“Le fantasticherie del camminatore errante”

di Daniela Rabia

Camminare in montagna è un gesto artistico per Francesco Bevilacqua che ama definirsi cercatore di luoghi perduti. Dal camminare, dal suo camminare nascono “Le fantasticherie del camminatore errante”, Rubbettino editore, la sua ventesima pubblicazione. Il titolo è una sorta di tributo al testo “Le fantasticherie del passeggiatore” di Rousseau, che amava, al pari dell’autore, camminare per campagne e boschi e la cui vita intera, per sua confessione, “non è stata altro che una lunga fantasticheria divisa in capitoli delle mie passeggiate quotidiane”. Ma se il camminare è funzionale al conoscere e dunque all’amare, l’errare, l’erranza è l’unica pratica in grado di trasformare la ricerca in un ritrovamento. Cammina ed erra nella sua opera Bevilacqua, trascinando al suo seguito il lettore curioso e attento e inoculandogli lentamente, quasi fosse un antidoto al veleno della velocità, il desiderio di muoversi, spostarsi alla graduale ricerca di sé nel contesto più vicino a sé. Quasi che lo spazio fosse costituito da cerchi concentrici che alla fine si trasformano in volute tendenti all’infinito. Ma non è nell’infinito che si ha probabilità di trovarsi e trovare – ci ammonisce l’autore – ma nel cerchio più piccolo e più in prossimità di sé. Francesco Bevilacqua, animato da questa convinzione, si sposta principalmente nella sua terra, la Calabria, nei Parchi, sulle alture, i luoghi più vicini al cielo, nei boschi, nelle aree verdi. Perché ad incantarlo è la natura lontana dai luoghi del quotidiano, dallo stress, dalle abitudini comuni. Nella seconda parte il volume enumera, alternandole, trentasei erranze e trentasei fantasticherie facendo seguire alla descrizione di incantevoli luoghi di Calabria, nutrite riflessioni sulla lentezza, sulla libertà, sulla bellezza.

Il camminatore errante ci trasporta magicamente in una tela dipinta coi molteplici colori, dal verde smeraldo dell’acqua al biancore abbacinante dei massi levigati al giallo e al marrone delle pendici dirupate e ci indica un sentiero per uscire fuori dal branco, fuori dalle parole d’ordine rapidità, efficienza, produttività, tipiche di una società piegata ai ritmi e ai tempi della velocità. Certo – chiarisce lo scrittore – nulla di quel che la natura ci offre verrà colto in termini di bellezza da chi non ha dentro il concetto di bellezza; niente di quel che è fuori potrà emozionare chi non ha la capacità di emozionarsi, stupirsi, inebriarsi. Epperò anche per chi è lontano da quest’atteggiamento sensibile di accostamento al bello c’è una possibilità ed è rappresentata dalla gradualità con la quale ci si può avvicinare ai paesaggi, ai panorami, ai monti, al cielo, al sole, alle stelle, alle opere del creato inforcando le lenti dell’anima e togliendo i paraocchi che spingono verso gli stereotipi e la lettura del dato comune in maniera comune.

“Le fantasticherie del camminatore errante” al pari di ogni altro libro è un’esperienza di viaggio al termine della quale il lettore si ritrova cambiato, acquisisce un punto di vista nuovo  ma forse più di altri testi invita a riflettere sul senso dell’interminabilità del viaggiare perché, come scrive Josè Saramago, “ll viaggio non finisce mai. Solo i viaggiatori finiscono”.

 

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