Il ventre di Napoli. La città sotterranea.

di Ilaria Fiore

Napoli, metropoli dai mille volti, luogo esoterico ricco di leggende e miti ancestrali, racchiude nel suo ventre oscuro una “città parallela”, un labirinto di cunicoli, cisterne, cave e gallerie scavate nel tufo a partire dall’epoca greca e ancora oggi solo in parte esplorate. Attualmente si stima la presenza di circa due milioni di metri quadri di cunicoli sotterranei, con 800 cavità artificiali corrispondenti a un terzo della città in superficie, ma il censimento è tutt’ora in corso e ben lungi dall’essere completato. Furono i Greci i primi a utilizzare grotte e caverne naturali scavate nel tufo come primitive abitazioni al loro arrivo sulle coste campane, stabilendosi nell’area di Pizzofalcone dove fondarono la colonia di Partenope sul finire dell’VIII secolo a.C.

Il sottosuolo di Napoli è, però, anche sede di oscuri rituali, come quello dedicato alle “anime pezzentelle”, un luogo di confine e di collegamento tra la vita e la morte, dove il silenzio fa sì che lo spazio si dilati e il tempo si fermi. Uno dei luoghi più suggestivi in tal senso è senza dubbio il Cimitero delle Fontanelle, cava di tufo scavata in epoca greca nella collina di Capodimonte al di fuori della cinta muraria, nel vallone della Sanità. A partire dal 1656, in seguito all’epidemia di peste che decimò la popolazione napoletana, questo luogo venne trasformato in un ossario comune, cui si andarono ad aggiungere secoli dopo le vittime del colera del 1837. Fu poi il parroco locale, don Gaetano Barbati, a riordinare e catalogare circa 40.000 resti umani privi d’identità a fine Ottocento. Nacque così, in maniera molto spontanea, il napoletano culto dei morti praticato soprattutto dalle donne seguendo particolari rituali. Punto di partenza di questo macabro rito era l’adozione del teschio da parte della devota, che lo riconosceva il più delle volte in sogno, per poi recarsi sul posto e spolverarlo, accudirlo e donargli una casa, la “scarabattola”, un rosario, un cuscinetto ricamato. Naturalmente coloro che si recavano in questo luogo erano soprattutto le persone povere, accomunate da una condizione di marginalità alle anime pezzentelle, sofferenti perché bloccate nel Purgatorio. Tutto si svolgeva come un “do ut des”, per cui l’anima chiedeva refrigerio dalle sue sofferenze tramite le preghiere del devoto, che a sua volta chiedeva una grazia relativa al normale svolgimento della propria vita. Fu così che alcuni teschi diventarono più popolari di altri, come Donna Concetta “a capa che suda”, il cui teschio era particolarmente lucido, strano fenomeno interpretato come sudore dovuto alla sofferenza di quest’anima del purgatorio alla quale si chiedeva il dono della fertilità. Il suo teschio è ancora oggi circondato da centinaia di bigliettini con messaggi di richiesta di una grazia o di ringraziamento, oltre a rosari, caramelle, candele e altri oggetti lasciati nel corso degli anni dai devoti. Poi c’era don Pasquale al quale si chiedevano persino i numeri del lotto, ma il Capitano era in assoluto il teschio più venerato e temuto allo stesso tempo. Si diceva, infatti, che un giorno un giovane camorrista avesse seguito la sua ragazza che ogni lunedì andava a pregare nel Cimitero fermandosi proprio davanti al Capitano. Il ragazzo, geloso di questo rapporto troppo intimo e confidenziale, sfidò in gran segreto quel teschio infilandogli un bastone nella cavità dell’occhio del cranio; poi, prendendolo in giro, lo invitò al proprio matrimonio. Il giorno delle nozze, tra gli invitati si presentò un uomo misterioso vestito da carabiniere, si avvicinò agli sposi e li prese per mano, bruciando i loro corpi e uccidendoli all’istante.

Sempre nel cuore del folkloristico quartiere Sanità sorsero le prime catacombe cristiane, tra cui quelle del patrono di Napoli, San Gennaro, e quelle di San Gaudioso all’interno della chiesa di Santa Maria alla Sanità. Le catacombe di San Gennaro si svilupparono attorno ad una tomba romana di III d.C., a partire dalla deposizione dei resti di Sant’Agrippino, sesto vescovo di Napoli, ma divennero un importante centro di culto in seguito alla traslazione delle spoglie di San Gennaro. Le catacombe di San Gaudioso furono intitolate al santo dopo la sua morte avvenuta nel V secolo d.C., ma fu nel 1600 che i nobili iniziarono a contendersi una sepoltura al loro interno. Le loro salme venivano portate in un ambiente ipogeo dove venivano messe a sedere sui cosiddetti scolatoi, per essere bucate così da svuotarle dei liquidi. Da qui deriverebbe il termine napoletano “schiattamuorto”, o l’espressione “puozze sculà”. Finita l’essiccazione, il cranio veniva incastonato nella parete, mentre il resto del corpo veniva dipinto al di sotto con simboli che rendessero riconoscibile il defunto.

Spostandoci al centro storico, non può mancare una visita alla famosissima Napoli Sotterranea, una delle più antiche discese nel sottosuolo di Napoli situata a Piazza San Gaetano, visitabile se si è pronti a scendere 140 gradini per ritrovarsi a 40 metri sotto l’attuale piano di calpestio. Durante il percorso di circa due ore si attraversano i cunicoli dell’antico acquedotto del Serino scavato nel tufo in epoca augustea, muniti di candele e torce, per poi visitare il tratto di cavità adibito a rifugio bellico con oggetti e iscrizioni lasciate dai napoletani che lì trascorsero intere giornate nel corso della Seconda Guerra Mondiale. A fine tour, si torna finalmente alla luce del sole, per poi entrare in un basso napoletano e da lì in una botola sotto un letto che conduce direttamente alla cavea del teatro romano dove, nel 64 d.C. si esibiva Nerone. Il teatro si trova attualmente inglobato tra le abitazioni moderne di via Anticaglia, vico Cinquesanti e via San Paolo.

Sempre in piazza San Gaetano, di fronte la chiesa di San Paolo Maggiore, si trova un altro accesso al ventre di Napoli, la cosiddetta Napoli Sotterrata, rinvenuta a partire dal 1950 al di sotto del complesso monumentale di San Lorenzo Maggiore. Una volta entrati nel chiostro retrostante la chiesa, comincia la discesa di 10 metri verso il percorso archeologico sotterraneo, lungo il quale si possono osservare i vari ambienti del mercato romano. Il primo ambiente è l’erario, segue la panetteria, una taberna e infine la lavanderia con le sue vasche per la tintura e il lavaggio dei tessuti. Da qui si arriva al criptoportico suddiviso in ambienti comunicanti adibiti alla vendita del pesce, per poi imbattersi in una grande cisterna di epoca ellenistica e in una serie di vani affrescati e mosaicati, forse destinati alle riunioni dei commercianti. Il mercato fu interrato nel V secolo d.C. in seguito ad un’alluvione, per poi costruirvi al di sopra una piccola basilica paleocristiana, sostituita nel 1200 dalla chiesa angioina di San Lorenzo.

Percorrendo a piedi il decumano maggiore, s’incontra un altro luogo sotterraneo che racchiude un percorso millenario nel cuore della città di Napoli. Il sito della Pietrasanta è stato riaperto nel 2011 con un allestimento interattivo volto a coinvolgere lo spettatore in un viaggio multisensoriale indietro nel tempo. Dalla basilica si scende nella cripta, dove si notano pavimenti a mosaico di domus romane. Da qui si accede direttamente alle cavità sottostanti, da cui ha inizio un suggestivo percorso nell’antico acquedotto greco-romano, fino a raggiungere un ambiente attrezzato come ricovero in cui si conservano numerose testimonianze della vita nel sottosuolo durante l’ultima guerra mondiale. All’inizio del conflitto vennero realizzati ben 430 ricoveri che permisero a circa 700.000 napoletani di scomparire in pochi minuti. Al termine della visita è possibile provare occhiali 3D e sedersi nella sala cinema in cui viene proiettato un interessante filmato sulla storia del complesso. In questo lungo excursus non può mancare il famoso Tunnel Borbonico, viadotto sotterraneo costruito dall’architetto Errico Alvino nel 1853 per volere del re Ferdinando II di Borbone. Il percorso, tagliando il Monte Echia, doveva collegare il Palazzo Reale con la zona di Piazza Vittoria, così da permettere al re una fuga veloce per mare in caso di rivolte organizzate dal bellicoso popolo napoletano. In questa cavità, dotata in seguito di energia elettrica e servizi igienici, trovarono rifugio parecchi cittadini tra il 1939 e il 1945; dopo la guerra, la Galleria fu utilizzata come Deposito Giudiziale per l’immagazzinamento di autoveicoli e motoveicoli fino al 1970. Per visitare la cavità è possibile scegliere tra il percorso Standard, Avventura e Speleo; chi sceglierà quest’ultimo percorso verrà equipaggiato con elmetto, torcia, tuta e imbracatura, per esplorare anche i cunicoli più stretti come un vero speleologo.

Ci sarebbe da raccontare tanto altro sul sottosuolo partenopeo, ma preferiamo lasciare un alone di mistero sulle bellezze nascoste di Napoli, per stimolare la curiosità e la voglia di esplorare le mille tracce visibili e invisibili di una città in cui il rapporto col mondo sotterraneo è viscerale e antico.

Non resta che augurarvi buona passeggiata!

 

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