10 febbraio, il Giorno del Ricordo

Foibe ed esodo giuliano-dalmata: il dovere di ricordare

di Emanuele Merlino – vicepresidente nazionale “Comitato 10 febbraio”

Il 10 febbraio è il Giorno del Ricordo, istituito con la Legge 92/2004 per conservare e raccontare la memoria delle “vittime delle foibe, dell’esodo degli istriani, dei fiumani e dei dalmati italiani dalle loro terre”. Un riconoscimento ad una delle più sanguinose e tristi vicende che hanno colpito l’Italia e che per decenni è stata taciuta, sottovaluta e, a volte, persino negata.

L’Istria, la città di Fiume e la Dalmazia da sempre hanno avuto un legame fortissimo con l’italianità. A partire dalle vestigia romane, passando poi per la lunga appartenenza alla Repubblica di Venezia, evidente ancora oggi per il dialetto istroveneto e per le molteplici effigi del Leone di San Marco. Col Risorgimento quest’appartenenza si fece volontà di nazione e poi, con la vittoria nella Prima guerra mondiale, l’Istria, Zara e in seguito Fiume entrarono a far parte dell’Italia.

Ma poi venne la Seconda guerra mondiale. Dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943 la perdita del controllo del territorio da parte del governo italiano fece sì che bande di partigiani comunisti – italiani e, soprattutto, slavi – poterono prima vendicarsi delle vere o presunte angherie sopportate durante il fascismo e poi colpire i simboli dell’italianità. Cioè insegnanti, preti, amministratori locali, donne. Uccisi molto spesso attraverso l’uso delle foibe, cavità naturali in cui le vittime venivano gettate, spesso ancora vive, dove  morivano per la caduta o  per la fame e gli stenti, non riuscendo a risalire. Fra le migliaia di vittime anche la Medaglia d’oro alla memoria Norma Cossetto.

Josip Broz “Tito”, il comunista che aveva egemonizzato la resistenza jugoslava dopo l’invasione italo-tedesca del 1941, intendeva colpire gli italiani per farli andare via e facilitare l’annessione alla Jugoslavia di queste regioni alla fine del conflitto.

E così tra la fine della guerra e gli anni immediatamente successivi furono uccisi circa 10.000 italiani mentre lasciarono – per paura e per rimanere italiani in Italia, le proprie case e spesso le proprie cose – circa 350.000 istriani, fiumani e dalmati. Il 90% della comunità italiana autoctona.

Pochi rimasero. Alcuni per adesione al nuovo regime, molti altri perché incapaci di lasciare la propria terra e le proprie radici. “Rimasti” che ancora oggi conservano l’identità italiana in Istria. Gli esuli furono “accolti” in centonove campi profughi gelidi e squallidi ubicati un po’ dovunque lungo la Penisola. E poi colpevolmente dimenticati.

Fino alla legge del 2004 che ha dato, quantomeno, istituzionalità ad un ricordo personale che però deve ancora diventare memoria collettiva.

Un percorso tra storia e ricordo

di Lorenzo Salimbeni – responsabile della comunicazione dell’Associazione Nazionale Venezia Giulia e Dalmazia

Trieste, che è considerata “capitale morale dell’Esodo” dai 350.000 esuli istriani, fiumani e dalmati scappati dalle terre annesse alla Jugoslavia in seguito al Trattato di pace del 10 febbraio 1947, offre un percorso di turismo storico che ripercorre le tappe salienti della storia del confine orientale italiano. La centralissima Piazza Guglielmo Oberdan, ridisegnata in epoca fascista laddove sorgeva la caserma austro-ungarica in cui il 20 dicembre 1882 terminò l’esistenza dell’omonimo giovane irredentista, custodisce un Museo del Risorgimento che conserva non solo i cimeli dell’italianità locale e le testimonianze dell’adesione patriottica all’ultima stagione del Risorgimento italiano da parte di una porzione sempre più significativa della popolazione di quella che era considerata dagli Asburgo “Urbs Fidelissima”. Vi si trova, infatti, anche il sacello di Oberdan, la cella in cui trascorse le sue ultime ore di vita in attesa dell’esecuzione.

Seguendo un iter cronologico, la Prima guerra mondiale, vista da tanti giuliani e patrioti come una Quarta guerra d’indipendenza, presenta testimonianze drammatiche nel comune di Duino-Aurisina. Lungo sentieri di non difficile percorrenza si trovano le postazioni difensive asburgiche sul Monte Ermada (visibili e visitabili grazie all’impegno di associazioni di volontariato e di appassionati locali di vicende legate alla Grande Guerra) ed alle sue pendici monumenti al valore dei caduti italiani partiti vanamente all’assalto dei capisaldi nemici (monumento ai Lupi di Toscana, Ara della Terza Armata che segna l’inizio di una Via Sacra che prosegue sino a Gorizia). Non lontano, ma in provincia di Gorizia, si erge l’imponente scalinata del Sacrario di Redipuglia, in cui riposano 100.000 soldati italiani, 60.000 dei quali ignoti: si tratta del maggior sepolcro militare in territorio nazionale.

La Seconda guerra mondiale e le sue sciagure hanno lasciato in eredità al capoluogo giuliano due monumenti nazionali: la Risiera di San Sabba (successivamente all’8 settembre 1943 campo di detenzione delle truppe tedesche da cui furono deportati ai campi di concentramento centinaia di individui della florida comunità ebraica triestina, goriziana e fiumana nonché detenuti politici, ma molti furono i prigionieri morti al termine di violenti interrogatori) e la Foiba di Basovizza. Quest’ultima riceve ogni anno circa centomila visitatori, la maggior parte dei quali nell’ambito di gite scolastiche provenienti da tutta Italia, e fornisce in un annesso Centro di documentazione la possibilità di comprendere le tragiche vicende che portarono agli eccidi delle foibe. Tecnicamente a Basovizza non si trova una foiba di origine naturale, bensì l’abisso di una vecchia miniera a sviluppo verticale, tuttavia le tecniche di uccisione da parte delle milizie partigiane jugoslave di josip Broz “Tito” furono le medesime. Nel periodo primo maggio -12 giugno 1945 i “titini” ebbero il controllo della città, deportando o facendo sparire nel nulla centinaia di triestini: vi fu chi proseguì verso i campi di concentramento allestititi in Slovenia e chi fu fatto precipitare, alle volte ancora vivo, in questa fossa. Questa fu la sorte ad esempio di un centinaio di Finanzieri, eliminati in quanto con la loro divisa rappresentavano la presenza dello Stato italiano, uno Stato che doveva sparire da terre che l’espansionismo jugoslavo voleva inglobare nella nascente Repubblica Socialista Federativa.

Dopo le foibe, il serpeggiante clima di terrore nelle terre provvisoriamente affidate alla Jugoslavia in attesa del Tratttato di pace e quindi l’Esodo. A Padriciano, non lontano da Basovizza, uno dei 109 centri Raccolta Profughi che accolsero migliaia di nostri connazionali in fuga è diventato un vero e proprio museo, mentre tornando nelle zone più centrali di Trieste, il Magazzino 18 del Porto Vecchio è il deposito di masserizie e di oggetti di uso quotidiano che hanno fornito a Simone Cristicchi l’ispirazione per il suo celeberrimo spettacolo teatrale. Il regime doganale dell’area in cui sorge il Magazzino non consente facili visite a questo suggestivo luogo della memoria, tuttavia è possibile prendere contatto con l’Istituto Regionale della Cultura Istriano-fiumano-dalmata per verificare la possibilità di effettuare un sopralluogo, ovvero quanto meno visitare il Civico Museo della Civiltà istriana, fiumana e dalmata che l’Irci gestisce ed in cui allestisce periodicamente mostre che illustrano aspetti e peculiarità dell’italianità nell’Adriatico orientale.

 

 

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