L’importanza di “essere candela accesa e viva della memoria”

Una testimonianza di Liliana Segre

Il 27 gennaio del 1945 i soldati dell’Armata Rossa arrivavano ad Auschwitz il più grande campo di concentramento e di sterminio nazista. Le forze americane e quelle britanniche, invece, nell’aprile dello stesso anno liberavano rispettivamente Buchenwald e Bergen-Belsen. Ma, ovunque, lo spettacolo che si presentava agli occhi dei liberatori era brutalmente identico e indescrivibilmente agghiacciante.  I nazisti già nel 1943 avevano provveduto a smantellare altri campi di sterminio (Belzec, Sobibor, Treblinka) nel tentativo di nascondere al mondo le prove del loro abominio. Ma il mondo, a guerra finita, ha visto dove può arrivare la crudeltà e la follia. L’ONU ha scelto proprio il 27 gennaio come “Giorno della Memoria” per commemorare le vittime dell’Olocausto, ma anche in onore di quanti hanno protetto i perseguitati e di chi è sopravvissuto. Fra questi ultimi c’è Liliana Segre, 88 anni, senatrice a vita, superstite e testimone proprio del campo di Auschwitz la quale – ogni qualvolta offra la sua preziosa testimonianza – inizia sempre con “Mi ricordo…”. Era ancora una bambina quando fu deportata e tatuata sul braccio col n. 75190: <<A tredici anni sono rimasta sola, con un nemico. Ma ho trovato dentro di me un passo davanti all’altro, senza arrendermi, e la mia mente è stata libera come una farfalla che vola sopra il reticolato. Era talmente incredibile quello che io avevo da raccontare che per quarantacinque anni sono stata in silenzio. Poi ho cominciato a pensarci e quando sono diventata nonna è come se lo fossi diventata anche di me stessa, della ragazzina che sono stata: sola, disperata, miserabile, a cui ho sentito la necessità di raccontare tutto, facendo del dolore dei ricordi uno strumento di forte valenza etica. Io avevo scelto di vivere, di non essere lì, di estraniarmi. Il mio corpo veniva picchiato e torturato, aveva fame, era dimagrito, aveva paura. Ma il mio spirito no. La mia mente no. Tre volte passai la selezione nell’anno che trascorsi ad Auschwitz. Erano delle selezioni annunciate, di cui noi sapevamo a che cosa andavamo incontro. Ecco che le Kapò ci chiudevano dentro le baracche e poi a gruppi ci portavano nella sala delle docce, tanto cara ai nostri assassini, e lì tutte nude, in fila indiana, dovevamo attraversare la sala e passare attraverso un’uscita obbligatoria, dove un piccolo tribunale di tre persone ci guardava, come le mucche al mercato, davanti, dietro, in bocca, se avevamo ancora i denti, se eravamo abili al lavoro. Io mi ricordo come attraversavo quella sala: il cuore mi batteva come un pazzo e io mi dicevo: “non voglio morire, non voglio morire…”. Spero che quando nessuna delle nostre voci si alzerà a dire “Io mi ricordo” ci sia qualcuno che sappia raccogliere questo messaggio di vita e faccia sì che sei milioni di persone non siano morte invano per la sola colpa di essere nate. Se ogni tanto qualcuno sarà candela accesa e viva della memoria, la speranza del bene e della pace sarà più forte del fanatismo e dell’odio dei nostri assassini>>.

 

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