come la cosca più influente della provincia di Vibo Valentia. Il testo si fregia di un’interessante prefazione di Otello Lupacchini, procuratore generale presso la Corte d’Appello di Catanzaro, che sottolinea l’importanza «di una giustizia credibile al cospetto della quale anche l’omertà mafiosa scompare». In epigrafe un richiamo alla celebre frase di  Peppino Impastato La mafia uccide, il silenzio pure e all’esortazione di Goethe ad incominciare adesso. Poi un racconto puntuale di vicende di uomini e donne che l’autrice ha incontrato in terra di Calabria e che “hanno dato prova di coraggio e volontà, dimostrando con la forza della parola, di poter dare un importante contributo al cambiamento”.  Perché cambiare in Calabria si può e si deve, è questa la sensazione che ha il lettore appena legge l’ultimo rigo e chiude a fatica il libro della Manzini. La fatica di chi legge è quella di tornare alla propria realtà dopo aver incontrato tanti stati d’animo, dopo aver incrociato tanti volti umani, dopo aver letto il dolore in varie forme, dopo aver assistito all’eterna lotta tra il bene e il male, tra la paura e il coraggio, tra l’impulso di desistere e la voglia tenace di resistere per esistere in libertà finalmente in questa terra. E la libertà che trapela in ogni angolo dell’opera, ora perché brutalmente calpestata e violata ora perché intravista come miraggio oltre le sbarre di vite sbagliate, è l’aspirazione più alta nel percorso di ogni uomo e nello snodarsi della narrazione dei fatti da parte dell’autrice. “Fai silenzio ca parrasti assai” però non è solo intreccio di storie di collaboratori di giustizia e di ‘ndranghetisti, di parole e di omertà ma è anche alta poesia descrittiva dei paesaggi calabresi. In più punti il racconto lascia spazio alla magia dei luoghi di un territorio che rapisce e fa innamorare. La natura diviene protagonista con i suoi alberi di ulivo maestosi, con gli agrumeti odorosi, con il verde dei prati che lascia spazio agli arbusti e ai rovi che occupano le zone scoscese. Una natura aspra e selvaggia ma al contempo incontaminata e pura. Una natura talmente bella da non poter ancora a lungo essere abitata da una mentalità mafiosa. Anche per amore di questa bellezza occorre «credere nella possibilità di riscatto, di ricominciare una nuova vita e di imprimere, con le proprie forze, una svolta al destino, che è segnato definitivamente solo per chi non si adopera per cambiarlo. Soprattutto perché ”quello che chiamiamo il nostro destino è in realtà il nostro carattere, e il carattere si può cambiare.”» (Anaïs Nin).

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