Luigi Sturzo, “liberi e forti” da cento anni!

Il principio di “autorità” nel pensiero del sacerdote siciliano

di Flavio Felice, professore ordinario di Storia delle dottrine politiche – Dipartimento Scienze Umanistiche, Sociali e della Formazione – Università del Molise

Esattamente un secolo fa, il 18 gennaio 1919, don Luigi Sturzo lanciava il suo appello “A tutti gli uomini liberi e forti” che istituiva il Partito Popolare e restituiva al Paese il contributo attivo dei cattolici italiani, dopo le vicende che avevano segnato la conclusione della “Questione romana”. Vorremmo ricordare un aspetto fondamentale dell’apparato teorico sviluppato dal prete di Caltagirone in merito alla questione dell’autorità politica. Luigi Sturzo ci insegna che ogni società, qualunque sia la sua forma, non potrà mai fare a meno dell’autorità. In essa Sturzo vede un “principio d’ordine”, un “mezzo di unificazione”, il “simbolo” stesso della socialità. Sturzo parte dalla convinzione che non si possa parlare di società, se non come una “compartecipazione” di idee, di sentimenti, di affetti, di valori e di interessi. Sarà proprio il confliggere e l’intersezione delle azioni poste in essere in nome di tali valori e interessi che conducono Sturzo ad affermare che gli individui in società concorrono, ciascuno nel modo che gli è proprio – direttamente o indirettamente – alla “creazione, attuazione e solidificazione dell’autorità”; per questa ragione egli ribadisce che “l’essenza dell’autorità è la stessa coscienza permanente, attiva, unificatrice e responsabile”.

Da qui, la considerazione sturziana, di tipo “genetico-evolutivo”, in ordine alla genesi delle istituzioni, dal momento che, tanto l’emergere dell’autorità, quanto l’assoggettarsi ad essa sono “fatti di coscienza” e solo nella coscienza individuale è possibile rintracciare il valore più profondo dell’unificazione sociale nell’autorità.

Esistono diverse tipologie che negano l’autorità. I primi sono coloro che la negano in quanto tale, e sono gli anarchici, i quali si mettono immediatamente e da sé al di fuori della società. Poi ci sono i nemici dell’autorità, in quanto contraria ad un proprio interesse particolare e finiscono per essere colpiti dalle stesse leggi che violano. In terzo luogo, vi sono colori che negano l’autorità e un determinato ordine sociale perché ritengono che ve ne sia un altro migliore. Questi ultimi esprimono una continua forma di rinnovamento sociale, un fermento perpetuo che può condurre verso il meglio, ma anche verso il peggio. A queste tre categorie: l’anarchico, il partigiano e il riformatore, Sturzo ne aggiunge una quarta: il despota. Invero, Sturzo annovera tra i nemici dell’autorità e dell’ordine sociale anche coloro che detengono il potere abusandone e, così facendo, diventano la ragione stessa del disordine che emerge per reazione al loro esercizio dispotico dell’autorità.

Il cuore dell’argomento sturziano è la considerazione del “metodo della libertà”, al quale il Nostro contrapponeva il “metodo di autorità” (ovvero di “costrizione”). Per “metodo di autorità”, scriveva Sturzo, intendiamo “quello che regola tutta l’attività pubblica per via di legge, che procura la osservanza di questa mediante la coazione e applicandole per i trasgressori, che non lascia nulla all’iniziativa privata, né permette che l’opinione pubblica formata dai singoli cittadini o dai vari corpi morali interferisca nelle attività del potere pubblico”. Ad esso si contrappone il “metodo di libertà, il quale parte dalla convinzione che lo sviluppo della personalità non può essere normale in un ambiente di costrizione, ma in un ambiente libero”.

Sturzo riconduce l’autorità, l’unica che possa dirsi legittima, in quanto si fonda sul “metodo della libertà”, alla dimensione personale e alla coscienza individuale, dal momento che a nessuno può avanzare la pretesa di possedere il “quid” dell’autorità su un altro uomo, ovvero: nessun uomo nasce con la qualità dell’autorità su un altro uomo. Oltretutto, per Sturzo, la base del fatto sociale è la persona e non “un’astratta autorità pubblica”. L’autorità è un attributo che spetta a ciascuna persona, dal momento che siamo tutti figli dello stesso Padre. Certo, per ordinare e orientare al meglio la convivenza civile, gli uomini si organizzano in modo tale che il processo evolutivo con il quale si concretizza l’istituzionalizzazione dell’agire umano faccia sì che l’autorità di ciascuno non leda e, piuttosto, promuova la libertà degli altri, ma così la persona non rinuncia all’autorità, semmai la orienta ad un fine che giudica superiore (trascendente) proprio per il perseguimento del bene che gli è proprio: “il bene individuale che è vero bene […] diviene per se stesso bene comune”.

In altre parole, i detentori del potere pubblico possono rivelarsi i primi nemici dell’autorità. In questo caso, il potere arbitrario non esercita “l’autorità pubblica”, bensì nega quella individuale, l’unica che abbia una concreta ragione di esistere. Il compito della politica è di garantire l’autorità individuale, costruendo, per via “evolutiva-processuale”, pubbliche istituzioni, e relativi istituti giuridici, che la esaltino. L’esercizio del potere sarà dunque pubblico, mentre l’autorità sarà tale solo e soltanto nella misura in cui sia possibile ridurla alla coscienza individuale. Con tali premesse, la politica può diventare una vera e propria opera d’arte, la più alta forma di carità. A questo punto sorge il problema di come armonizzare le singole autorità individuali, affinché la libertà individuale non si risolva in anarchia; anche in questo caso, il temine di riferimento e il soggetto ordinatore per Sturzo sono la persona. Sturzo parla di due tendenze: una immanente ed una trascendente. La prima, che è naturalmente variegata al suo interno, ha a che fare con le passioni e gli interessi che affliggono la vita quotidiana di ciascun uomo: lavorare, guadagnare, crescere i figli, realizzare opere; insomma, tutto ciò che ha a che fare con l’umana contingenza: vivere, amare, soffrire, gioire. La seconda tendenza è la ragione che trascende le intenzioni immediate, chiedendosi, in definitiva: perché, nonostante tutto, continuo ad operare, a lavorare, a sacrificarmi? Il fine trascendente è la ragione ultima che ci spinge a vivere e ad andare avanti quando tutti gli indicatori umani ci consigliano di andare indietro; è la ragione ultima che ci spinge a dire di no alla logica dettata dalle proposizioni “ad ogni costo” e “a qualsiasi prezzo”.

 

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