Atmosfere astigiane, tra la Douja d’or e il mondo contadino

di Massimo Lombardo

Nel dialetto astigiano, e piemontese in genere, la douja è un boccale di terracotta, piuttosto panciuto, utilizzato per travasare, conservare e servire il vino. Facile il rimando alla tipica maschera piemontese della commedia dell’arte, Gianduja, il contadino generoso dal volto rubicondo e frequentatore di osterie. Oggi la “Douja d’or” di Asti è sinonimo di festa del vino, e non poteva essere diversamente in una città ubicata tra le verdeggianti colline delle Langhe e quelle del Monferrato, entrambe patrimonio dell’umanità Unesco dal 2014. La “Douja d’or” è un concorso enologico a carattere nazionale che si svolge ogni anno nel mese di settembre. La manifestazione è nata nel 1967 ed è organizzata dalla Camera di Commercio di Asti. In questo mezzo secolo di attività è cresciuta al punto tale da essere diventata e riconosciuta come uno dei più prestigiosi saloni del vino italiano. Lo scopo è quello di promuovere la conoscenza delle migliori produzioni vitivinicole provenienti da tutte le regioni italiane: per fregiarsi del bollino “Douja d’or” occorre raggiungere il punteggio di 87/100 assegnato da una commissione di esperti dell’ONAV; l’Oscar della Douja viene invece assegnato alle etichette con un punteggio superiore ai 92/100, dunque vini di assoluta eccellenza insigniti della brocca dorata che simboleggia l’evento. È questa una distinzione autorizzata dal Ministero delle politiche agricole. D’altro canto, in considerazione del suo significato per la promozione dell’economia locale e per la valorizzazione del territorio, la manifestazione fin dal 2001 ha ottenuto l’Alto Patronato della Presidenza della Repubblica. Particolarmente raffinata ed evocativa anche la cornice in cui si svolge l’iniziativa: Piazza San Martino, uno degli spazi architettonici barocchi più belli di Asti.

Ciò che conferisce ulteriore bellezza alla “Douja d’or” è il contesto generale in cui essa è incastonata, tra il “festival delle sagre” e lo storico “Palio”, le cui radici affondano al XIII secolo e ritenuto il più antico d’Italia. Il festival è un evento unico in Italia: il secondo sabato di settembre viene allestito un vero e proprio villaggio con casette in muratura, la chiesa, il municipio, e qui vengono presentati i piatti tipici che offrono un panorama completo sulla grande tradizione enogastronomica di quest’angolo di Piemonte. La domenica successiva tremila figuranti in abiti autentici d’epoca, con gli attrezzi degli antichi mestieri, duecentocinquanta carri trainati da vecchi e roboanti trattori e un variegato zoo domestico con buoi, cavalli, asinelli, danno vita ad una grande sfilata nel centro storico, rievocando momenti della vita contadina tra Ottocento e Novecento.

Il “festival delle sagre” è nato nel 1974, proprio nell’ambito della “Douja d’or”, con lo scopo di creare un contesto scenico, storico ed enogastronomico completo che oggi si rappresenta come una kermesse che attira – nel settembre astigiano – più di duecentomila persone all’anno, attratte da una manifestazione in cui si respira l’atmosfera di un mondo antico sapientemente riprodotta dalle varie pro-loco della provincia. Un esercito di cuochi deve soddisfare la richiesta di un pubblico così ampio, e lo fa realizzando oltre ottanta diversi tipi di piatti, tra antipasti, primi, secondi e dolci, tutti rigorosamente del territorio: agnolotti, risotti, tagliatelle e polente nei vari abbinamenti; i secondi della tradizione monferrina quali i bolliti, i fritti misti, la “bagna cauda”, la “puccia” (soffice polenta sciolta nel minestrone di fagioli e condita con burro e formaggio), il “baciuà” (lo zampino di maiale lessato, aromatizzato nell’aceto e fritto).

Dunque, un vero e proprio villaggio delle meraviglie contadine, la celebrazione di un mondo antico e genuino in cui nulla viene lasciato all’improvvisazione: fanno bella mostra di sé tridenti, rastrelli, zappe, roncole, setacci, botti, tini, bordature e finimenti per cavalli, ma anche addobbi e arredi d’epoca come i banconi d’osteria, le austere credenze, i grandi ritratti ovali dei nonni appesi alle pareti. Tutto in un mescolarsi  di canti e suoni, con le piccole orchestrine che animano il villaggio fino a tardi. Il festival, allora, diventa un importante appuntamento con mostre, eventi e incontri collaterali, concerti, degustazioni. E ovviamente accoglienza e socialità. Ha certamente il merito di mantenere vive le tradizioni e di far conoscere alle nuove generazioni gli stili di vita di un tempo, sollecitando una riflessione sugli antichi mestieri e sulla condivisione di quel “poco” che si aveva.

Si conosceva Asti per il suo antichissimo Palio e per le eminenti storiche personalità che qui hanno avuto i natali, come Vittorio Alfieri e San Giovanni Bosco ma pure – ai giorni nostri – Giorgio Faletti e Paolo Conte; si conosceva Asti per i suoi pregiati vini, le nocciole, il cremino, lo spumante e le antiche torri. Oggi Asti la si può rappresentare egregiamente con il suo settembre carico di atmosfere contadine, che racchiude e protegge tutti questi elementi della sua identità.

 

 

 

 

 

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