L’editoriale

di Fabio Lagonia

Gilbert Keith Chesterton diceva che “l’obiettivo di un nuovo anno non dovrebbe essere quello di avere un nuovo anno, ma di avere una nuova anima”. È un buon proposito per avventurarci in questo 2019; ma, a dirla tutta, è un buon proposito per iniziare qualsiasi percorso giacché siamo noi a dover decidere di fare la strada. Viene in mente la definizione di kairós e krónos con cui gli antichi greci distinguevano rispettivamente il momento giusto, opportuno o addirittura supremo, dal tempo cronologico, sequenziale. Kairós, dunque, è un tempo preciso in cui qualcosa accade, in cui si manifesta l’autonomia del nostro agire, differentemente dal krónos che sfoglia sulle nostre vite le pagine del calendario, mese dopo mese.

Il tempo, con i suoi eterogenei significati, è il filo conduttore di questo primo numero di Mediterraneo e dintorni dell’anno appena iniziato. Parliamo di Napoli, città dai mille volti, nel cui ventre scavato nel tufo si nascondono bellezza e mistero misti a leggende e miti conservati sin dal tempo di Parthenope. Valeria Di Chiara e Catia Sardella, con i loro acquerelli, ci mostrano invece il Golfo di Palermo visto dal mare così come doveva apparire agli occhi dei Fenici che qui arrivarono 2700 anni fa per fondare la città. Analoghe suggestioni sono riscontrabili nei racconti che coinvolgono tanto la celebre Edimburgo in Scozia quanto la sconosciuta ma affascinante abbazia di Corazzo in Calabria.

Il tempo che scorre, e il tempo propizio al fare. Il primo è quantità, il secondo è qualità. Ci sono storie in cui i due concetti sembrano fondersi: accade a Sant’Antioco, in Sardegna,  dove l’antichissima e rara tradizione ebraica della tessitura del bisso resiste grazie alla sua ultima vestale, Chiara Vigo. O con l’appello “a tutti gli uomini liberi e forti” lanciato cento anni fa da Luigi Sturzo, che oggi risuona più attuale che mai. Ma ci sono anche vicende in cui il tempo dell’umanità e della ragione è rimasto come sospeso: gennaio è il mese in cui si fa memoria dell’Olocausto. Fortunatamente, però, e nonostante il mondo, l’amore ne resta il motore ed è quella dimensione in cui kairós e krónos sfociano in un altro concetto di tempo: la vita intera, anzi l’eternità, che può essere intesa in senso trascendente oppure – come nel cortometraggio di Giuseppe Alessio Nuzzo – continuando a chiamare con “il nome che mi hai sempre dato” un affetto che nemmeno l’inesorabile scorrere del tempo può sottrarre all’eternità dell’amore.

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